Cinque delle principali organizzazioni di rappresentanza delle imprese americane hanno chiesto formalmente all’amministrazione Trump di agire sul piano diplomatico nei confronti dell’Unione Europea. L’obiettivo è ottenere una sospensione – o almeno una revisione sostanziale – della nuova Direttiva sulla Responsabilità del Prodotto, adottata dal Consiglio UE nell’ottobre 2024 e in vigore dall’8 dicembre dello stesso anno. A guidare il fronte è la US Chamber of Commerce, affiancata da altre quattro grandi associazioni di categoria. La richiesta è stata formalizzata in una lettera indirizzata al rappresentante per il commercio Jamieson Greer, nella quale si esprimono “preoccupazioni significative” per gli effetti della norma sulle imprese americane che esportano beni e servizi nel mercato europeo.
Cosa prevede la direttiva e perché cambia tutto
La Direttiva UE 2024/2853 aggiorna un impianto normativo che risaliva al 1985, ridisegnando in modo profondo le regole sulla responsabilità civile per i prodotti difettosi. Per quarant’anni, il consumatore che subiva un danno doveva dimostrare tre elementi: il difetto del prodotto, il danno subito e il nesso causale tra i due. Con le nuove regole, questo schema si rovescia parzialmente: quando il consumatore si trova in una posizione di difficoltà oggettiva nel raccogliere le prove – situazione frequente con tecnologie complesse come il software o i sistemi di intelligenza artificiale – il tribunale può stabilire che sia il produttore a dover dimostrare che il proprio prodotto non era difettoso. La direttiva estende inoltre il perimetro di applicazione ai prodotti digitali: software standalone, aggiornamenti, sistemi AI e servizi digitali integrati in prodotti fisici rientrano ora esplicitamente nella norma. Gli Stati membri dell’UE hanno tempo fino al 9 dicembre 2026 per recepirla nelle rispettive legislazioni nazionali; da quella data si applicherà a tutti i prodotti immessi sul mercato.
Kristen Kaufman, vicepresidente senior del US Council for International Business – organismo che rappresenta oltre 300 aziende Fortune 500 e che ha co-firmato la lettera a Greer – ha illustrato le implicazioni con un caso concreto. Se un paziente subisce un danno da uno strumento diagnostico basato su AI, con le vecchie regole era lui a dover provare il difetto; con le nuove, è il produttore a dover dimostrare che il prodotto funzionava correttamente. Una differenza che, negli ambienti industriali americani, viene letta come una porta aperta alle class action finanziate da terzi, con costi legali e reputazionali difficili da quantificare in anticipo.
Il lobbying americano e le tensioni commerciali con Bruxelles
Nella lettera a Greer, le associazioni firmatarie chiedono esplicitamente che il rappresentante per il commercio valuti di richiedere a Bruxelles una “pausa” nell’implementazione della direttiva, avanzando riserve sugli effetti che la norma produrrebbe sulle “partnership economiche e strategiche” tra i due blocchi. Un dirigente del settore industriale, interpellato dal Financial Times, ha precisato che pur essendo le industrie tech e farmaceutica quelle più attive sul fronte del lobbying, l’impatto della direttiva si estende a qualunque azienda americana operativa in Europa.
La vicenda si inserisce in un contesto di relazioni commerciali transatlantiche già cariche di tensioni. Washington e Bruxelles stanno ancora cercando di rendere operativo il Turnberry Agreement, l’accordo raggiunto nel luglio scorso nel resort scozzese del presidente americano, che prevedeva la riduzione dei dazi europei su prodotti industriali e agricoli americani in cambio di un’aliquota del 15% sulle esportazioni europee verso gli USA. I negoziati tra le due parti non hanno raggiunto un’intesa nell’ultima sessione di mercoledì. Nel mezzo, Trump ha sorpreso le diplomazie europee minacciando di riportare i dazi su auto e camion al 25%, livello precedente all’accordo. Sul piano giuridico, la Corte Suprema americana ha annullato i dazi originali dell’amministrazione, che ha avviato nuove inchieste su presunte pratiche commerciali sleali da parte di governi stranieri – strumento che consentirebbe di imporre nuove tariffe una volta completate le verifiche.
