Ho ventotto anni e ho visto nascere internet. Non sono una millennial pura, non sono Gen Z, sono quella via di mezzo (definita Zillennials) che ha avuto MSN alle medie, Facebook al liceo e si è ritrovata adulta dentro un sistema che nel frattempo era diventato qualcos’altro. Qualcosa di molto più grande, molto più veloce, e molto più interessato a tenermi incollata allo schermo: molto più di quanto io potessi capire.
Me ne sono accorta piano, e tardi. Durante una riunione su Meet, qualche anno fa, ho smesso di ascoltare davvero. Non perché fossi distratta (o almeno, non solo per quello), ma perché sapevo che c’era il notetaker. Qualcuno, o qualcosa, stava prendendo nota al posto mio. E il mio cervello, silenziosamente, aveva smesso di farlo. Aveva delegato. Si era alleggerito di un compito che per “millenni” gli era appartenuto perchè non ne aveva più bisogno.
Ci ho pensato a lungo. E poi ho cominciato a chiedermi: se io, che ho imparato ad ascoltare prima che esistessero i notetaker, sono arrivata qui, cosa sta succedendo a chi è nato con uno schermo in mano?
La mia generazione e quella che viene dopo
Non parlo da genitore. Non ho figli. Parlo da sorella maggiore, da chi lavora dentro un’associazione che si occupa di ragazzi, da qualcuno che osserva e che, lo ammetto, si fa molte domande senza avere tutte le risposte (e in fondo, è la cosa più umana che ci sia).
La mia generazione ha visto internet nascere e trasformarsi. Abbiamo imparato a usarlo mentre cambiava, e nel cambiarlo siamo cambiati anche noi. Non userò la fin troppo stereotipata affermazione “ai miei tempi si stava meglio…” perché non è vero, o almeno non in quel senso lì. C’era la televisione, c’era la PlayStation, c’erano i genitori che imponevano limiti su tecnologie che non capivano del tutto. La differenza non è che noi fossimo più virtuosi o più liberi. È che quello schermo stava fermo. Era in salotto, era in camera, aveva un cavo. Non ti seguiva. Non sapeva dove fossi, non ti mandava notifiche, non aveva un algoritmo che imparava cosa ti teneva incollato più a lungo. I limiti non li avevamo scelti, ce li dava il contesto. Un contesto che non esiste più.
I ragazzi di oggi sono nati dentro un sistema già formato, già ottimizzato, già dentro le tasche. E la differenza non è solo culturale o sociologica. È neurologica. Me ne sono resa conto leggendo Vietato ai minori di 14 anni di Alberto Pellai, lettura che mi ha consigliato la psicologa quasi di passaggio, a margine di una conversazione.
Quello che scriverò in seguito lo estraggo dal suddetto libro, non è frutto quindi di una laurea in neuroscienze. Pellai cita studi e ricercatori. Io li ho letti, ci ho ragionato sopra, e provo a raccontarli nel modo più onesto e semplice possibile.
Il cervello di un preadolescente è in piena costruzione. Le aree che maturano per ultime sono esattamente quelle che servirebbero di più per stare nel mondo digitale in modo sano: la corteccia prefrontale, che governa il controllo degli impulsi, la valutazione delle conseguenze, la capacità di aspettare. Non è matura fino ai 25 anni circa.
Nel frattempo il sistema che processa le emozioni è già completamente attivo e i social sono progettati esattamente per quel sistema. Ogni notifica, ogni like, ogni contenuto nuovo attiva il circuito della dopamina. In un cervello adulto quel segnale viene relativizzato. In un cervello di dodici anni viene amplificato.
Non lo dico io. Lo dice lo studio ABCD, il più grande progetto di ricerca longitudinale sul cervello adolescente mai condotto negli Stati Uniti, finanziato dal National Institutes of Health su oltre undicimila ragazzi seguiti per anni. E lo dice Jonathan Haidt, psicologo della New York University, nel suo The Anxious Generation: la dipendenza è una delle quattro aree di danno conclamato legate all’uso dei social in adolescenza. Un cervello affamato di emozioni intense, con pochi strumenti per regolarle, è strutturalmente predisposto ad agganciarsi a qualsiasi meccanismo di gratificazione immediata e sempre disponibile. David Greenfield, professore di psichiatria all’Università del Connecticut, ha descritto quel meccanismo con una formula che non ho più dimenticato: ogni notifica produce una piccola elevazione di dopamina, e il fatto di non sapere cosa arriverà né quando lo rende simile alla più piccola slot machine del mondo. Sempre in tasca. Sempre accesa.
