Digital Networks Act, governi UE lontani da un accordo e la riforma europea delle telecomunicazioni rischia di naufragare tra veti e sovranismi

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I governi dei 27 Stati membri non riescono a trovare un accordo sul Digital Networks Act, la proposta della Commissione Europea che ridisegna le regole delle telecomunicazioni su spettro, reti in fibra e contributo delle Big Tech. ConnectEurope, l'associazione che rappresenta le principali telco europee, ha risposto pubblicando un piano in 12 punti con richieste precise su licenze, net neutrality, switch off del rame e parità normativa con i grandi operatori digitali.

Sul tavolo di Bruxelles c’è una riforma attesa da anni nel settore delle telecomunicazioni europee, ma i governi dei 27 Stati membri continuano a dividersi su quasi tutto. Il Digital Networks Act, il pacchetto normativo con cui la Commissione Europea vuole riscrivere le regole delle tlc, avanza a fatica tra opposizioni nazionali, veti incrociati e interessi difficili da conciliare. La resistenza di fondo viene dalla riluttanza di molte capitali a cedere controllo su materie percepite come strategiche: la gestione delle frequenze radio, le condizioni di accesso alle reti, il modello con cui finanziare le infrastrutture di nuova generazione.

La frattura sullo spettro e il nodo Big Tech

Tra i punti più divisivi c’è la volontà della Commissione di centralizzare la gestione dello spettro radioelettrico, unificando le regole sulla concorrenza a livello europeo. Molti governi si oppongono con forza, rivendicando autonomia nelle scelte sulle frequenze nazionali. Altrettanto accesa è la discussione sul contributo economico delle grandi piattaforme digitali alle infrastrutture di rete. La proposta del cosiddetto fair share, che avrebbe imposto a soggetti come Google, Netflix e Amazon di partecipare ai costi di costruzione e manutenzione delle reti che utilizzano in modo massiccio, aveva trovato il sostegno di Francia, Italia e Spagna. Germania, Paesi Bassi e Irlanda si sono però opposti con altrettanta determinazione, anche per via di legami storici con le grandi piattaforme americane sul piano fiscale. Il risultato è che quella proposta è stata già accantonata, senza che si sia trovata un’alternativa condivisa.

Sul fronte dello switch off del rame la situazione non è più semplice. La Commissione aveva indicato il 2035 come orizzonte per la dismissione della vecchia rete telefonica in favore della fibra ottica, ma le condizioni di partenza variano enormemente da paese a paese. Spagna e Svezia hanno già pianificato la migrazione entro quest’anno, Lussemburgo e Danimarca entro il 2030, mentre molti altri Stati si trovano molto più indietro nel percorso di copertura e adozione. Applicare una scadenza unica in un contesto così disomogeneo appare agli occhi di molti governi sproporzionato rispetto alle realtà locali, e rischia di generare distorsioni invece di accelerare la transizione. A questo si aggiunge la questione dei fornitori cinesi: Bruxelles spinge per escludere Huawei e ZTE dalle reti 5G per ragioni legate alla sicurezza e al rischio di spionaggio industriale, ma anche su questo punto le posizioni nazionali divergono.

Le divisioni tra i governi europei seguono linee abbastanza definite. Il blocco dei paesi cosiddetti sovranisti, che comprende Italia, Francia, Germania, Austria, Ungheria e Slovenia, aveva già presentato a novembre un documento congiunto per contestare l’impianto stesso della proposta: questi paesi chiedono che il DNA resti una direttiva, strumento che lascia margini di flessibilità nel recepimento nazionale, anziché diventare un regolamento direttamente applicabile che imporrebbe regole identiche indipendentemente dalle condizioni di mercato di ciascuno Stato. Si oppongono alla centralizzazione delle licenze sullo spettro e guardano con scetticismo alle semplificazioni previste per le fusioni transfrontaliere tra grandi operatori. Sul fronte opposto, i paesi nordici e più digitalizzati come Spagna, Svezia, Danimarca e Lussemburgo sono in linea di principio favorevoli alle riforme, ma esprimono riserve sulle tempistiche, in particolare sullo switch off del rame, rispetto al quale si trovano già molto avanti nel percorso.

Il piano in dodici punti delle telco europee

Mentre il negoziato politico resta in una fase di stallo, le principali telco europee hanno deciso di muoversi. Connect Europe, l’associazione che raccoglie i maggiori operatori del continente, ha pubblicato un documento articolato in dodici punti con richieste precise indirizzate al legislatore europeo. Il punto di partenza è una premessa che l’associazione considera non negoziabile: la connettività rappresenta una leva industriale strategica per l’Europa, e senza reti più solide e scalabili gli obiettivi europei su intelligenza artificiale, cloud, cybersecurity e sovranità digitale restano difficili da raggiungere. Il documento chiede licenze per lo spettro a lungo termine o a tempo indeterminato, con quadri di rinnovo prevedibili e giuridicamente stabili, oltre a uno switch off del rame guidato dalle dinamiche di mercato piuttosto che da scadenze imposte per legge. Sul piano della regolamentazione dell’accesso, le telco chiedono che la deregolamentazione diventi la norma predefinita, con interventi normativi limitati ai soli casi di colli di bottiglia reali e documentati. Viene richiesto anche un aggiornamento delle regole sull’internet aperto per consentire le architetture 5G avanzate, compreso il network slicing e la differenziazione della qualità del servizio, con i contratti business-to-business esclusi dall’ambito di applicazione per non frenare la digitalizzazione industriale.

Sul rapporto con le grandi piattaforme digitali, il piano di Connect Europe chiede che i principali generatori di traffico siano obbligati a negoziare in modo equo le condizioni di interconnessione all’interno di un quadro normativo vincolante, con meccanismi efficaci di risoluzione delle controversie. La posizione è netta: gli approcci volontari si sono dimostrati insufficienti. Sul fronte della neutralità tecnologica, l’associazione chiede l’abrogazione della direttiva ePrivacy, ritenuta obsoleta e penalizzante per gli operatori, a favore di un’applicazione uniforme del GDPR valida per tutti gli attori della catena digitale. Il piano affronta anche la parità normativa con i fornitori satellitari che si espandono nel segmento direct-to-device, la resilienza delle infrastrutture come obiettivo orizzontale da non frammentare in obblighi settoriali sovrapposti e la semplificazione degli adempimenti in materia di sostenibilità ambientale, chiedendo che gli obiettivi green vengano perseguiti attraverso incentivi agli investimenti e modernizzazione, evitando obblighi di rendicontazione specifici per le tlc che si sovrappongono alla legislazione europea già esistente.