Dietro ogni risposta generata da un modello di intelligenza artificiale c’è qualcosa che i comunicati stampa e i festival della tecnologia tendono a non menzionare e cioè una quantità enorme di energia elettrica. I grandi sistemi di calcolo distribuito, i data center che ospitano modelli linguistici e infrastrutture cloud, i supercomputer che addestrano algoritmi sempre più complessi consumano potenza in misura crescente, con proiezioni che nei prossimi anni porteranno il settore a competere con interi comparti industriali tradizionali per l’accesso alla rete elettrica. La corsa globale all’intelligenza artificiale, raccontata quasi sempre come una sfida tra algoritmi, piattaforme e normative, ha quindi un piano di realtà che viene prima di tutto il resto: chi ha l’energia vince, chi non ce l’ha aspetta.
È in questo contesto che va letto quanto accaduto a Parigi durante il summit Choose France. Macron ha annunciato oltre 110 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture AI e data center, con impegni sottoscritti da alcuni dei più grandi operatori finanziari e tecnologici del mondo. SoftBank ha firmato per 75 miliardi, affiancata da Brookfield, Ardian, MGX e Salesforce. Se i progetti arrivassero a compimento, la Francia acquisterebbe circa 10 gigawatt di nuova capacità computazionale, un salto di proporzioni difficili da immaginare se si considera che a fine 2025, secondo i dati di Schneider Electric, la capacità installata nei data center francesi si attestava intorno a 1,5 gigawatt. La moltiplicazione sarebbe quindi di un ordine di grandezza significativo, sufficiente a trasformare il Paese in uno degli hub digitali più rilevanti del continente. Ma il punto che merita attenzione non è tanto la cifra in sé, quanto la logica industriale che la sorregge: Parigi non sta semplicemente cercando di attirare capitali stranieri. Sta costruendo attorno alla propria infrastruttura energetica esistente una strategia di lungo periodo che tratta data center, intelligenza artificiale e produzione elettrica come parti dello stesso ecosistema.
Il nucleare come vantaggio competitivo che non si improvvisa
La Francia dispone già oggi di una delle produzioni elettriche più stabili, abbondanti e meno dipendenti dalle fonti fossili dell’intera Europa. Decenni di investimento nel nucleare civile hanno prodotto una rete capace di garantire continuità di approvvigionamento, grandi volumi disponibili e prezzi relativamente stabili nel tempo. Per i grandi data center, questi elementi non sono optional: sono precondizioni. Un campus digitale di grandi dimensioni può assorbire la stessa quantità di energia di una città di medie dimensioni, e ha bisogno di sapere che quella energia ci sarà domani, dopodomani e tra dieci anni, senza interruzioni e senza picchi di costo che rendano i conti impossibili da chiudere. Macron ha costruito la sua offerta agli investitori esattamente su questo presupposto, presentando la Francia come il luogo europeo dove queste condizioni esistono già e dove la politica si impegna ad accelerare tutto il resto.
Il cuore operativo della strategia sono i siti definiti “fast-track”: aree industriali dismesse o in fase di riconversione, già dotate di connessioni alla rete elettrica ad alta tensione, dove i nuovi data center possono essere realizzati aggirando almeno in parte gli iter autorizzativi ordinari. Uno dei cantieri scelti da SoftBank sorge accanto a una ex centrale a carbone e gas di proprietà di EDF, con accesso diretto a un’infrastruttura di trasmissione già esistente. Laurent Bataille, responsabile Europa di Schneider Electric, ha spiegato al Financial Times che questa soluzione consente di comprimere procedure che in condizioni normali richiederebbero quasi dieci anni.
Anche così, i tempi restano lunghi. Sikander Rashid di Brookfield Asset Management ha dichiarato che il progetto nel nord della Francia non riceverà il primo carico di energia prima del 2029. Il nodo principale rimane l’accesso alla rete: in diverse aree del Paese le autorizzazioni per nuove linee di trasmissione richiedono anni, soprattutto quando i tracciati attraversano terreni agricoli, zone residenziali o aree protette. Lo stesso Financial Times ha precisato che una parte rilevante degli impegni annunciati è ancora legata a condizioni finanziarie e industriali da definire, e che nel settore è prassi consolidata rendere pubblici grandi investimenti con anni di anticipo rispetto all’effettivo avvio dei cantieri. La distanza tra l’annuncio e la posa del primo mattone, in questo comparto, può essere molto ampia. Eppure, anche tenendo conto di tutti questi margini di incertezza, la Francia ha compiuto una scelta che va oltre la comunicazione: ha deciso che la politica energetica e la politica digitale si governano insieme, con una visione unitaria, e che chi arriva a quella partita senza una strategia coerente rischia di restare fuori dal tavolo quando le decisioni più importanti saranno già prese.
