Chi usa troppo ChatGPT lavora di più e pensa di meno

Tempo di lettura: 9 minuti

Uno studio del MIT Media Lab ha misurato con EEG l'attività cerebrale di 54 studenti divisi in tre gruppi - chi usava ChatGPT, chi usava Google e chi lavorava senza strumenti - rilevando nel gruppo IA una riduzione fino al 55% della connettività neurale. I partecipanti che avevano usato l'IA non riuscivano a ricordare i propri testi e mostravano un senso di estraneità rispetto ai contenuti prodotti.

di Antonino Mallamaci

Alcuni studi, realizzati da un anno a questa parte, hanno rilevato che chi utilizza in modo eccessivo le chatbot basate sull’IA potrebbe avere problemi di creatività, capacità di attenzione, pensiero critico, memoria e altro ancora. Quello che è successo con l’avvento del GPS, che ha fatto diminuire la capacità di orientamento, e con i motori di ricerca, che hanno inciso e incidono sulle capacità mnemoniche, accade, per gli elementi sopra elencati, con l’IA. Man mano che i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) assumono un numero sempre maggiore di compiti cognitivi, con una vera e propria “esternalizzazione mentale”, il prezzo da pagare, e non in termini economici, è molto alto.  Altre ricerche puntano l’attenzione sulle conseguenze dell’uso dell’IA sull’attrito cognitivo (lo sforzo mentale per elaborare informazioni e prendere decisioni) e, di conseguenza, sulla capacità di pensiero acuto e di elaborazione di idee originali.

L’esperienza di Nataliya Kosmyna

L’esperienza fatta dalla ricercatrice Nataliya Kosmyna  è, a questo proposito, illuminante. Essendo impegnata nella ricerca di stagisti, notò che le lettere di presentazione dei candidati erano molto simili: lunghe, ben scritte e, dopo le introduzioni, spesso si soffermavano su un collegamento astratto e arbitrario con il suo lavoro. Ne arguì che gli aspiranti stagisti avevano utilizzato gli LLM per scrivere le lettere. Allo stesso tempo, durante le lezioni nel campus del MIT di Boston, notò che molti studenti dimenticavano i contenuti con maggiore facilità rispetto a qualche anno prima. Con la crescente dipendenza dagli LLM, ebbe il sospetto che ciò potesse influenzare le capacità cognitive dei suoi studenti e cercò di approfondire la questione. La preoccupazione di ricercatori come Kosmyna è che, se diventiamo troppo dipendenti dall’intelligenza artificiale, questa potrebbe influenzare il linguaggio che usiamo e persino la nostra capacità di svolgere compiti cognitivi di base. Come abbiamo visto, un numero crescente di studi suggerisce che questo “decentramento cognitivo” sull’IA può avere un effetto corrosivo sulle nostre capacità mentali, contribuendo al declino cognitivo. Gli strumenti che utilizziamo possono influenzare il nostro modo di pensare. Con l’avvento di Internet, ad esempio, compiti che un tempo richiedevano ricerche approfondite potevano essere risolti inserendo una query in un motore di ricerca. Gli studi hanno però dimostrato che con questi sistemi la nostra capacità di ricordare i dettagli è diminuita, un fenomeno noto come “effetto Google”. Rovescio della medaglia: Internet rappresenta un sistema di memoria esterno; utile, perciò, per liberare il nostro cervello per altre attività. La ricercatrice del MIT ha quindi creato un gruppo di lavoro e condotto un esperimento per verificare gli effetti dell’utilizzo degli LLM. 54 studenti, divisi in 3 gruppi, sono stati chiamati per scrivere brevi saggi. A un gruppo è stato consentito di usare ChatGPT. A un secondo la ricerca di Google, senza però i riassunti generati dall’IA. Il terzo gruppo non doveva usare nulla, solo il proprio cervello. Gli argomenti dei saggi erano volutamente aperti, quindi era necessaria poca ricerca per svolgere il compito, con spunti che includevano domande su lealtà, felicità o scelte di vita quotidiana. Le onde cerebrali di ogni studente sono state misurate durante il lavoro.  I risultati, non ancora pubblicati su una rivista scientifica, sono stati comunque sorprendenti. Secondo Nataliya Kosmyna, il cervello di coloro che avevano usato la propria mente mostrava un’attività diffusa in molte aree cerebrali, come se fosse in fiamme. Il gruppo che aveva utilizzato solo un motore di ricerca mostrava una forte attività nelle aree visive del cervello. Il gruppo ChatGPT, infine, aveva mostrato un’attività cerebrale notevolmente inferiore, ridotta fino al 55%. Il cervello di questi ragazzi, pur non andando completamente in sonno, evidenziava una scarsa attivazione nelle aree deputate alla creatività e all’elaborazione delle informazioni. ChatGPT ha avuto un impatto anche sulla memoria. Dopo aver inviato i loro elaborati, i partecipanti al gruppo che utilizzava l’IA non sono stati in grado di citare i propri testi e molti hanno avuto una sensazione di estraneità rispetto a quanto scritto. Altri studi hanno inoltre dimostrato che le persone diventano meno capaci di memorizzare e richiamare le informazioni quando utilizzano strumenti di intelligenza artificiale come ChatGPT. Sebbene i risultati siano ancora in fase di peer review, essi confermano quelli di altri studi. Ricercatori dell’Università della Pennsylvania hanno rilevato che quando le persone utilizzano chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa, tendono ad accettare passivamente ciò che essa comunica loro, senza un’analisi approfondita, arrivando persino a lasciare che l’IA ignori la loro intuizione.