E c’è un’altra cosa che continua ad invadere prepotentemente i miei pensieri, durante l’adolescenza il cervello non si limita ad aggiungere connessioni, le seleziona: tiene quelle che usa, elimina quelle che non usa. Lo chiamano pruning, potatura sinaptica. È un meccanismo naturale, quasi elegante: il cervello si adatta all’ambiente in cui vive. Il problema è che se quell’ambiente è uno schermo che dà gratificazione immediata tutto il giorno, le connessioni che sopravvivono sono quelle. Le altre (quelle legate alla creatività, alla concentrazione, alla capacità di stare fermi nel silenzio, di annoiarsi senza che sia un’emergenza) rischiano di atrofizzarsi. Non spariscono per sempre, ma non si sviluppano come avrebbero potuto, e non nel momento preciso in cui avrebbero dovuto farlo. E quel momento, purtroppo, non torna.
Un ragazzo di quattordici anni e il peso del mondo
Un ragazzo di dodici anni apre il telefono la mattina. Scorre il feed. In pochi minuti si ritrova dentro una guerra dall’altra parte del mondo, uno scandalo di un influencer che segue da due anni, una notizia di cronaca nera, un trend su TikTok, una storia di un’amica postata alle due di notte, un reel di qualcuno con il corpo che lui non avrà mai, una discussione politica a cui non capisce i riferimenti, una pubblicità di qualcosa che ora vuole assolutamente comprare.
Tutto questo prima di colazione.
Come lo processa? Con quali strumenti? Con quale spirito critico, quale conoscenza degli avvenimenti, quale struttura di pensiero?
Io a ventotto anni, con anni di letture e conversazioni e errori alle spalle, faccio fatica a uscire da certe spirali algoritmiche. Faccio fatica a distinguere quello che è importante da quello che è semplicemente progettato per sembrare urgente. E so, con una consapevolezza che ho costruito nel tempo, che quello schermo vuole qualcosa da me: il mio tempo, la mia attenzione, i miei dati.
Un ragazzo di quattordici anni non lo sa ancora. O lo intuisce, ma non ha ancora gli strumenti per farci qualcosa.
Pellai lo chiama un ambiente, non uno strumento. Ed è la distinzione che cambia tutto. Uno strumento si usa o non si usa. Un ambiente ti forma mentre ci stai dentro, anche quando non te ne accorgi. E questi ambienti sono stati progettati da ingegneri pagati per farlo, con dati comportamentali che nessun genitore potrà mai avere. L’obiettivo? Ovviamente tenere dentro il più possibile, il più a lungo possibile, chiunque ci entri. A qualsiasi età.
Fermi tutti, non sono ipotesi o pareri solo di “noi comuni mortali”. Non ci credete?
Sean Parker, cofondatore di Facebook, lo ha ammesso pubblicamente: l’obiettivo era consumare quanto più tempo e attenzione possibile. Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook per la crescita degli utenti, ha dichiarato di sentirsi profondamente in colpa per quello che ha contribuito a costruire, e ha aggiunto che non avrebbe mai permesso ai propri figli di usare i social. Justin Rosenstein (l’ingegnere che ha inventato il tasto Like) ha limitato il proprio accesso alle piattaforme. Nel 2018 alcuni tra i principali investitori di Apple hanno scritto una lettera pubblica all’azienda chiedendo di sviluppare strumenti per proteggere i minori dagli effetti del loro stesso prodotto.
Non sono genitori preoccupati. Sono gli architetti del sistema a dirlo.
Quello che la legge sta cercando di fare e quello che ancora manca
Mentre scrivo questo pezzo, qualcosa si sta muovendo. Non abbastanza, non ovunque, non alla stessa velocità. Ma si muove.
L’Australia ha fatto da apripista: dal dicembre 2025 è il primo paese al mondo ad aver vietato per legge l’accesso ai social ai minori di 16 anni. Non si tratta di una raccomandazione, ma di una legge, con sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani per le piattaforme che non si adeguano. Il Parlamento europeo ha approvato a novembre 2025 una risoluzione – non vincolante, ma votata dal 74% dei parlamentari – per fissare a 16 anni l’età minima nell’Unione, con possibilità di scendere a 13 con consenso genitoriale esplicito.
In Italia si discute. Al Senato sono in esame due disegni di legge che si muovono su piani diversi ma convergenti: uno interviene sugli algoritmi e sui meccanismi di dipendenza digitale, introducendo nel lessico giuridico concetti come dipendenza algoritmica e manipolazione selettiva; l’altro agisce sulla tutela dei minori attraverso verifica dell’età, consenso genitoriale e nullità dei contratti conclusi online da chi non ha ancora l’età per farlo. Due approcci che fotografano bene la complessità del problema – e anche la difficoltà di affrontarlo con strumenti pensati per un mondo che non esiste più.