L’Italia tra Lombardia in ebollizione e nucleare che verrà
Il confronto con l’Italia non è impietoso sul piano dei numeri assoluti, almeno per quanto riguarda la situazione attuale. La Lombardia è già uno dei principali poli europei per i data center con la sola area milanese ospita 33 strutture attive sui 49 presenti in tutta la regione, distribuite su 32 comuni della città metropolitana. Altri 10 sono in costruzione e 23 sono in fase di valutazione presso gli enti locali. Secondo lo studio Bit&Wat realizzato da Enel Green, la regione concentra circa il 70% degli investimenti italiani nell’intero settore. Il Consiglio dei ministri ha dichiarato di “preminente interesse nazionale” il maxi progetto di EdgeConneX, che prevede tre nuovi data center per un investimento stimato attorno ai tre miliardi di euro. Sono numeri che raccontano una domanda reale, una capacità attrattiva concreta e un posizionamento europeo che non è ancora compromesso. Il problema è che attorno a questi insediamenti si sta aprendo uno scontro che mette in luce qualcosa di più profondo dell’opposizione locale e cioè l’assenza di una cornice strategica nazionale dentro cui collocare e governare questa crescita. Comuni, associazioni e comitati di cittadini sollevano questioni che sarebbe sbagliato liquidare come resistenze preconcette: il consumo di suolo agricolo e urbanizzato, la pressione sulla rete elettrica locale, l’utilizzo delle risorse idriche per il raffreddamento, le emissioni termiche, la sicurezza ambientale degli impianti. Sono problemi reali, già esplosi con forza negli Stati Uniti, dove la crescita accelerata dei data center ha generato conflitti politici e giudiziari in Virginia, Texas, Georgia e in altri stati.
La differenza è che altrove questi conflitti vengono affrontati dentro una strategia nazionale che definisce dove si può costruire, come si alimenta, chi paga le infrastrutture di rete e quali compensazioni spettano ai territori. In Italia, per ora, ogni progetto viene gestito separatamente, con il risultato che la discussione si polarizza tra chi considera i data center infrastrutture strategiche irrinunciabili e chi li vive come una minaccia al territorio senza che nessuno dei due abbia una mappa condivisa su cui ragionare.
Sul fronte energetico, la Camera, proprio durante gli scorsi giorni, ha approvato con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti la delega sul nucleare sostenibile. Il testo passa ora al Senato e non autorizza ancora la costruzione di alcun impianto, limitandosi ad affidare al Governo il compito di ridisegnare il quadro normativo per rendere possibile, in futuro, un ritorno alla produzione elettrica da fissione. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di un passo verso la maturità degli Small Modular Reactor e degli Advanced Modular Reactor, piccoli reattori modulari di quarta generazione che nelle intenzioni dell’esecutivo dovrebbero affiancare le fonti rinnovabili per rispondere alla crescita della domanda elettrica legata ad AI, data center ed elettrificazione industriale. Le incognite restano molte, a partire dai i tempi di sviluppo di queste tecnologie che sono ancora incerti, passando per la sostenibilità economica dei reattori modulari e finendo al consenso politico e sociale attorno al tema in Italia è storicamente fragile. Quello che la delega produce, però, è un segnale politico che mancava da decenni: per la prima volta il tema dell’autonomia energetica torna a essere discusso non soltanto in chiave di impatto ambientale, ma come questione industriale e di competitività, dentro un ragionamento che collega produzione di energia, infrastrutture digitali e posizionamento del Paese nell’economia del prossimo decennio. Una linea di sviluppo politico sulla quale il nostro Paese ha perso decenni sapendo solo produrre un dibattito ideologico e strumentale che si è avvitato su se stesso.
