Digital Product Passport, la nuova carta d’identità digitale nel settore moda

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Il Regolamento Ecodesign per prodotti sostenibili introduce l'obbligo del Digital Product Passport per i prodotti immessi nel mercato europeo, con impatto diretto su filiere, contratti e canali di vendita digitale. Le imprese della moda sono tra le prime categorie interessate e devono avviare i processi di adeguamento prima che gli atti delegati rendano l'obbligo operativo.

Una delle innovazioni più importanti, per il settore moda, sta per essere progressivamente introdotta in Europa e porta il nome di Digital Product Passport.

Tramite il Regolamento Ecodesign per prodotti sostenibili, il legislatore europeo ha stabilito un principio destinato a incidere direttamente sull’attività delle imprese ovvero un prodotto potrà essere immesso sul mercato solo se accompagnato da un passaporto digitale conforme.

E’ chiaro come non si tratti di un qualcosa di facoltativo, ma di una condizione per operare nel mercato europeo.

Il Digital Product Passport è una carta d’identità digitale del prodotto, la cui funzionalità consiste nel raccogliere informazioni sull’intero ciclo di vita. Dalla provenienza delle materie prime ai processi produttivi, fino agli aspetti legati alla sostenibilità, alla riparazione e al fine vita.

Cosa dicono gli articoli 9 e 10 del regolamento

Proprio l’art. 9 del regolamento disciplina in modo chiaro che i dati devono essere accurati, completi e aggiornati. Tali informazioni devono, inoltre, essere associate a un identificativo univoco persistente e rese accessibili tramite un supporto dati fisicamente collegato al prodotto, al suo imballaggio o alla documentazione di accompagnamento, secondo quanto stabilito dall’articolo 10.

Lo stesso articolo prevede che i dati siano strutturati secondo formati interoperabili, leggibili e trasferibili, così da garantirne la circolazione lungo la filiera e tra sistemi diversi.

Uno dei principali equivoci riguarda l’ambito di applicazione.

Il Digital Product Passport non si applica indistintamente a tutte le aziende, ma ai prodotti per i quali sarà reso obbligatorio attraverso specifici atti delegati. Tuttavia, il regolamento stabilisce un principio chiaro. Laddove previsto, un prodotto non può essere immesso sul mercato senza un passaporto digitale conforme, come espressamente previsto dall’articolo 9.

Di conseguenza, i principali operatori economici, fabbricanti, importatori e distributori, sono chiamati a garantirne l’esistenza e la correttezza, in coerenza con il sistema di responsabilità distribuita lungo la filiera.

Ancora più rilevante è il fatto che il sistema coinvolge l’intera catena del valore. Diversi soggetti sono infatti chiamati a creare, aggiornare e rendere accessibili i dati contenuti nel passaporto digitale. Ne deriva che anche imprese non direttamente obbligate potranno essere coinvolte, ad esempio in qualità di fornitori chiamati a trasmettere informazioni necessarie.

Il settore moda è tra i principali destinatari di questa evoluzione normativa. La struttura delle filiere, spesso articolate e distribuite su più Paesi, rende complessa la raccolta e la gestione delle informazioni richieste.

Il Digital Product Passport introduce un livello di trasparenza che impone di ripensare i processi aziendali e i rapporti con i fornitori. Il regolamento mira infatti a rendere i prodotti tracciabili e verificabili lungo tutta la catena del valore, facilitando sia l’accesso alle informazioni da parte degli operatori sia i controlli da parte delle autorità.

Il DPP viene spesso percepito come una questione tecnologica, ma il vero nodo è organizzativo e giuridico.

Per realizzare un passaporto digitale conforme è necessario che le informazioni circolino correttamente tra tutti gli operatori coinvolti. Questo implica una revisione dei rapporti contrattuali, al fine di garantire l’affidabilità e la trasmissione dei dati lungo la filiera.

In assenza di una struttura chiara, il rischio non è soltanto operativo, ma riguarda la stessa possibilità di adempiere agli obblighi previsti dal regolamento.

L’impatto sulle vendite online e sulla trasparenza precontrattuale

Il Digital Product Passport incide anche sul momento della vendita. Il regolamento prevede che le informazioni contenute nel passaporto siano accessibili al consumatore prima della conclusione del contratto, anche nei casi di vendita a distanza. Questo comporta un impatto diretto sulle modalità di presentazione dei prodotti negli e-commerce e nei marketplace.

Il passaporto digitale diventa così parte integrante dell’esperienza di acquisto e della trasparenza precontrattuale.

In questa prospettiva, il DPP si inserisce in un più ampio quadro normativo volto a rafforzare la tutela del consumatore e la trasparenza nel mercato, in linea con quanto previsto dalla Direttiva Omnibus,
che ha rafforzato gli obblighi informativi nelle relazioni B2C. Il passaggio da informazioni sintetiche a dati strutturati e verificabili segna un’evoluzione significativa nel rapporto tra impresa e consumatore.

Gli step per l’entrata in vigore

Il regolamento Ecodesign è già entrato in vigore e ha definito i principi del Digital Product Passport. Tuttavia, l’obbligo concreto sarà introdotto progressivamente attraverso atti delegati che individueranno, per ciascun settore, i prodotti interessati e le relative modalità di applicazione. In questo scenario, attendere l’introduzione degli obblighi senza prepararsi significa esporsi al rischio di dover intervenire in tempi ristretti e con margini di manovra limitati.

È vero che il Digital Product Passport sarà introdotto gradualmente, ma la sua implementazione richiede interventi complessi quali la mappatura della filiera, la raccolta dei dati, la revisione dei contratti e l’integrazione dei sistemi informativi.

Attendere l’obbligo formale significa esporsi al rischio di dover intervenire in modo emergenziale, con costi più elevati e maggiori difficoltà operative. Al contrario, avviare per tempo un percorso di adeguamento consente di costruire un sistema coerente e sostenibile.

Marco Bellocco

Marco Bellocco

Consulente legale, si occupa di approfondimento giuridico e divulgazione sui profili normativi legati alle piattaforme digitali, alla compliance aziendale e all’evoluzione dei modelli di business nel commercio elettronico e nella moda. Autore di contributi e articoli di approfondimento, svolge attività di studio e ricerca sui temi del diritto di Internet, con particolare attenzione alle normative applicate al fashion e all’innovazione digitale.