Quando un’immagine falsa generata con l’intelligenza artificiale ritrae la presidente del Consiglio in lingerie e comincia a circolare sui social, il tema dei deepfake smette di essere una questione astratta. Giorgia Meloni ha scelto di rendere visibile il problema pubblicando lei stessa il contenuto su Facebook, con un avvertimento diretto: i deepfake possono ingannare e colpire chiunque, ma non tutti hanno la possibilità di difendersi come può farlo chi occupa una posizione pubblica.
Il caso ha riacceso un dibattito che in Italia ha radici più profonde di quanto sembri. Già cinque anni fa il volto dell’allora leader di Fratelli d’Italia era stato utilizzato per fotomontaggi pornografici da parte di due uomini, padre e figlio, poi finiti a processo davanti al Tribunale di Sassari, con Meloni costituitasi parte civile nell’ottobre 2024. Una querela per diffamazione presentata due anni fa per episodi analoghi è ancora pendente. Il fatto che la stessa vicenda si ripeta, con strumenti tecnologici più sofisticati e una velocità di diffusione incomparabilmente maggiore, dice qualcosa sullo stato degli strumenti di tutela disponibili.
Il Garante chiede di poter bloccare le piattaforme
Con un comunicato ufficiale del 6 maggio 2026, il Garante per la protezione dei dati personali ha ribadito la richiesta di poteri più incisivi.
Al centro della richiesta c’è la possibilità di interdire dall’Italia l’accesso ai servizi che consentono di generare e condividere contenuti a partire da immagini o voci reali, compresi quelli che producono falsi nudi senza il consenso delle persone ritratte. L’Autorità sottolinea che uno strumento simile permetterebbe di interrompere la catena virale delle condivisioni prima che il danno diventi irreversibile: quando sono in gioco diritti fondamentali come la protezione dei dati personali, la velocità di reazione non è un dettaglio procedurale ma la condizione che distingue un intervento efficace da uno tardivo. Nel comunicato vengono citati esplicitamente Grok, ChatGPT e Clothoff, quest’ultima già destinataria di un provvedimento di blocco nell’ottobre 2025 per via della natura lesiva dei contenuti prodotti. A gennaio 2026 il Garante aveva emesso un provvedimento di avvertimento nei confronti degli utilizzatori di questi stessi servizi, segnalando i rischi connessi al trattamento illecito di dati personali attraverso piattaforme di intelligenza artificiale generativa.
La richiesta dell’Autorità si inserisce in un quadro normativo in movimento, ma ancora frammentato. Sul piano nazionale, la Legge 132/2025 ha introdotto il reato di diffusione illecita di contenuti generati o manipolati tramite intelligenza artificiale. Il Disegno di legge 644, in discussione nelle ultime settimane, punta a rafforzare il diritto sulla propria identità anche rispetto a immagini solo parzialmente alterate dall’AI.
Il contesto europeo e le critiche politiche
Il dibattito parlamentare italiano si è animato con toni che vanno oltre la solidarietà bipartisan espressa nei confronti della premier. Anna Ascani, vicepresidente della Camera, ha criticato pubblicamente l’approccio del governo, ricordando che una proposta di legge volta a permettere alle autorità la rimozione immediata dei contenuti dalle piattaforme era stata affossata. Secondo Ascani, introdurre un reato senza costruire meccanismi operativi rapidi di rimozione equivale a intervenire sempre dopo che il danno è già avvenuto.
A livello europeo, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo per vietare le app di nudificazione basate sull’intelligenza artificiale, colmando una lacuna normativa segnalata da più parti. Il caso italiano si inserisce in una tendenza più ampia: i deepfake sessualmente espliciti di personaggi pubblici, da Taylor Swift a diverse figure politiche europee, continuano a moltiplicarsi con una velocità che i sistemi di moderazione delle piattaforme faticano a contenere, anche perché i meccanismi di segnalazione e rimozione basati sulle segnalazioni degli utenti agiscono spesso quando la diffusione virale ha già prodotto i suoi effetti.
