Intro: avviso di moderazione o phishing?
Ogni giorno, mi sveglio e so che il mondo digitale corre rapidamente…
“Un problema con un post che hai pubblicato” è stato il titolo dell’avviso che ho ricevuto tramite e-mail da parte di LinkedIn, in cui veniva segnalata una violazione delle politiche della community professionale in materia di immagini intime non consensuali. Con tanto di avviso circa la rimozione del contenuto dal social, con l’invito a visitare la pagina dell’avviso relativo alla decisione “per ulteriori dettagli e risorse” con tanto di un grosso pulsantone da cliccare. Pur verificando la genuinità del mittente, ho comunque dubitato che potesse essere phishing. Motivo per cui ho evitato quel clic.
Dopodiché, ovviamente, ho voluto controllare. Aprendo il mio profilo e scoprendo che, in effetti, l’avviso c’è, eccome. Il post cui fa riferimento lo avevo pubblicato circa 2 anni fa, sulla household exemption nella videosorveglianza e le FAQ del Garante Privacy circa l’applicazione – o meno – del GDPR ai sistemi ad uso domestico. Motivo per cui poteva essere difficilmente riconducibile, anche in maniera alquanto fantasiosa, alla violazione contestata.
Dopo breve tempo, arriva una seconda comunicazione “Aggiornamento: il post che hai pubblicato è di nuovo su LinkedIn” in cui viene riconosciuto l’errore per effetto di un riesame svolto autonomamente dalla piattaforma circa l’applicazione delle policy. E così, è riconosciuto l’errore e si informa che il post è nuovamente tornato disponibile. Sempre con un pulsantone per visualizzare la pagina dell’avviso, che ovviamente non clicco.
Svolgo nuovamente un controllo sicuro, per scoprire che la comunicazione è nuovamente reale. Con tanto di scuse per l’errore.
Outro: il problema non è algoritmico.
Le scuse non bastano. Anche perché il problema non è certo riconducibile esclusivamente all’algoritmo di moderazione. Nel momento in cui c’è un errore come quello occorso, il quale, peraltro, ha coinvolto molti utenti della piattaforma e non sembra essere neanche la prima volta, sarebbe preferibile ricevere non solo delle scuse ma quanto meno una spiegazione completa dell’accaduto. E l’indicazione delle misure correttive adottate.
Insomma, sembra più un problema di politiche della piattaforma. Principalmente, per quanto riguarda gli aspetti di trasparenza. Anche perché, fra l’altro, c’è l’art. 17 del DSA che prevede l’obbligo di fornire una motivazione chiara e specifica circa le restrizioni applicate ai contenuti, con tanto di indicazione del le informazioni minime da dover fornire. Cosa che, effettivamente, non c’è stata. Anzi, a dire la verità, non c’è stata neanche una spiegazione del problema occorso. Insomma: un’ennesima doccia fredda per gli entusiasti dell’algoritmo, dopo quella del caso Nvidia.
L’iperproliferazione dei contenuti comporta, ovviamente, la necessità di applicare dei filtri automatizzati come presidio di primo livello. Ma la trasparenza circa l’impostazione o il funzionamento di queste misure è spesso carente, così come la previsione di contrappesi adeguati per evitare una deriva verso gli eccessi propri – e nel caso di AI, le allucinazioni – delle decisioni automatizzate. Eppure, le politiche di moderazione spesso non forniscono informazioni sufficienti per consentire all’utenza di comprenderne le dinamiche di funzionamento.
Altrimenti più che utenti più o meno attivi della piattaforma si è relegati al ruolo di sudditi.
