Il processo federale che si sta celebrando a Oakland ha raggiunto nella sua seconda giornata un punto di svolta capace di ridefinire l’intera strategia accusatoria contro Meta. Arturo Bejar, ex direttore dell’ingegneria della società ed ex responsabile per sei anni del team Protect and Care di Facebook, ha ricostruito davanti alla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers un quadro nel quale la sicurezza dei minori sarebbe stata trattata come un problema secondario rispetto alla crescita degli utenti. La sua testimonianza rappresenta il primo tassello del procedimento avviato da una coalizione di 29 Stati americani, guidata da California, Colorado, Kentucky e New Jersey, che accusano Meta di avere progettato Facebook e Instagram per generare dipendenza nei giovani utenti e di avere fornito al pubblico una rappresentazione fuorviante della sicurezza delle proprie piattaforme.
Il potere di un solo uomo sulla cultura aziendale
Bejar ha descritto un’organizzazione fortemente accentrata, nella quale le decisioni del fondatore determinavano con rapidità l’evoluzione dei prodotti. «Se Mark rende qualcosa una priorità, le montagne si muovono in pochi mesi», ha dichiarato Bejar davanti alla corte, secondo quanto riportato da più agenzie di stampa presenti in aula. Negli uffici di Meta, ha raccontato l’ex dirigente, comparivano poster con lo slogan aziendale “Move Fast and Break Things”, un motto che secondo la sua testimonianza rifletteva concretamente le priorità operative della società. Durante il suo primo periodo in azienda, tra il 2009 e il 2015, Bejar percepiva un’attenzione autentica al tema della sicurezza. Il quadro è cambiato radicalmente nel suo secondo periodo di collaborazione, dal 2019 al 2021, quando ha lavorato come consulente indipendente sul benessere degli adolescenti su Instagram: in quella fase, ha ammesso, non era affatto orgoglioso dei prodotti che il team stava sviluppando. Bejar ha stimato di avere informato personalmente Zuckerberg sui problemi legati alla sicurezza dei minori almeno cento volte nel corso degli anni, un dato che gli avvocati degli Stati hanno usato per sostenere che il fondatore di Meta fosse pienamente consapevole dei rischi. L’ex dirigente ha inoltre contestato apertamente un post pubblico diffuso da Zuckerberg nell’ottobre 2021, all’indomani delle rivelazioni della whistleblower Frances Haugen, nel quale il fondatore di Meta negava che la società anteponesse il profitto alla sicurezza e al benessere degli utenti. Bejar ha definito quella dichiarazione priva di fondamento sulla base della propria esperienza diretta, aggiungendo di avere visionato personalmente diversi studi interni che documentavano i rischi corsi dagli adolescenti sulle piattaforme.
Il nodo degli utenti sotto i tredici anni
Una parte rilevante della testimonianza ha riguardato la gestione degli account riconducibili a bambini che non avevano ancora raggiunto l’età minima consentita per l’iscrizione. Secondo Bejar, Meta disponeva di tecnologie sufficienti per individuare potenzialmente milioni di questi account, ma nella pratica avrebbe adottato una politica riconducibile al principio del “non chiedere, non dire”.
Questo filone si intreccia con uno dei fronti giuridici più delicati dell’intero procedimento. I 29 Stati coinvolti nell’azione collettiva contestano infatti a Meta anche la violazione del Children’s Online Privacy Protection Act, la normativa federale che disciplina la raccolta di dati personali riguardanti i minori di 13 anni, sostenendo che la società avrebbe raccolto e utilizzato impropriamente informazioni su questa fascia di utenti pur essendo consapevole della loro reale età. Bejar ha riferito che gli studi interni a cui ha avuto accesso documentavano casi in cui i sistemi di raccomandazione delle piattaforme esponevano ragazzi giovanissimi a contenuti provenienti da predatori sessuali e a immagini di violenza grafica, con frequenze giudicate elevate dagli stessi ricercatori interni. Ha aggiunto di avere portato quei risultati all’attenzione dei vertici di Facebook e Instagram in diverse occasioni, senza riscontrare interventi concreti in risposta alle segnalazioni.
