Google multata per 403 milioni per violazioni della privacy sui dati di geolocalizzazione

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La Commissione irlandese per la protezione dei dati ha sanzionato Google per 403 milioni di euro per aver violato il GDPR nel trattamento dei dati di geolocalizzazione raccolti tra maggio 2018 e febbraio 2020 attraverso funzioni come Cronologia delle posizioni e Attività web e app. Oltre alla multa, la quarta più alta mai inflitta dal garante di Dublino, Google dovrà adeguare il trattamento dei dati entro sei mesi.

Google dovrà versare 403 milioni di euro per il modo in cui ha trattato e conservato i dati sulla posizione dei propri utenti europei. La sanzione porta la firma della Data Protection Commission irlandese, che l’ha decisa al termine di un’indagine rimasta aperta per oltre sei anni, e occupa il quarto posto tra quelle mai inflitte dall’autorità di Dublino, in una classifica guidata dagli 1,2 miliardi imposti a Meta nel 2023 per il trasferimento dei dati degli europei negli Stati Uniti. È anche la prima decisione della DPC contro Google da quando il GDPR è in vigore, mentre sul gruppo pendono altre tre istruttorie.

Perché il Garante privacy irlandese ha multato Google

La competenza spetta all’Irlanda perché Dublino ospita la sede europea di Google, circostanza che rende la Data Protection Commission l’autorità capofila per le attività del gruppo in tutta l’Unione e fa sì che la decisione riguardi anche gli utenti italiani. L’istruttoria ha preso in esame il periodo compreso tra il 25 maggio 2018, data da cui il GDPR si applica, e il 4 febbraio 2020, con un’attenzione specifica ad alcune funzioni legate alla localizzazione. Il collegio dei commissari ha accertato violazioni su più fronti: per Attività web e app e per Cronologia delle posizioni il trattamento dei dati è risultato privo di liceità e correttezza, mentre per Precisione della posizione l’azienda ha violato l’obbligo di responsabilizzazione previsto dal regolamento, perché si è dimostrata incapace di provare il rispetto del principio che impone di trattare i dati in modo lecito e corretto, oltre che trasparente. Le carenze sul piano della trasparenza riguardano tutte le funzioni esaminate, mentre per le prime due è emersa anche una conservazione dei dati di localizzazione protratta oltre il necessario. Accanto alla multa, l’autorità ha ordinato a Google di rendere conforme il trattamento entro sei mesi, con il testo integrale della decisione che verrà pubblicato in un secondo momento.

Secondo il vicecommissario Graham Doyle, queste mancanze hanno fatto sì che gli utenti potessero ignorare l’uso della propria posizione per mostrare loro pubblicità mirata o per dedurne gli interessi, con una perdita di controllo sui dati aggravata dai tempi di conservazione eccessivi.

Le funzioni di geolocalizzazione di Google finite sotto indagine

Attività web e app è un’impostazione riservata a chi possiede un account Google. Quando è attiva, consente all’azienda di registrare quello che l’utente fa sui servizi del gruppo, siti e app compresi, mentre tra le informazioni elaborate compaiono dati personali come la cronologia di navigazione e delle ricerche, insieme alla posizione.

Cronologia delle posizioni funziona in modo diverso, perché segue gli spostamenti di chi porta con sé un dispositivo mobile compatibile. Il servizio va attivato dall’utente con una scelta esplicita e da quel momento elabora i dati raccolti per ricostruire i luoghi visitati e i tragitti compiuti tra una tappa e l’altra. Il risultato confluisce nella funzione Spostamenti, una mappa privata consultabile tramite Google Maps che mostra a ciascuno dove è stato nei giorni precedenti. La mappa continua a registrare i movimenti effettuati con i dispositivi collegati all’account anche quando la persona sta facendo altro e nessun servizio di Google risulta aperto sullo schermo.

Precisione della posizione appartiene invece al sistema operativo Android, affina la localizzazione del dispositivo oltre i soli segnali GPS e resta disponibile anche per chi è privo di un account Google.

Come è nata l’indagine della DPC sui dati di posizione

L’inchiesta è stata aperta d’ufficio dalla DPC nel febbraio 2020, dopo i reclami depositati nel 2018 da diverse associazioni europee dei consumatori riunite nel BEUC, secondo le quali gli utenti venivano spinti con l’inganno ad accettare la condivisione della propria posizione con Google. Le denunce si fondavano su uno studio del Forbrukerrådet, il consiglio norvegese dei consumatori, che già allora descriveva il tracciamento come particolarmente difficile da evitare per chi usava uno smartphone Android.

Google ha dichiarato di aver cambiato in modo significativo le proprie pratiche dal 2019 in poi, introducendo strumenti per gestire i dati di localizzazione con maggiore semplicità.

In Irlanda la delicatezza dei dati di posizione è finita più volte sotto i riflettori negli ultimi anni. A settembre 2025 un’inchiesta dell’emittente pubblica RTÉ aveva mostrato con quanta facilità le informazioni sulla localizzazione dei telefoni si potessero comprare online: con i dati acquistati da un data broker, i giornalisti erano riusciti a ricostruire quasi in tempo reale gli spostamenti di centinaia di persone. Le pressioni arrivate sul governo e sulla DPC dopo quel servizio hanno spinto l’autorità ad aprire un’indagine su uno dei broker coinvolti. In quell’occasione Doyle aveva osservato che la posizione di un telefono può rendere i servizi online molto più utili ma anche esporre una quantità notevole di informazioni su una persona, comprese quelle di natura strettamente privata, un concetto che il vicecommissario ha ripreso quasi alla lettera nel commento alla decisione su Google.