A livello europeo, il Digital Fairness Act – atteso entro fine 2026 – punta per la prima volta non sui contenuti ma sull’architettura dei sistemi. Nel mirino ci sono i meccanismi di design manipolativo, le funzionalità progettate per prolungare il tempo di utilizzo oltre l’intenzione dell’utente, l’uso dell’intelligenza artificiale per ottimizzare il coinvolgimento. Von der Leyen lo ha detto senza mediazioni a Copenaghen: “l’attenzione dei nostri figli non è una merce”. È la prima volta che un’istituzione europea inquadra il problema in questi termini. Non come questione di contenuti pericolosi, ma come questione di progettazione. Di intenzione. Di scelta economica mascherata da servizio gratuito.
Quello che ancora manca, però, è la risposta alla domanda più difficile: come si regola un ambiente che è già dentro casa, già dentro le tasche, già dentro le abitudini di una generazione intera? Le leggi sui limiti di età hanno senso e vanno fatte. Ma uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha seguito bambini dal primo anno di vita e ha trovato che quelli esposti a più di quattro ore di schermo al giorno a dodici mesi avevano quasi il doppio del rischio di ritardi nello sviluppo cognitivo a due e tre anni. Non stiamo parlando di Instagram. Stiamo parlando di un tablet in mano a un bambino che piange al ristorante. Qualsiasi soglia fissata a 14, 15 o 16 anni arriva già a metà strada. Il pattern si è costruito molto prima.
La solitudine di chi prova a fare diversamente
C’è una cosa che osservo, e che mi pesa più di qualsiasi dato.
Conosco adulti tra genitori, insegnanti, educatori, che hanno letto, che si sono documentati, che hanno capito abbastanza da voler fare una scelta diversa. Che hanno deciso di non dare lo smartphone al figlio di undici anni o di limitare i social fino a una certa età. E si ritrovano soli. Additati, a volte. Visti come quelli che non capiscono il mondo che cambia, che stanno privando il figlio di qualcosa a cui tutti gli altri hanno accesso, che lo stanno condannando all’esclusione sociale.
Lo capisco. Davvero. Perché quella pressione è reale. Un ragazzo di terza media che non sa il meme del momento, che non ha visto il video virale della settimana, fa fatica. E un genitore che lo vede fare fatica si chiede se il problema sia la scelta che ha fatto, non il sistema che l’ha resa necessaria.
Pellai chiama genitori, insegnanti, educatori e specialisti attori di un’inversione di rotta. Mi piace questa formula, perché non mette la responsabilità su una sola persona. Un’inversione di rotta non la fa uno da solo, la fa un gruppo che decide di andare nella stessa direzione. E quello che manca, più ancora delle leggi e dei limiti di età, è forse proprio questo: una linea comune, condivisa, che tolga a chi vuole fare una scelta consapevole la sensazione di farlo contro tutti.
Finché quella linea non esiste, ogni genitore, ogni insegnante, ogni adulto di riferimento combatte da solo una battaglia asimmetrica. Da una parte lui, con le sue intenzioni e la sua stanchezza. Dall’altra un sistema progettato dai migliori ingegneri e psicologi comportamentali del mondo con un solo obiettivo: tenere quel ragazzo dentro il più a lungo possibile.
Non è una battaglia alla pari. E saperlo, almeno, è già qualcosa.
Le cose belle sono difficili da raggiungere, ma non impossibili
I greci dicevano kalepà tà kalà (in greco antico: χαλεπὰ τὰ καλά) le cose belle sono difficili. E costruire un ambiente in cui un preadolescente possa formare il suo cervello senza che uno schermo lo faccia al posto suo è, probabilmente, una delle cose più belle e più difficili che questa generazione di adulti si trova davanti.
Lo dico perché ci credo davvero, non voglio fare allarmismo.
La direzione esiste. Le leggi si stanno muovendo, lentamente, con i compromessi che i compromessi portano con sé, ma si muovono. La ricerca sta dicendo cose sempre più precise. Qualcuno sta cominciando ad alzare la mano e a dire che così non va. E ci sono genitori, insegnanti, educatori che ci provano ogni giorno, spesso da soli, spesso senza strumenti adeguati, spesso senza che nessuno abbia formato loro prima di chiedere loro di formare qualcun altro.
La volontà c’è, non c’è purtroppo una linea comune. Perché finché ognuno combatte da solo la sua battaglia, quella battaglia resta asimmetrica. E le battaglie asimmetriche si perdono, anche quando si ha ragione.
Quello che mi auguro, con questo articolo e con questo spazio, è che qualcuno finisca di leggerlo e si faccia una domanda. Non necessariamente la mia. La sua. Che cominci una conversazione con qualcuno che la pensa diversamente. Che si incuriosisca abbastanza da cercare, da leggere, da dubitare un po’ delle certezze che aveva quando ha aperto questa pagina.
Il dibattito su cosa mettere in mano ai nostri ragazzi e quando, e con quale accompagnamento è appena cominciato. E ha bisogno di tutte le voci, anche quelle che non sono d’accordo con me.
