La Commissione stanga Google: 890 milioni di multa per aver violato il Dma

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La Commissione europea sanziona Google con 890 milioni di euro per due violazioni distinte del Digital Markets Act, riguardanti l'autopreferenza su Google Search e le restrizioni allo steering su Google Play. L'azienda ha 60 giorni di tempo per adeguarsi alle richieste di Bruxelles, pena il rischio di penalità giornaliere fino al 5% del fatturato mondiale.

Google dovrà versare complessivamente 890 milioni di euro alla Commissione europea, a seguito di due decisioni distinte che accertano la violazione del Digital Markets Act. Si tratta della prima sanzione applicata al gruppo sotto la nuova normativa, entrata in vigore per Google Search già dal settembre 2023. Il provvedimento chiude un’istruttoria avviata nel marzo 2024 e arrivata a conclusione dopo un lungo confronto con l’azienda, comprensivo di osservazioni raccolte tra gli operatori del mercato.

Autopreferenza nei risultati di ricerca

La prima sanzione, pari a 460 milioni di euro, riguarda il trattamento riservato ai servizi Google all’interno del motore di ricerca.

Secondo la Commissione, l’azienda continua a mostrare shopping, hotel, trasporti e risultati sportivi con una prominenza superiore rispetto a quella concessa ai servizi concorrenti: i risultati propri vengono collocati in cima alla pagina o arricchiti con filtri e contenuti visivi che i rivali non possono replicare. Il Digital Markets Act impone ai gatekeeper di applicare condizioni trasparenti e non discriminatorie nel ranking, un principio che secondo gli inquirenti europei non è stato rispettato in modo sistematico, nonostante le modifiche già proposte e testate da Google su alcuni servizi gratuiti come shopping, hotel e voli.

Le restrizioni sul Play Store

La seconda sanzione, da 430 milioni di euro, riguarda invece le pratiche di steering adottate da Google nei confronti degli sviluppatori di app.

Il Digital Markets Act consente agli sviluppatori di segnalare offerte alternative più economiche e di indirizzare gli utenti verso canali di acquisto esterni, senza costi aggiuntivi.

Gli inquirenti hanno accertato che Google ha impedito agli sviluppatori di comunicare liberamente con i propri utenti e di concludere contratti al di fuori del Play Store. L’azienda ha imposto al contempo commissioni sulle vendite realizzate tramite canali esterni per un periodo giudicato eccessivo rispetto a quanto previsto dalla normativa. Google può ricevere un compenso per l’acquisizione iniziale di un nuovo cliente attraverso il proprio negozio digitale, ma il livello delle commissioni applicate e la durata del relativo addebito sono risultati incompatibili con gli obblighi del regolamento europeo.

Le prossime tappe per Google

La Commissione ha ordinato all’azienda di porre fine alle condotte contestate, con l’obbligo di garantire un trattamento equo ai servizi terzi nei risultati di ricerca e di consentire agli sviluppatori di comunicare e promuovere offerte anche al di fuori del Play Store, sia dal punto di vista tecnico che contrattuale. Bruxelles ha comunque riconosciuto che Google ha già avviato test su nuove modalità di presentazione dei contenuti legati a shopping, hotel, voli e sport, un progresso considerato significativo verso la conformità, mentre il confronto proseguirà anche sull’applicazione dei principi della decisione a strumenti come AI Overviews e AI Mode.

L’azienda avrà 60 giorni di tempo per adeguarsi, altrimenti rischia penalità giornaliere fino al 5% del fatturato mondiale medio, e può comunque presentare ricorso contro la decisione.