Strumenti di sicurezza pensati per non funzionare
Uno dei momenti più efficaci della testimonianza ha riguardato gli strumenti che Meta ha introdotto negli anni per aiutare gli utenti a gestire il tempo trascorso sulle piattaforme, presentati pubblicamente come misure di tutela del benessere digitale. Bejar li ha paragonati a un’automobile dotata di freni, con la sola differenza che quei freni si trovano nel bagagliaio e vanno cercati e installati manualmente prima di poterli utilizzare, un’immagine che rende conto della loro scarsa efficacia pratica secondo l’ex dirigente. Ha sottolineato come queste funzioni non venissero mai attivate automaticamente e come i relativi avvisi potessero essere ignorati con estrema facilità dagli utenti più giovani, riducendo di fatto la loro capacità di intervenire sui comportamenti compulsivi legati all’uso dei social network. «Per la maggior parte del tempo, la sicurezza restava un pensiero secondario», ha sintetizzato Bejar davanti alla corte.
Un testimone che Meta conosce già bene
La deposizione di Bejar arriva dopo che l’ex ingegnere ha già ricoperto un ruolo chiave in altri procedimenti giudiziari avviati contro la società negli ultimi anni, diventando una delle figure più ricorrenti tra i testimoni che hanno accusato Meta di negligenza sulla sicurezza dei minori. Ha già testimoniato in altri quattro processi.
Uno di questi, promosso dallo Stato del New Mexico, si è concluso con una condanna che ha imposto a Meta il pagamento di 942 milioni di dollari tra risarcimenti e sanzioni, oltre a un ordine giudiziario che obbliga la società a modificare il funzionamento delle proprie piattaforme all’interno di quello Stato specifico. Quel precedente viene ora citato dagli attorney general come riferimento diretto per il procedimento in corso a Oakland, che per dimensioni e numero di Stati coinvolti rappresenta però un banco di prova di scala nettamente superiore. Durante il controinterrogatorio condotto dagli avvocati di Meta, guidati da Brian Stekloff, Bejar ha comunque riconosciuto che la società impiega centinaia di persone dedicate ai temi della sicurezza, includendo tra queste professionalità che ha definito personalmente qualificate, e ha ammesso che nel suo secondo periodo di collaborazione, in qualità di consulente esterno, non lavorava a stretto contatto con Zuckerberg e non disponeva di un accesso completo alle risorse interne dell’azienda.
La struttura del processo e le cifre sul tavolo
Il procedimento, aperto martedì 18 agosto, è destinato a durare circa sei settimane secondo le stime fornite dal tribunale. Una giuria composta da otto membri emetterà un verdetto consultivo al termine delle udienze, ma la decisione finale sulla responsabilità di Meta spetterà alla giudice Gonzalez Rogers, che avrà anche il compito di stabilire eventuali sanzioni civili e modifiche strutturali da imporre alle piattaforme in caso di condanna. Le cifre potenzialmente in gioco restano considerevoli: secondo le stime diffuse dalla stessa Meta, applicando i criteri proposti dalla controparte le sanzioni potrebbero teoricamente superare i mille miliardi di dollari, mentre gli attorney general degli Stati coinvolti hanno indicato una cifra complessiva più contenuta, comunque collocata nell’ordine delle centinaia di miliardi.
Le testimonianze attese e la posta in palio
Il proseguimento del processo promette di spostare ulteriormente l’attenzione dal design tecnico dei prodotti alle scelte compiute ai massimi livelli dell’azienda, con conseguenze che potrebbero estendersi ben oltre il caso specifico di Oakland.
Tra i testimoni attesi nelle prossime settimane figurano lo stesso Mark Zuckerberg e il responsabile di Instagram Adam Mosseri, la cui deposizione è considerata dagli osservatori un momento potenzialmente decisivo per l’esito del procedimento. Gli Stati promotori dell’azione chiedono infatti non soltanto un risarcimento economico, ma anche interventi strutturali sul funzionamento delle piattaforme, riguardanti meccanismi come i sistemi di like, lo scorrimento infinito dei contenuti, i limiti temporali per gli utenti più giovani e i controlli destinati a impedire l’accesso ai bambini sotto i 13 anni. Meta respinge integralmente le accuse formulate dagli Stati e sostiene di avere investito in modo significativo nella protezione degli utenti adolescenti nel corso degli anni.
