Ad AIMPACT si discute di come formarsi nell’era dell’AI, tra nuovi lavori e il rischio di smettere di pensare

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Alla tavola rotonda della seconda giornata di AImpact a Trieste, Enrico Puggioni (beanTech), Filippo Zanella (Salesforce), Ines El Gataa (UniTS/SISSA) e Marco Bianchi (Delex Digital), moderati da Irene Dose, discutono come formarsi nell'intelligenza artificiale senza delegarle pensiero critico e capacità di scelta

TRIESTE – Nella seconda giornata di AImpact, l’evento di Delex Digital all’Urban Center, il tema della formazione è tornato al centro del confronto, dopo essere emerso più volte già nella giornata di apertura. Ieri Laura Sicolo (De’Longhi) aveva indicato nella formazione la destinazione naturale del tempo liberato dall’intelligenza artificiale in azienda, mentre Michele Favretto (OpportunityCRM) aveva collegato la scarsa adozione dell’AI tra le piccole e medie imprese italiane proprio a una strategia di utilizzo da ripensare. Oggi la tavola rotonda “Formarsi nell’era dell’AI” ha provato ad affrontare la questione da un altro lato, spostando l’attenzione da quanto le aziende investono in formazione a cosa, esattamente, si dovrebbe imparare quando lo strumento più rilevante del momento è anche il più capace di pensare al posto nostro.

Moderati da Irene Dose, si sono confrontati Enrico Puggioni (beanTech), Filippo Zanella (Salesforce), Ines El Gataa (UniTS/SISSA) e Marco Bianchi (Delex Digital), portando quattro letture diverse di una stessa preoccupazione: che cosa succede alla capacità di scegliere, quando la scelta più comoda è lasciar fare alla macchina.

Più produttività, nuovi lavori, e un accesso che diventa democratico

Enrico Puggioni (beanTech) ha arricchito il confronto con una lettura legata ai numeri: “Trovano velocità nella soluzione di problemi, almeno di primo livello: le statistiche ci dicono che si arriva a maggiore produttività. Abbiamo recuperato almeno il 15% di produttività”. Per Puggioni l’intelligenza artificiale non sta solo cambiando il modo di lavorare, ma sta anche introducendo professioni nuove, come quella dello specialista in machine learning. Sul fronte dell’accesso allo strumento, ha aggiunto una definizione che ricorre spesso nei suoi interventi: “Mi piace dire che l’AI è democratica, perché è accessibile a tutti”.

Una palestra per il pensiero critico, non un cantiere di strumenti

Filippo Zanella (Salesforce) ha proposto un’immagine diversa da quella dello strumento da imparare a usare: “Palestra è la parola giusta. Non basta insegnare gli strumenti come se fossimo in un cantiere: bisogna saperli usare con consapevolezza anche perchè l’AI riesce a essere sempre più autonoma”. Per Zanella, conoscere i tool resta importante, ma non è sufficiente: “Serve sviluppare pensiero critico, riconoscere i bias. Le università, le scuole, gli insegnanti fanno fatica da questo punto di vista”.

Ines El Gataa (UniTS/SISSA) ha allargato il discorso a una cornice filosofica, partendo dal rapporto tra distorsioni cognitive e conoscenza: “Avere bias non è un problema, ognuno di noi ha i propri schemi, ma bisogna essere consapevoli che non esiste un’oggettività assoluta. Averli va bene, ma è opportuno dichiararli”. Per El Gataa il rischio principale è l’omologazione: “Bisogna evitare che l’AI ci renda tutti piatti, perché le diversità vanno valorizzate. Prima di mettere in discussione gli altri, bisogna mettersi in discussione da soli”. Sul rapporto che l’Occidente sta costruendo con questi strumenti, ha richiamato un’eredità culturale precisa: “L’idea dell’AI come oracolo è un retaggio storico che arriva dall’Illuminismo, dalla scissione tra mondo religioso e mondo scientifico. Per questo in Occidente capita di affidarsi all’AI come a un oracolo, mentre in altri contesti culturali si mette sempre in discussione la fonte. E’ una cosa che dovremmo imparare. Per questo dico che preliminarmente alla formazione sull’AI ci sarebbe la necessità di un esame di filosofia della scienza”.

L’ascensore e le scale: l’errore di delegare tutto

Marco Bianchi (Delex Digital) ha fornito al confronto un’ulteriore spunto con un’osservazione raccolta nel lavoro quotidiano con le startup: “Quello che vedo sbagliare spesso è usare l’AI come unico mezzo per raggiungere un obiettivo”. Per spiegarlo, ha richiamato un’immagine che racconta spesso: “All’ospedale di Treviso, accanto all’ascensore, c’è scritto che fare le scale fa bene. Vale anche per il processo di utilizzo dell’AI: delegarlo del tutto è sbagliato, mentre seguirlo in prima persona, a volte, fa bene e serve a formarsi e a non smettere di pensare”.