Il Dipartimento di Stato USA prova a spegnere il caso “kill switch” nato dallo stop ad Anthropic

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Un cablo del Dipartimento di Stato datato 16 luglio chiede ai diplomatici americani di respingere l'espressione "kill switch" legata alla sospensione temporanea dei modelli Anthropic Mythos e Fable decisa il 12 giugno. Il documento definisce "esagerata" la narrazione sul controllo governativo della tecnologia americana e chiede di contrastare le iniziative di "sovranità digitale" in Europa e altrove.

Un documento diplomatico riservato del Dipartimento di Stato americano è finito sul tavolo delle ambasciate di mezzo mondo con un compito preciso: convincere i governi stranieri che l’accesso alla tecnologia americana non dipende da un interruttore nelle mani di Washington. Il cablo, firmato dal segretario di Stato Marco Rubio e datato 16 luglio, arriva a poco più di un mese dall’episodio che ha innescato la polemica, quando l’amministrazione Trump ha bloccato per motivi di sicurezza nazionale l’accesso di utenti non residenti negli Stati Uniti ai modelli più avanzati sviluppati da Anthropic.

Come nasce la definizione contestata

Il 12 giugno l’esecutivo americano ha disposto lo stop all’utilizzo di Mythos e Fable, i due modelli di punta di Anthropic, per chi si trovava fuori dai confini statunitensi. L’azienda ha risposto sospendendo l’accesso su scala globale, salvo poi vedere la misura revocata nel giro di poche settimane.

Da quell’episodio è nata l’espressione “kill switch”, diventata rapidamente il modo con cui commentatori e osservatori internazionali hanno descritto la capacità del governo americano di spegnere, con un ordine esecutivo, l’accesso a una tecnologia strategica. Il cablo del 16 luglio prova a smontare questa lettura punto per punto, senza però nominare mai Anthropic né richiamare esplicitamente l’episodio di giugno. Il testo sostiene che imporre una pausa a usi specifici o richiedere una finestra di trenta giorni di test prima del rilascio di una tecnologia particolarmente potente resta una misura di cautela, distante dall’idea di un pulsante magico azionabile a piacimento da un governo. I diplomatici vengono invitati a ribadire che la narrazione circolata all’estero risulta sproporzionata rispetto alla reale impostazione della politica tecnologica statunitense, costruita secondo il documento su regole tecniche e non su un controllo arbitrario.

La battaglia sulla sovranità digitale

Il cablo non si ferma alla difesa lessicale.

Rubio chiede ai diplomatici di contrastare attivamente quella che il documento definisce “sovranità digitale”, una categoria in cui rientrano le iniziative che impongono la localizzazione dei dati, applicano commissioni sull’uso della rete alle aziende straniere o costringono le piattaforme americane a rispettare normative locali sui contenuti. Il messaggio da veicolare presso i governi esteri punta su un argomento commerciale prima ancora che politico: le infrastrutture AI americane vengono presentate come sicure, affidabili e già pronte all’uso, in alternativa alla costruzione di sistemi nazionali alternativi che richiederebbero investimenti ingenti e tempi lunghi.

In diverse cancellerie europee l’episodio di giugno ha comunque lasciato un segno, alimentando le posizioni di chi spinge per rafforzare l’autonomia digitale dell’Unione rispetto ai fornitori statunitensi. Gli analisti che seguono le relazioni transatlantiche sulla tecnologia restano scettici sulla capacità di questo tipo di comunicazione diplomatica di cambiare davvero la percezione dei governi esteri, soprattutto in un momento segnato da tensioni commerciali parallele tra Washington e i suoi principali partner internazionali, tensioni che rendono più complicato separare gli argomenti tecnici da quelli più propriamente geopolitici.