Banca Mondiale: l’AI conviene più ai paesi poveri che a quelli ricchi

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Il World Development Report 2026 della Banca Mondiale stima che meno del 10% dei posti di lavoro nelle economie in via di sviluppo sia esposto all'automazione tramite intelligenza artificiale, contro oltre un terzo nei paesi ad alto reddito. Lo stesso rapporto calcola una crescita per le economie emergenti in questo decennio e definisce trappola per lo sviluppo la corsa dei governi agli investimenti in data center e chip nazionali.

La Banca Mondiale ha spostato il baricentro del dibattito globale sull’intelligenza artificiale lontano dalle capitali occidentali ribaltando, di fatto, la narrativa dominante sul divario tecnologico. Il World Development Report 2026, presentato a Washington, sostiene che le economie in via di sviluppo ricaveranno dalla tecnologia più guadagni di produttività di quanti posti di lavoro perderanno.

Chi rischia davvero il posto di lavoro con l’intelligenza artificiale

Il dato attorno a cui ruota l’intero rapporto riguarda la quota di mansioni automatizzabili. Nelle economie in via di sviluppo meno di un decimo dei lavori risulta suscettibile di automazione, mentre nei paesi ad alto reddito la percentuale supera un terzo, uno scarto che il capo economista dell’istituzione, Indermit Gill, ha sintetizzato spiegando che l’AI ha più probabilità di dare una mano a quei lavoratori che di metterli in mezzo a una strada. La spiegazione sta nella composizione dell’occupazione, perché agricoltura, lavoro manuale e attività informali reggono all’urto dei sistemi attuali molto meglio delle mansioni cognitive e impiegatizie su cui poggiano le economie avanzate.

Gill ha ammesso che il gruppo di lavoro era partito da posizioni molto più pessimistiche, condizionate dalle discussioni in corso nei paesi ricchi.

Poi sono arrivate le verifiche sul campo. La diagnostica per immagini ha guadagnato accuratezza e i tribunali hanno smaltito arretrati con maggiore rapidità. In India e in Kenya sono migliorate anche le previsioni meteorologiche, risultati ottenuti nonostante l’accesso limitato alla potenza di calcolo e una fornitura elettrica che resta discontinua.

Come funzionano i modelli piccoli nei paesi con infrastrutture fragili

Su questo punto il rapporto entra nel merito tecnico. I cosiddetti modelli piccoli girano con un numero ridotto di parametri, richiedono poca memoria e permettono di risolvere problemi circoscritti anche dove la connessione internet va e viene.

La diffusione tra le imprese conferma la traiettoria descritta dagli economisti della Banca Mondiale. Circa un quinto delle aziende con più di cinque dipendenti intervistate in India, Giordania, Kenya, Messico, Nigeria e Thailandia ha impiegato di recente chatbot nelle proprie operazioni, contro un terzo negli Stati Uniti, uno scarto che appare contenuto se confrontato con la distanza infrastrutturale tra i due gruppi di paesi. Il rapporto ricorda inoltre che le economie a reddito medio hanno rappresentato metà del traffico globale di ChatGPT entro sei mesi dal lancio, mentre alla macchina a vapore servirono circa ottant’anni per raggiungere i paesi più poveri e a internet una ventina. La velocità di penetrazione, evidentemente, appartiene a un ordine di grandezza diverso da quello delle precedenti tecnologie di uso generale.

Quanto conviene investire nella sovranità sull’intelligenza artificiale

La parte più critica del documento riguarda le scelte di spesa pubblica. La corsa dei governi a costruire data center e produzione nazionale di chip per inseguire la sovranità sull’AI viene descritta come una possibile trappola per lo sviluppo, dati i rischi che quegli investimenti restino senza ritorno.

Per le economie di dimensioni ridotte, a qualsiasi livello di reddito, colmare la distanza da Stati Uniti e Cina resta un obiettivo fuori portata, quindi l’adattamento delle tecnologie già disponibili diventa secondo Gill la strada principale. Il rapporto avverte allo stesso tempo che i paesi avanzati continueranno a registrare i maggiori incrementi di produttività, grazie a tassi di adozione oggi più elevati, a meno che le economie emergenti recuperino terreno personalizzando i modelli sulle proprie lingue e sui propri dati.

Le scommesse degli investitori raccontano intanto una storia parallela, orientata a premiare i pochi mercati emergenti esposti alla domanda di semiconduttori e a penalizzare chi fornisce manodopera qualificata a basso costo per i servizi globali. L’indice delle grandi società indiane di outsourcing informatico ha perso il 18% da inizio anno, mentre la borsa coreana, dominata dai produttori di chip, è salita del 51%. Nell’ultimo mese la direzione si è invertita, con l’indice indiano in rialzo del 12% e il mercato coreano in calo di circa un quinto, effetto dei dubbi crescenti sulla velocità del boom di investimenti.