«Non si può fermare il vento con le mani». Il governatore Fedriga ad AI Impact chiede all’Europa di svegliarsi

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Il presidente del Friuli Venezia Giulia interviene a Trieste e mette in guardia dai rischi di un eccesso di norme: «Serve equilibrio tra regole e crescita, il vero problema sarà gestire la transizione sociale»

TRIESTE – Cercare di arrestare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sarebbe come «voler fermare il vento con le mani». È da questa immagine che è partito l’intervento del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga che ha chiuso la terza edizione di AIMPACT 2026, l’evento dedicato all’innovazione e all’intelligenza artificiale ospitato a Trieste. Un intervento dal respiro più politico ed economico che tecnico, nel quale Fedriga ha affrontato alcuni dei temi che oggi attraversano il dibattito europeo sull’IA: il rapporto tra regolazione e innovazione, la capacità di attrarre capitali, la cultura del rischio e le conseguenze sociali dell’automazione.

«Regolare l’intelligenza artificiale sì, fermarla no»

«A volte avviene di voler fermare il vento con le mani», ha esordito Fedriga, riferendosi alle preoccupazioni suscitate dall’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società, sul modello economico e sul lavoro. «L’obiettivo deve essere quello di regolare l’intelligenza artificiale, ma non di fermarla», ha affermato. Secondo il governatore del Friuli Venezia Giulia, uno dei nodi più problematici è rappresentato dall’attuale approccio europeo alla regolamentazione. «La regolamentazione europea nasce sicuramente con le migliori intenzioni, ma rischia di impedire un vero sviluppo e una vera innovazione in Europa. Il rischio concreto è che mentre noi regolamentiamo, altre potenze come Stati Uniti e Cina sviluppino tecnologie che calpestano tranquillamente tali norme, impedendo all’Europa di imporsi con i propri modelli e con le proprie capacità a livello globale».

L’esempio dell’iPhone e delle funzioni IA bloccate in Europa

Fedriga ha scelto un caso concreto per spiegare quella che considera una contraddizione del sistema regolatorio europeo. «Per fare un esempio semplice, basti guardare a quanto accaduto con l’intelligenza artificiale sull’iPhone. In Europa non funzionava perché non aderente alle regole comunitarie, ma un cittadino di Trieste poteva comunque utilizzarla semplicemente registrandosi sull’App Store americano in lingua inglese». Per Fedriga questo dimostrerebbe che una regolazione, pur condivisibile sul piano teorico, rischia di rivelarsi inefficace se non è accompagnata dalla capacità di governare realmente il fenomeno.«Una regolamentazione, seppur corretta dal punto di vista ideale, diventa fallimentare se non permette lo sviluppo e non riesce a esercitare un vero controllo».

Ha poi richiamato le tensioni tra disciplina europea della concorrenza e strategie industriali delle grandi aziende tecnologiche. «Le norme sulla concorrenza imporrebbero ad Apple di ospitare qualsiasi intelligenza artificiale sul dispositivo, ma l’azienda risponde negando l’accesso per motivi di privacy. Il risultato sarà che gli utenti europei cercheranno comunque vie alternative per utilizzare le nuove tecnologie sviluppate all’estero».

I due limiti europei: pochi capitali e paura del fallimento

Fedriga individua due criticità strutturali che separano l’Europa dagli Stati Uniti. La prima riguarda la disponibilità di capitali. «Negli Stati Uniti ci sono disponibilità enormi. È un tema che possiamo affrontare cercando di potenziare i finanziamenti anche a livello istituzionale, pur sapendo che non raggiungeranno quelle dimensioni». Il secondo elemento, che il presidente considera persino più importante, riguarda invece la cultura economica. «Negli Stati Uniti il rischio e il fallimento sono considerati normalità ed esperienza. In Europa e in Italia, invece, il fallimento è visto come un’esclusione sociale».

Per descrivere la differenza tra i due modelli ha ricordato alcune esperienze osservate negli Stati Uniti. «Ho visto multinazionali investire quattro milioni di dollari su un’idea prima ancora che nascesse una startup. I manager americani investono su dieci startup sapendo che nove falliranno, ma quella che ha successo ripagherà tutto». In Italia, ha aggiunto con una battuta che ha suscitato sorrisi nella platea, «se una startup chiede centomila euro spesso deve ipotecare nove appartamenti. Dobbiamo cambiare questo modello. La ricerca, anche quella di base, include intrinsecamente il fallimento come parte dell’esperienza».

La sfida della transizione e il rischio dell’accentramento della ricchezza

Fedriga ha poi spostato l’attenzione sugli effetti di lungo periodo dell’intelligenza artificiale. «L’innovazione non è solo profitto o occupazione, ma significa avere una centralità sul piano strategico internazionale». Tuttavia, ha avvertito, l’intelligenza artificiale potrebbe determinare profonde trasformazioni nella distribuzione della ricchezza. «L’IA porterà un nuovo modello sociale ed economico che presenta dei rischi, come l’accentramento della ricchezza». Lo scenario evocato è quello di una produzione completamente automatizzata.

«Se in Cina la produzione diventasse interamente automatizzata da robot guidati dall’intelligenza artificiale, perderemmo lavoratori e si bloccherebbe l’economia generata dai consumi. Chi andrebbe più al cinema? Chi comprerebbe la pizza?. Avremmo come effetto sicuro un blocco dell’economia».

Fedriga ha comunque precisato di non essere pessimista nel lungo periodo. «La storia ha già superato grandi rivoluzioni trovando nuovi equilibri. Non sono preoccupato nel lungo periodo. La vera sfida critica è la transizione». Il compito delle istituzioni, ha concluso, sarà quello di accompagnare il cambiamento, correggendo progressivamente le politiche adottate.

«Dobbiamo capire insieme quale strategia adottare affinché le nuove tecnologie creino opportunità e non disequilibri per cittadini e famiglie. Come istituzioni studieremo direzioni funzionali, pronti a correggere la rotta strada facendo in questo momento di ampia incertezza».

L’intervento di Fedriga si inserisce così nel dibattito sempre più acceso sul futuro dell’innovazione europea. Da una parte la volontà di costruire un modello regolatorio fondato su diritti, sicurezza e trasparenza, dall’altra il timore che un eccesso di vincoli possa trasformare il continente in un semplice consumatore di tecnologie sviluppate altrove, anziché in uno dei protagonisti della prossima rivoluzione industriale.