Rossella aveva dodici anni. Sam diciannove. Rossella scrollava Instagram ed è scivolata in uno stato di malattia senza ritorno, l’altro chiedeva consigli a un chatbot anche sui farmaci da assumere. Sono morti. E adesso i tribunali stanno facendo le domande che i parlamenti hanno continuato a rimandare e le piattaforme hanno continuato ad ignorare.
Il 14 maggio 2026, alle 12:45, nell’aula 1 del terzo piano del Palazzo di Giustizia milanese, la sala principale, scelta per il peso storico e la portata sociale del procedimento, si è aperta la prima udienza della class action inibitoria contro Meta e TikTok. A promuoverla il Moige, il Movimento Italiano Genitori, affiancato dallo studio legale torinese Ambrosio e Commodo e da un gruppo di famiglie italiane, ai sensi dell’art. 840-sexiesdecies del codice di procedura civile (proc. R.G. 29994/2025). È la prima azione di questo tipo fondata sul danno biologico permanente causato dai social portata davanti a un giudice europeo. Tra i documenti depositati in aula c’è la storia di Rossella, morta suicida nel febbraio del 2024 dopo sei mesi che la madre Irene Roggero ha descritto come una malattia fulminante, un deterioramento rapido e silenzioso consumatosi dentro uno schermo. «Eravamo senza armi», ha detto.
Il giorno prima dell’udienza milanese era diventata di dominio pubblico la storia di Sam Nelson, studente universitario di diciannove anni, morto di overdose nel maggio 2025. La sua famiglia lo ha portato in tribunale a San Francisco, contro OpenAI. Due continenti, piattaforme diverse, tecnologie diverse. La domanda però è la stessa: chi risponde quando un prodotto digitale contribuisce alla morte di un essere umano?
Le tre accuse al cuore del processo di Milano
Il procedimento milanese poggia su tre capi di accusa precisi. Il primo riguarda l’accesso illegale dei minori sotto i 14 anni. Il GDPR all’art. 8 e la legge italiana vietano l’iscrizione autonoma ai social prima di quell’età, ma Meta e TikTok non adottano alcun sistema reale di verifica, basta un clic per autocertificare la propria data di nascita. Il precedente è già agli atti: nel 2021 il Garante Privacy italiano obbligò TikTok a verificare i propri iscritti e in pochi giorni vennero rimossi oltre 500.000 account di minori. Nonostante ciò, nulla è cambiato. Secondo i promotori, oggi sono circa 3,5 milioni i bambini italiani tra i 7 e i 14 anni attivi ogni giorno sulle piattaforme con dati falsi o non verificati, su un totale di circa 10 milioni di italiani, genitori inclusi, direttamente danneggiati da queste pratiche. Il secondo capo riguarda gli algoritmi che creano dipendenza: le piattaforme sono progettate per sfruttare il meccanismo della dopamina attraverso scroll infinito, notifiche compulsive e profilazione algoritmica. Su un cervello adolescenziale ancora in sviluppo, considerando che la corteccia prefrontale raggiunge la maturità solo intorno ai 25 anni, questi meccanismi possono provocare danni neurologici permanenti, alterando attenzione, controllo degli impulsi e regolazione emotiva in modo paragonabile agli effetti delle sostanze d’abuso.
Il terzo capo riguarda il silenzio sui rischi per la salute. Così come i produttori di farmaci, tabacco e alcol sono tenuti per legge a informare degli effetti del loro prodotto, anche le piattaforme dovrebbero farlo. Invece Meta e TikTok nascondono consapevolmente agli utenti e alle loro famiglie i rischi documentati dalla letteratura scientifica internazionale come depressione, disturbi del sonno, calo del rendimento scolastico, comportamenti impulsivi, accettazione di challenge pericolose, atti autolesivi e ideazioni suicidarie. Il Moige chiede che questa informazione diventi obbligatoria e visibile, sul modello del bugiardino farmaceutico. I legali di Meta e TikTok hanno risposto con eccezioni sulla giurisdizione, sostenendo che i giudici italiani non avrebbero competenza sulle loro condotte. L’avvocato Stefano Commodo ha sintetizzato la situazione con una formula secca: siamo Davide contro Golia. Il procedimento è seguito a livello europeo dall’EPA, la European Parents Association, che ha espresso pieno sostegno all’iniziativa incoraggiando le associazioni dei paesi membri ad agire nei rispettivi ordinamenti.
Il caso di Sam Nelson e i consigli sui farmaci di ChatGPT
In parallelo, a San Francisco, la famiglia di Sam Nelson ha portato in giudizio OpenAI con un atto che ricostruisce nei dettagli quanto accaduto. Sam aveva iniziato a usare ChatGPT nel 2023 come strumento di produttività per avere aiuto e assistenza nello svolgimento compiti e per la soluzione di problemi informatici. Col tempo la fiducia nel chatbot era cresciuta fino a spingerlo a chiedergli consigli su combinazioni di sostanze e dosaggi di sostanze e medicinali. All’inizio il sistema rifiutava, avvisava dei rischi. Poi era arrivato GPT-4o, rilasciato nel 2024. Con linguaggio autorevole, tono da specialista e risposte costruite anche sulle esperienze che Sam aveva raccontato nelle sessioni precedenti e che il modello conservava in memoria, le cose sarebbero cambiate.
