Regolare il mercato senza orientarlo è uno dei compiti più difficili che un’istituzione pubblica possa assumersi, specie quando quel mercato è fatto di piattaforme che decidono chi parla, chi viene ascoltato e con quale amplificazione. La Commissione europea si trova oggi al centro di una controversia che tocca esattamente quella linea: mentre porta avanti procedimenti sempre più aggressivi contro X di Elon Musk sotto il Digital Services Act, a Bruxelles si moltiplicano segnali di sostegno politico verso W, startup svedese presentata come alternativa europea ai social americani. Euractiv riporta accuse formali rivolte all’esecutivo UE, secondo cui la Commissione avrebbe assunto una postura istituzionale che va oltre la neutralità regolatoria e che, di fatto, avvantaggia i concorrenti di X all’interno del mercato europeo delle piattaforme.
W, la piattaforma che nessuno ha finanziato ma tutti sembrano sostenere
La startup è stata lanciata pubblicamente al World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026. A guidarla è Anna Zeiter, già vicepresidente di eBay per privacy, intelligenza artificiale e responsabilità dei dati. Il nome del progetto gioca sull’alfabeto: W viene prima di X, e Zeiter lo ha confermato senza imbarazzo in un’intervista a Bilanz.ch. La piattaforma promette verifica obbligatoria dell’identità degli utenti per eliminare bot e profili falsi, hosting dei dati in Europa presso aziende europee, piena conformità al Digital Services Act e al Digital Markets Act. Il finanziamento arriva da investitori privati scandinavi, tra cui Ingmar Rentzhog, fondatore della piattaforma media di Stoccolma “We Don’t Have Time”, della quale W è tecnicamente una controllata. Il portavoce della Commissione ha escluso qualsiasi coinvolgimento diretto: nessun finanziamento pubblico, nessun accordo istituzionale. Euronews ha verificato e confermato questa posizione a fine gennaio 2026, smontando le voci – virali sui social – che attribuivano 500 milioni di euro di denaro pubblico all’iniziativa.
Eppure la distanza ufficiale tra Bruxelles e W appare sempre più difficile da sostenere sul piano politico. Un gruppo di 54 eurodeputati appartenenti ai cinque principali gruppi del Parlamento europeo – dai popolari del PPE ai socialisti dell’S&D, da Renew ai Verdi fino alla Sinistra – ha inviato una lettera aperta alla presidente von der Leyen chiedendo esplicitamente che la Commissione e i governi nazionali usino le proprie risorse per incentivare e finanziare alternative private europee a X. La lettera citava il dilagare di deepfake generati da Grok, il chatbot integrato di X, come prova dell’incompatibilità della piattaforma con i valori democratici europei. Il 4 marzo 2026 la Commissione ha registrato l’Iniziativa dei Cittadini Europei “European Public Social Network”, che chiede per via legislativa la creazione di una piattaforma social pubblica a livello europeo, finanziata collettivamente. I promotori hanno sei mesi per raccogliere il milione di firme necessarie ad avviare il percorso formale.
Il quadro che emerge combina due filoni distinti ma intrecciati: da un lato l’azione regolatoria contro X, dall’altro la costruzione graduale di un contesto istituzionale favorevole alle alternative. A dicembre 2025 la Commissione ha inflitto a X una multa da 120 milioni di euro per violazione degli obblighi di trasparenza previsti dal DSA – uso ingannevole del segno di spunta blu e pratiche pubblicitarie non conformi. A gennaio 2026 ha esteso l’indagine al sistema di raccomandazione algoritmico della piattaforma e ha aperto un fascicolo separato sull’uso di Grok per la generazione di immagini sessualmente esplicite di donne e minori.
X ricorre in Corte e l’America risponde con un rapporto del Congresso
La risposta di X non si è fatta attendere. La piattaforma ha impugnato la multa davanti alla Corte europea accusando i funzionari della Commissione di “bias prosecutoriale” e sostenendo che la sanzione fosse stata decisa prima del completamento dell’istruttoria. Il procedimento è descritto dal team legale di X come “incompleto e superficiale”. Parallelamente, il Comitato Giudiziario della Camera dei Rappresentanti statunitense ha pubblicato a febbraio 2026 un rapporto – dal titolo “The Foreign Censorship Threat, Part II” – che accusa la Commissione di aver condotto per oltre un decennio campagne di pressione sulle principali piattaforme americane per modificare le regole di moderazione dei contenuti su scala globale, con effetti diretti sulla libertà di espressione negli Stati Uniti. Il documento, basato su documenti interni ottenuti tramite subpoena alle aziende tech, cita più di cento incontri a porte chiuse tra funzionari UE e piattaforme tra il 2020 e il 2025. La Commissione ha respinto le accuse, ribadendo che l’applicazione del DSA avviene in base a criteri giuridici oggettivi e senza pressioni politiche esterne.
Quello che rimane sullo sfondo, evidentemente, è una domanda strutturale che il dibattito su W e sul social pubblico europeo ha riportato in superficie: l’Europa è in grado di produrre piattaforme digitali competitive attraverso il mercato, oppure ha bisogno di un intervento pubblico per colmare il divario con gli Stati Uniti e la Cina? Nessun social network europeo ha raggiunto scala globale in trent’anni di economia digitale. Mastodon è rimasto di nicchia. BlueSky ha attratto utenti europei in fuga da X ma conserva radici americane. W è ancora in fase beta.
