Il mio professore di filosofia del liceo aveva solo una richiesta. Non voleva sentire Kant spiegato come sul libro. Diceva sempre: «Non voglio che ripetiate il libro a pappardella, come una preghiera. Voglio che leggiate, pensiate, e poi sviluppiate un vostro pensiero dietro l’idea del filosofo.»
All’epoca sembrava quasi una gentilezza. Un professore che ti alleggeriva il carico, che non ti obbligava a memorizzare tutto. Solo dopo ho capito che stava chiedendo a noi studenti qualcosa di molto più difficile ed impegnativo: elaborare. Costruire un pensiero che fosse nostro, anche se partiva da qualcun altro. Pretendeva il processo, non il risultato. E io quella cosa la sentivo giusta già allora, anche se non avrei saputo spiegare perché.
Ci penso spesso ultimamente. Qualche giorno fa parlavo con un cliente, mi ha raccontato di suo figlio: undici anni, carica la copertina di un libro su una chat AI e scrive «Crea un riassunto di questo libro di massimo 250 parole.» Trenta secondi dopo, il riassunto c’è.
Output ottimo. Input di due righe, senza un ragionamento dietro, senza una domanda vera.
Nessuno gli aveva insegnato a farlo. Ma soprattutto, nessuno gli aveva ancora spiegato cosa mancava in quel gesto.
Il déjà vu che non vogliamo vedere, ma possiamo cambiare
Quando Internet è entrato nelle scuole, la reazione istituzionale è passata attraverso tre fasi abbastanza prevedibili: ignoranza, diffidenza, accettazione passiva. Nel mezzo, non c’è stata quasi nessuna fase in cui qualcuno si è seduto a dire: come si usa questo strumento? Cosa significa cercare bene? Come si valuta una fonte?
Quegli anni li ricordo. Si copiavano versioni di latino e di greco da siti improbabili. Si faceva copia-incolla da Wikipedia senza rielaborare niente. E la risposta della scuola, nella maggior parte dei casi, era fingere che non stesse succedendo o vietare l’uso del computer in classe. Vent’anni dopo, l’uso critico del digitale non è ancora stabilmente integrato nei programmi scolastici italiani. Lo schema si sta ripetendo, identico, con uno strumento più veloce e più difficile da ignorare (e gestire), l’intelligenza artificiale. Ma c’è una differenza rispetto ad allora: questa volta lo vediamo mentre succede. E questo è già un vantaggio enorme.
Il problema non sono i ragazzi
Il dibattito pubblico sull’AI nelle scuole si concentra quasi sempre sugli studenti. Copiano, usano male lo strumento, vanno fermati, vanno controllati. È una lettura comoda perché sposta il problema su chi ha meno potere nel sistema e meno responsabilità nel disegnarlo.
Il reale problema risiede a monte. Il sistema di valutazione misura ancora l’output con criteri pensati per un mondo in cui l’AI non esisteva ancora. Uno studente che consegna un tema scritto con ChatGPT e uno che lo scrive da solo vengono valutati con gli stessi parametri, su un prodotto che non è più comparabile. Chi usa lo strumento e sa nasconderlo viene premiato. Chi non lo usa viene penalizzato anche quando ha fatto tutto bene. Questa non è una questione di onestà accademica. È un problema strutturale, e riguarda chi ha disegnato il sistema di valutazione, non chi ci vive dentro.
E poi c’è l’altra domanda, quella che nei convegni sull’introduzione dell’AI a scuola si sente meno: chi sta formando gli insegnanti?
La formazione che arriva dopo
Guardando la timeline italiana, le cose si muovono. Il DM 166 del 2025 ha introdotto l’AI come ambito di competenza digitale nelle scuole. La Legge 132 del 2025 ha posto le basi per l’integrazione dell’intelligenza artificiale nell’istruzione. A marzo 2026 è stato pubblicato un bando PNRR da cento milioni destinato alla formazione dei docenti sull’AI su base volontaria. Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, in bozza da aprile 2026, prevedono l’entrata in vigore nell’anno accademico 2027/28.