Altri impatti sulla vita umana e professionale

Ci sono poi effetti decisamente molto più gravidi di conseguenze nefaste, perché potrebbero impattare sulla vita degli interessati. Un recente studio multinazionale ha rilevato che alcuni medici, dopo aver utilizzato uno strumento di IA per lo screening del cancro al colon per tre mesi, si sono dimostrati meno efficaci nell’individuare i tumori senza tale strumento. Queste ricerche illustrano gli effetti a breve termine che gli LLM possono avere sul cervello. L’impatto a lungo termine è invece, al momento, molto meno chiaro. I ricercatori del MIT, 4 mesi dopo lo studio iniziale, hanno chiesto agli studenti di scrivere un altro saggio, ma questa volta a coloro che avevano utilizzato ChatGPT è stato chiesto di lavorare senza. La connettività neurale nei loro cervelli era inferiore rispetto a coloro che avevano fatto il percorso inverso, il che potrebbe indicare che non si erano approcciati correttamente agli argomenti fin dall’inizio. Ad avviso di Adam Green, professore di neuroscienze presso la Georgetown University, a livello generale c’è da preoccuparsi: “l’IA svolgerà compiti che prima richiedevano un grande sforzo mentale. Esistono numerose prove che dimostrano come, se non si svolge un’attività di pensiero vera e propria, la capacità di pensare in quel modo si atrofizza”. Secondo Jared Benge, professore presso l’Università del Texas, l’uso dell’intelligenza artificiale non è automaticamente dannoso. Ad esempio, se l’IA libera spazio nel cervello per altre funzioni più importanti, questo potrebbe essere un vantaggio per le capacità cognitive. Ci sono delle precauzioni che si possono assumere per ridurre i rischi. “Perché pensiamo che l’intelligenza artificiale sarà così diversa da altre cose a cui il nostro cervello si è già adattato?”, si chiede Benge. Ma anche per lui le preoccupazioni sono abbastanza serie da indurre a ripensare al modo in cui utilizziamo questi strumenti. La BBC si è rivolta ad alcuni dei maggiori esperti del settore per sapere come dovremmo utilizzare l’intelligenza artificiale per evitare che ci offuschi la mente. Vent’anni fa, emerse l’idea che un eccessivo affidamento sulla tecnologia potesse causare una sorta di “demenza digitale”, con conseguente deterioramento della memoria a breve termine e di altri processi cognitivi. Benge ha recentemente partecipato a una meta-analisi che ha esaminato 57 studi su oltre 411.000 adulti: non è stata trovata alcuna prova a sostegno dell’esistenza della demenza digitale. L’uso della tecnologia sembra addirittura ridurre il rischio di deterioramento cognitivo. Nel contempo, però, (come abbiamo sopra accennato), alcuni studi hanno dimostrato che le persone che si affidano alla navigazione satellitare come il GPS smettono di costruire mappe mentali dell’ambiente circostante e la loro memoria spaziale continua a diminuire nel tempo. Un fenomeno simile, chiamato “effetto Google “, è emerso con l’avvento dei motori di ricerca. A quanto pare, tendiamo a ricordare meno facilmente le informazioni trovate tramite un motore di ricerca perché richiedono uno sforzo minimo.

