Gli Stati Uniti vogliono cacciare i moduli ottici cinesi dai server che addestrano l’AI

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La Federal Communications Commission sta redigendo un divieto di importazione sui nuovi modelli di transceiver ottici cinesi destinati ai data center statunitensi, con pubblicazione attesa entro il 2026 ed efficacia immediata.

L’amministrazione statunitense sta preparando un divieto di importazione sui nuovi modelli di componenti cinesi destinati ai data center, secondo quanto riferito a Reuters da quattro persone informate del dossier. A redigere la misura è la Federal Communications Commission, l’autorità che vigila sulle telecomunicazioni americane, e il bersaglio sono i transceiver ottici, cioè i moduli che permettono ai dati di attraversare le fibre ottiche dentro gli impianti dove si addestrano e si eseguono i modelli di intelligenza artificiale. Gli uffici puntano a pubblicare il testo entro l’anno, con applicazione a partire da quel momento.

Cosa sono i transceiver ottici e perché Washington li considera un rischio

Un transceiver converte gli impulsi elettrici in segnali luminosi e li rimanda indietro all’altro capo del cavo. Dentro un data center ce ne sono decine di migliaia.

La preoccupazione americana riguarda la possibilità che apparati progettati e controllati da fornitori cinesi consentano la sottrazione di informazioni oppure l’installazione di software malevolo dentro le infrastrutture che ospitano i chip destinati all’intelligenza artificiale, con l’ipotesi ulteriore di un blocco dei servizi comandato dall’esterno. Le fonti che hanno raccontato il dossier all’agenzia hanno parlato in forma anonima, trattandosi di materia sensibile, e hanno precisato che la commissione può ancora rivedere il perimetro della norma oppure metterla da parte. Lo schema previsto ricalca quello già sperimentato su droni, router, robot e inverter di fabbricazione cinese, con un divieto esteso a tutti i nuovi modelli e una successiva lista di esenzioni riservata a buona parte dei fornitori esterni alla Cina, secondo tre delle persone sentite da Reuters.

“I transceiver rappresentano senz’altro un rischio”, ha dichiarato Divyansh Kaushik, esperto di politiche sull’intelligenza artificiale della società di consulenza Beacon Global Strategies. La logica dichiarata dall’amministrazione consiste nell’intervenire prima che l’hardware cinese risulti incorporato nella catena di fornitura delle industrie americane più avanzate, quando rimuoverlo diventa un’operazione lunga e costosa.

Chi perde e chi guadagna dal divieto sui componenti cinesi

L’azienda più esposta è Zhongji Innolight, tra i maggiori venditori mondiali di transceiver, finita a giugno nella lista del Pentagono delle imprese ritenute collegate all’apparato militare cinese, un elenco che in passato ha spesso anticipato provvedimenti più severi. Innolight non ha risposto alle richieste di commento. Secondo Counterpoint Research il gruppo detiene il 27% del mercato globale dei transceiver per data center, mentre un rapporto della Foundation for American Innovation segnala che il 90% dei suoi ricavi arriva da mercati esteri e che Coherent e Lumentum, pur offrendo tecnologie competitive, mancano della capacità industriale necessaria a rimpiazzare i produttori cinesi. Un divieto, di conseguenza, farebbe salire i costi per operatori cloud come Amazon Web Services, obbligati a spostare gli ordini altrove. Amazon Web Services, Coherent e Lumentum hanno preferito il silenzio.

La Borsa ha reagito nel giro di poche ore. Applied Optoelectronics ha guadagnato il 16%, Coherent il 13%, Lumentum l’11% e Corning l’8%.

Il precedente Huawei e i nuovi poteri sulla commissione americana

Dentro l’amministrazione il riferimento ricorrente resta Huawei. Gli apparati del gruppo cinese risultavano talmente radicati nelle reti di telecomunicazione statunitensi che il lavoro di sostituzione si è rivelato lento, dispendioso e mai portato a termine per intero. Chi spinge per la stretta sui transceiver punta a evitare la ripetizione di quella sequenza.

Sul piano istituzionale conta anche un passaggio di giugno, quando la Corte Suprema ha avallato il licenziamento di un commissario democratico della Federal Trade Commission deciso da Donald Trump, allargando i poteri presidenziali su una serie di agenzie regolatorie storicamente autonome.

Durante il primo mandato il presidente aveva costruito buona parte della propria linea politica sulla denuncia del furto di proprietà intellettuale attribuito alle imprese cinesi e sullo spionaggio contestato a Huawei, accuse sempre respinte dal gruppo. Nel secondo mandato l’approccio è risultato più prudente, evidentemente condizionato dall’uso che Pechino ha fatto dei propri controlli sulle esportazioni. L’ambasciata cinese a Washington ha invitato gli Stati Uniti ad ascoltare la voce della ragione proveniente dalle comunità imprenditoriali dei due Paesi e a smettere di screditare le aziende cinesi, avvertendo che Pechino adotterà tutte le misure necessarie di fronte a qualunque azione capace di danneggiare in modo sostanziale i suoi interessi.