La Corte Suprema degli Stati Uniti ha chiuso la porta al tentativo di Meta di sottrarsi al processo avviato dal Vermont contro Instagram. I giudici hanno declinato di esaminare il ricorso presentato dalla società, lasciando che la causa promossa dalla procuratrice generale Charity Clark seguisse il suo corso nei tribunali statali. L’accusa di fondo è che Instagram sia stato costruito intenzionalmente per generare dipendenza nei ragazzi, sfruttando le fragilità neurologiche e psicologiche tipiche dell’adolescenza per massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma e, di conseguenza, i ricavi pubblicitari.
Il design dell’engagement sotto accusa
Secondo la tesi del Vermont, Meta non si è limitata a sviluppare un prodotto di intrattenimento: avrebbe condotto studi approfonditi sulle vulnerabilità cognitive degli adolescenti, calibrando le funzionalità di Instagram per innescare un uso compulsivo ed eccessivo. L’obiettivo, sostiene l’accusa, era aumentare il volume delle inserzioni pubblicitarie rivolte al mercato del Vermont e ai suoi giovani utenti, mentre al pubblico veniva raccontata una storia diversa sulla sicurezza della piattaforma. Clark ha chiesto al tribunale sia una misura inibitoria permanente contro le pratiche scorrette sia sanzioni civili fino a 10.000 dollari per ogni singola violazione del Consumer Protection Act statale, con ogni accesso di un minore alla piattaforma potenzialmente conteggiato come violazione distinta.
Meta aveva respinto l’impostazione procedurale prima ancora di entrare nel merito: l’azienda sosteneva che il Vermont non avesse titolo per giudicarla, dal momento che Instagram era stato sviluppato altrove e non presenta caratteristiche riservate agli utenti di quello stato. La Corte Suprema del Vermont aveva già smontato questo ragionamento nel 2025, rilevando che Meta opera attivamente nel mercato pubblicitario e sociale dello stato, raccoglie dati sui suoi utenti e genera profitti da quella presenza. Chi si avvantaggia economicamente di un mercato statale, aveva scritto la corte, può aspettarsi di essere chiamato a rispondere in quella sede per le condotte collegate a quelle attività.
La mancata revisione da parte della Corte Suprema federale ha lasciato quella posizione intatta, rendendo il processo inevitabile.
Un fronte giudiziario in rapida espansione
La causa del Vermont non è un episodio isolato.
Fa parte di un’azione legale coordinata che nel 2023 aveva visto 42 procuratori generali statali avviare procedimenti paralleli in corti sia statali sia federali. Oggi i soli procedimenti centralizzati nella multidistrict litigation federale superano quota 2.500, con scuole, famiglie, singoli utenti e amministrazioni pubbliche tra i ricorrenti. Gli ultimi mesi hanno prodotto una serie di esiti sfavorevoli per Meta: ad aprile la corte del Massachusetts ha stabilito che l’azienda dovrà affrontare un processo analogo avviato dal procuratore generale di quello stato; a marzo una giuria del New Mexico l’ha condannata a pagare 375 milioni di dollari in sanzioni civili per aver ingannato gli utenti sulla sicurezza di Facebook e Instagram e per aver facilitato lo sfruttamento sessuale di minori sulle stesse piattaforme; sempre a marzo, a Los Angeles, una giuria ha riconosciuto la negligenza di Meta e di Google nella progettazione delle rispettive app, liquidando 6 milioni di dollari a una giovane donna che aveva sviluppato dipendenza dai social durante l’infanzia. A maggio, Meta ha raggiunto un accordo con un distretto scolastico del Kentucky, uno dei molti che chiedono alle piattaforme di coprire le spese sostenute per gestire una crisi di salute mentale tra gli studenti che le scuole stesse attribuiscono ai meccanismi delle piattaforme. In febbraio, durante un’udienza in California, Mark Zuckerberg aveva negato in aula che Instagram prenda deliberatamente di mira i minori.
