Il commercio digitale ha raggiunto in Italia una dimensione economica complessiva di 993 miliardi di euro, una cifra che racconta quanto l’e-commerce sia diventato parte del sistema produttivo nazionale.
Il dato emerge dalla nuova edizione dello studio realizzato da Netcomm insieme a Nomisma, che sarà presentato ufficialmente a Roma il 23 giugno, durante l’evento Digital Value Chain Impact in programma allo Spazio Esperienza Europa David Sassoli. La ricerca osserva l’intera filiera del digital commerce, comprendendo sia gli scambi tra imprese sia le vendite dirette ai consumatori, e individua al suo interno gli operatori che gestiscono piattaforme e negozi online insieme ai fornitori delle materie prime necessarie a realizzare i beni venduti. A questi due livelli si aggiunge un ampio sistema di servizi che sostiene le vendite digitali giorno per giorno: la logistica che consegna i prodotti, il marketing che li promuove, l’analisi dei dati che orienta le decisioni delle imprese, oltre al packaging e ai sistemi di pagamento che rendono possibile ogni transazione.
Quanto vale l’e-commerce per l’economia italiana
Dentro la cifra complessiva di 993 miliardi di euro si nascondono due componenti distinte, che insieme spiegano il peso reale del settore sull’economia del Paese.
La prima componente è il valore aggiunto, pari a 293 miliardi di euro, ovvero la ricchezza che resta effettivamente dentro il sistema economico italiano e che equivale al 13% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Una parte di questa ricchezza si traduce in salari per chi lavora nel settore e in profitti per le imprese che vi operano, mentre un’altra finisce allo Stato sotto forma di imposte. La seconda componente, pari a 700 miliardi di euro, corrisponde invece ai consumi intermedi, cioè ai beni e ai servizi che le aziende acquistano per portare avanti la propria attività quotidiana. Secondo i calcoli dello studio, ogni euro spesso online attiva 5,6 euro di valore lungo l’intera catena produttiva, un effetto moltiplicatore che misura quanto la spesa digitale si propaghi nel resto del sistema economico.
La filiera digitale coinvolge oggi 2,2 milioni di lavoratori, una quota che equivale a circa il 9% degli occupati in Italia, e versa allo Stato 69 miliardi di euro tra imposte dirette e indirette.
Come crescono le esportazioni digitali e l’uso dell’intelligenza artificiale
Sul fronte degli acquisti, nel 2025 il valore delle vendite digitali in Italia ammonta a 178 miliardi di euro, composti da 105 miliardi generati da transazioni tra imprese e verso la pubblica amministrazione e da 73 miliardi legati alle vendite dirette ai consumatori. La quota di consumi che passa oggi dal canale digitale supera il 13% del totale, mentre il 62% degli italiani acquista online con regolarità. Un ruolo crescente lo gioca anche l’export: tra il 2023 e il 2025 le vendite digitali verso l’estero sono aumentate del 9%, un ritmo tre volte superiore a quello dell’export italiano complessivo, fermo al 3% nello stesso periodo. Tra le aziende italiane più orientate al digitale, un quinto considera già l’e-commerce il proprio canale principale per vendere all’estero, mentre quasi la metà prevede di investire nei canali digitali per sostenere le esportazioni nei prossimi tre anni.
Cresce anche il peso dell’intelligenza artificiale nelle scelte d’acquisto: il 71% di chi usa assistenti virtuali per orientare le decisioni di spesa online, una quota che sale all’80% tra i Millennials.
Cosa chiede Netcomm a Italia ed Europa
Ai numeri la ricerca affianca alcune richieste rivolte alle istituzioni italiane. Netcomm chiede di riconoscere il commercio digitale come settore strategico per il Paese e di sostenerlo con una politica industriale dedicata, pensata in particolare per accompagnare la trasformazione delle piccole e medie imprese. Tra le misure indicate figurano incentivi stabili per la digitalizzazione, un piano di formazione che copra l’intero percorso scolastico e professionale e un sostegno più strutturato per l’export digitale delle aziende italiane.
Le richieste si estendono anche al piano europeo. Netcomm sostiene che l’Italia debba assumere un ruolo più attivo nel rafforzare il Mercato Unico digitale, oggi ancora diviso tra approcci nazionali differenti. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha costruito un impianto normativo ampio, dal GDPR al Digital Services Act, dal Digital Markets Act al regolamento sulla sicurezza generale dei prodotti, e il Consorzio ne condivide gli obiettivi di fondo, dalla tutela dei consumatori a quella della concorrenza, fino alla protezione dei diritti fondamentali. Dopo una stagione legislativa così intensa, secondo Netcomm la priorità diventa adesso consolidare e semplificare le regole già esistenti, per poi applicarle in modo più uniforme tra i diversi Stati membri: l’applicazione disomogenea e le sovrapposizioni tra strumenti normativi differenti generano infatti costi di adeguamento sproporzionati, che colpiscono soprattutto le imprese più piccole. In linea con le posizioni di Ecommerce Europe, di cui è socio fondatore, il Consorzio propone di trasformare la semplificazione normativa in un obiettivo permanente di ogni nuova iniziativa legislativa, valorizzando percorsi già avviati come il Digital Fitness Check e il Digital Omnibus.
Le altre priorità riguardano il collegamento tra le normative già in vigore, a partire dal raccordo tra GDPR, ePrivacy, DSA, DMA, AI Act e regole sulla sicurezza dei prodotti, oltre alla riforma doganale europea, dove alcune iniziative nazionali scoordinate stanno già producendo effetti distorsivi sul mercato. Netcomm chiede inoltre di rafforzare l’applicazione delle regole già esistenti, con una cooperazione più stretta tra le autorità nazionali, e di costruire un quadro unico per il commercio omnicanale, capace di superare la distinzione tra vendita online e offline e di garantire alle imprese adempimenti più semplici.