Le reazioni del cervello

Sembra che il cervello peggiori nelle attività che deleghiamo.  Il professore Green fa qualche esempio: “con l’IA il saggio può suonare meglio o la presentazione può apparire più accattivante. Ma il lavoro mentale, la fatica, le false partenze, e quel momento in cui finalmente qualcosa scatta, sono esattamente ciò di cui il cervello ha bisogno. È come avere in palestra un robot che solleva il bilanciere al posto tuo” Come si può quindi utilizzare l’intelligenza artificiale e allo stesso tempo allenare il cervello? Innanzitutto, bisogna non fidarsi ciecamente di essa. Uno studio recente ha rilevato che gli utenti più assidui ottengono risultati significativamente peggiori in un test standard di pensiero critico, apparentemente perché sono abituati a delegare i propri processi mentali ai robot. Le persone si fidano persino più dell’IA che del proprio pensiero e della propria intuizione, anche quando l’IA sbaglia: un fenomeno che i ricercatori dell’Università della Pennsylvania definiscono “resa cognitiva”. Uno studio di Microsoft Research ha rilevato poi che il rischio è maggiore quando si ha poca familiarità con un argomento, quando non si hanno le competenze per giudicare se il prodotto è di buona qualità o meno. La soluzione: così come non ti fideresti della risposta a una domanda da parte di uno sconosciuto, non dovresti fidarti nemmeno dell’intelligenza artificiale. Sono proprio questi gli argomenti in cui è necessario prima valutare autonomamente ciò di cui ci si sta occupando. Meglio studiare prima, e solo dopo usare l’IA per mettere alla prova la tua prospettiva, senza consentire ad essa disostituirlo. Altro suggerimento. Quando chiedi all’IA di fornirti le informazioni che devi ricordare, vale anche la pena rallentare e interagire con essa, prendere appunti, preferibilmente a mano. L’impegno aiuta a memorizzare. Altro problema è che l’IA è brava a generare idee. La ricerca suggerisce che le persone che la utilizzano per compiti creativi producono idee più prevedibili e meno originali rispetto a chi non la utilizza. Questo potrebbe indebolire la tua capacità di essere creativo. Secondo Green, il cervello sviluppa la capacità creativa stabilendo connessioni inaspettate. Affidare questo compito all’intelligenza artificiale significa saltare l’allenamento. È importante che il cervello crei connessioni e attinga alle esperienze, ai ricordi e alle conoscenze di chi la usa per produrre qualcosa che solo l’utente stesso avrebbe potuto concepire. Alcune ricerche suggeriscono anche che la tecnologia rende più problematica la concentrazione. L’intelligenza artificiale potrebbe aggravare il problema: le risposte sono a portata di mano e ci sono molte opportunità per evitare difficoltà e disagi. Perciò, è meglio procedere, di proposito, lentamente.

In conclusione, va bene usare l’IA. Facilita tanti compiti, dai più banali ai più complessi. Ma il cervello ha bisogno di essere allenato, e in ciò non è diverso da qualsiasi altra cosa, umana o meno. Se lasci un’auto non utilizzata, senza metterla in moto ogni tanto, non ti meravigli se, alla fine, funzionerà poco e male, o non lo farà del tutto, e sarà da buttare. Se non vai in palestra con costanza, nessuna sorpresa se, quando ci tornerai, farai molta più fatica per fare gli stessi esercizi che prima affrontavi con grande padronanza, senza fatica. Sono esempi magari banali, ma rendono perfettamente l’idea.