Tutto benvenuto. Tutto necessario.
Tuttavia mentre questi strumenti venivano predisposti, i ragazzi usavano già da anni ChatGPT (o altri strumenti AI) per fare i compiti. Il bando è volontario: le scuole che vogliono partecipano, le altre no. Le Indicazioni nazionali entreranno in vigore tra due anni. Nel frattempo, ogni insegnante gestisce la situazione come può, spesso senza supporto, spesso senza una posizione istituzionale chiara su cui appoggiarsi.
Il ritardo non è una colpa di qualcuno in particolare. È uno schema che si ripete perché le istituzioni educative si muovono su tempi diversi dalla tecnologia. Il problema è che lo sappiamo già, lo abbiamo visto con Internet, e ancora non siamo riusciti a cambiare il ritmo.
Vietarla non funziona… e lo sappiamo già
Alcune scuole hanno scelto il divieto. È una risposta comprensibile, ma certamente inutile. Rilevare un testo generato da AI è già difficile oggi, e diventerà più difficile. Se la risposta al problema è imparare a non farsi scoprire, allora non stiamo insegnando niente. Non abbiamo insegnato niente sull’AI, e non abbiamo insegnato niente sull’onestà intellettuale.
C’è un esempio che vale la pena guardare. L’Estonia, con il programma AI Leap 2025, ha portato ChatGPT Edu nelle scuole superiori attraverso un accordo diretto con OpenAI: circa 15.000 studenti coinvolti, formazione strutturata per i docenti, linee guida chiare sull’uso in classe. Non una sperimentazione isolata in un singolo istituto, ma una scelta di sistema, con l’obiettivo dichiarato di portare lo strumento dentro la scuola in modo regolato, invece di lasciarne l’uso in una zona grigia.
Non lo cito come modello da copiare perché i contesti sono diversi, anche le risorse sono diverse. Lo cito perché pone una domanda che vale anche da noi. È possibile fare una scelta di sistema invece di lasciare che ogni scuola, ogni classe, ogni insegnante inventi la propria risposta? Come dicevo, non è un modello da copiare. È un esempio che la scelta coerente è possibile.
Dal prodotto al processo, il “cambio” che “cambia” tutto
Nei documenti ufficiali sulla valutazione e sull’introduzione dell’AI nelle scuole compare spesso una formula: bisogna passare dal valutare il prodotto al valutare il processo. È scritto bene. Ma è anche talmente vago da non impegnare nessuno.
Valutare il processo significa ripensare le verifiche. Significa che un insegnante deve capire cosa fa uno strumento di AI, non solo sapere che esiste. Significa che qualcuno deve formare chi forma, e che quella formazione deve arrivare prima che lo strumento sia già ovunque, non dopo. Significa cambiare il modo di stare in classe, non solo aggiornare i programmi.
Nessuno di questi cambiamenti è impossibile. Nessuno è semplice. E nessuna innovazione culturale si risolve con un bando, per quanto generoso.
Chi sarà quel professore di filosofia?
Continuo a tornare a quella scena: un bambino di undici anni, una copertina caricata su una chat, un riassunto perfetto. Il gesto era tecnicamente corretto. Quello che mancava era tutto il resto. La lettura, il pensiero, la fatica di trovare le parole giuste per dire quello che si è capito. Quella roba non la fa nessun modello linguistico. La fai tu (anche insieme al modello linguistico). Ma qualcuno deve ancora insegnartelo.
Il mio professore di filosofia lo faceva perché aveva deciso che quello era il suo compito. Non stava aspettando le indicazioni nazionali.
La domanda che mi porto dietro, lavorando su questi temi ogni giorno nel mio lavoro e come segretaria di Digital for Children, è questa: chi sarà oggi, per i ragazzi che usano ChatGPT (o simili), quel professore di filosofia?
