Il Center for Countering Digital Hate accende i riflettori sulle politiche di moderazione di Meta con uno studio che sollecita la Commissione europea a valutare la conformità della piattaforma al Digital Services Act. La ricerca si concentra sugli abusi online subiti dall’eurodeputata svedese Abir Al-Sahlani, del gruppo Renew Europe, dopo il voto del Parlamento europeo sul regolamento sui rimpatri legato alla migrazione. Il caso apre un confronto diretto tra i dati raccolti dai ricercatori e i criteri di moderazione applicati dalla piattaforma.
Cosa rivela lo studio sui commenti contro Al-Sahlani
I ricercatori hanno esaminato oltre 16.000 commenti pubblicati sugli account Facebook e Instagram della parlamentare, raccolti nel periodo successivo al voto sul regolamento rimpatri. Il 43% di quei messaggi conteneva contenuti d’odio e retorica anti-immigrati, un dato che secondo l’organizzazione fotografa con chiarezza la portata dell’ostilità rivolta agli utenti europei impegnati nel dibattito pubblico sui social.
Solo il 9% degli stessi commenti è stato classificato come discorso d’odio dalla politica di condotta applicata da Meta.
Le modifiche alle policy di Meta e il ruolo del Digital Services Act
Il rapporto invita la Commissione a indagare sulle modifiche introdotte da Meta a gennaio 2025, quando l’azienda ha rimosso alcune restrizioni su determinati argomenti in nome di un dibattito politico definito più libero, interrompendo nello stesso periodo il programma di verifica dei fatti affidato a soggetti terzi negli Stati Uniti.
Secondo l’organizzazione, questi cambiamenti espongono gli utenti europei, in particolare le donne, a livelli più alti di abusi online e creano il rischio concreto che alcuni gruppi restino esclusi dal dibattito democratico. Il caso di Al-Sahlani mostra come le nuove regole di Meta lascino ampi margini a contenuti che in passato sarebbero stati rimossi o limitati, con conseguenze dirette sulla partecipazione pubblica di categorie già esposte a forme di ostilità online. Il Digital Services Act obbliga le piattaforme di grandi dimensioni a valutare e mitigare i rischi sistemici legati ai propri servizi, incluse le conseguenze sulla sicurezza degli utenti e sul dibattito civico. Nella rubrica Inside the Feed di Giulia Laganà, è stato già affrontato il tema dell’odio online e del linguaggio violento sui social, un contesto utile per inquadrare il caso svedese in una tendenza più ampia.
Il CCDH chiede ora che l’obbligo di mitigazione dei rischi sistemici previsto dal regolamento europeo venga verificato concretamente, partendo dai dati raccolti sul caso della parlamentare svedese.