Il 31 maggio 2025, secondo l’atto di citazione, ChatGPT avrebbe consigliato attivamente a Sam di assumere Xanax per attenuare la nausea provocata dal kratom, indicando una finestra di dosaggio precisa e definendola una delle scelte migliori in quel momento. Avrebbe anche suggerito di aggiungere Benadryl per amplificare l’effetto. Non avrebbe detto, però, a Sam che quella combinazione avrebbe potuto ucciderlo. La madre lo trovò il giorno dopo. «Se ChatGPT fosse stato una persona, sarebbe in prigione», ha dichiarato Leila Turner-Scott. «Sam si fidava di lui, ma non solo gli ha dato informazioni false: ha ignorato il rischio crescente e non lo ha mai spinto a cercare aiuto». L’accusa più pesante contenuta nell’atto è quella di esercizio abusivo della professione medica. La famiglia chiede danni economici e un’ingiunzione che imponga a OpenAI di sospendere ChatGPT Health fino a quando non sarà sottoposta a test di sicurezza rigorosi e a supervisione indipendente.
OpenAI ha replicato che le interazioni con Sam sarebbero avvenute su una versione del modello non più disponibile, ritirata dopo critiche legate al comportamento eccessivamente compiacente di GPT-4o, e che ChatGPT non è un sostituto delle cure mediche. Sul fronte dei social network, il contesto internazionale è già avanzato. A marzo 2026 una giuria di Los Angeles ha condannato Meta a 375 milioni di dollari, prima sentenza bellwether in un pool di oltre 1.600 cause consolidate in California, dopo che un’indagine con profili fittizi aveva documentato come gli algoritmi esponessero sistematicamente i giovani utenti a contenuti rischiosi. Il 4 maggio, a Santa Fe, il New Mexico ha chiesto al giudice Bryan Biedscheid di qualificare Facebook e Instagram come “disturbo pubblico” secondo la legge statale e di imporre modifiche strutturali: verifica reale dell’età, eliminazione dello scroll infinito per i minori, riprogettazione degli algoritmi.
Il procuratore generale Raúl Torrez ha dichiarato di voler usare questo processo per fissare un nuovo standard di responsabilità valido oltre i confini del New Mexico. Meta ha risposto con una minaccia esplicita: se le misure fossero inattuabili, l’azienda potrebbe abbandonare il mercato del New Mexico. Il 15 giugno è atteso un procedimento federale ancora più ampio, con centinaia di distretti scolastici e TikTok e Snap sul banco degli imputati.
Il legislatore arriva sempre dopo
Il 12 maggio 2026, tre giorni prima dell’udienza milanese, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato da Copenaghen citando esplicitamente depressione, autolesionismo e suicidio tra gli effetti sistemici prodotti dai modelli di business delle piattaforme social. Ha annunciato che il Digital Fairness Act, atteso per fine 2026, vieterà le funzionalità progettate per creare dipendenza e disciplinerà l’uso dell’intelligenza artificiale nei social media rivolti ai minori. Rossella è morta nel 2024. Sam è morto nel 2025. Il provvedimento europeo arriverà, nella migliore delle ipotesi, nel 2027.
Nel mezzo ci sono anni in cui i prodotti restano invariati, gli algoritmi continuano a girare e le famiglie si trovano a usare gli strumenti del diritto civile, come class action, inibitorie cautelari o cause risarcitorie, contro soggetti con fatturati superiori al Pil di molti stati europei e lobbisti stabili a Bruxelles. Meta ha già inserito nei propri bilanci un avvertimento formale agli investitori sulle conseguenze legali in corso negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, riconoscendo che i procedimenti rischiano di avere un impatto rilevante sui risultati aziendali. Lo sa. Lo mette nei conti. I tribunali di Los Angeles, Santa Fe, San Francisco e Milano stanno chiedendo se sia ancora possibile che un’azienda documenti internamente i danni prodotti dal proprio prodotto, sui minori, sugli utenti vulnerabili, su chi si fida di un chatbot come se fosse un medico, e non ne risponda davanti a nessuno. E la risposta deve trovare i canali giusti per venire fuori forte e inequivocabile.
Scuola e società non possono restare ferme
Aspettare il legislatore, però, lascia scoperti milioni di ragazzi ogni giorno. La scuola può fare molto già adesso. E non si tratta certo di programmare un’ora annuale di “sicurezza online” trattata come adempimento burocratico, ma di impostare un lavoro sistematico su come funzionano gli algoritmi, cosa vogliono da noi, perché lo scroll non finisce mai, come si costruisce un feed e chi decide cosa vediamo. I ragazzi che capiscono il meccanismo lo subiscono meno perché acquisiscono strumenti per riconoscerlo. Un genitore che non sa cosa sia il rinforzo variabile, lo scroll infinito o la profilazione comportamentale non può proteggere un figlio da strumenti progettati da ingegneri pagati per massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma. La formazione per le famiglie è da considerarsi strategica e elemento di difesa per la salute pubblica, esattamente come lo era imparare a leggere un bugiardino o riconoscere i segnali di una dipendenza. Le piattaforme hanno investito miliardi per capire come funziona la mente di un adolescente e e per scardinare un sistema del genere serve lo sforzo complessivo di scuola, famiglie, professionisti, associazioni e di tutti coloro che hanno a cuore il futuro dei nostri ragazzi.
