Quando l’AI smette di automatizzare e comincia a dare superpoteri. Altrimenti muore

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Il CEO di Impresoft 4ward ha raccontato all'AI Week di Milano come l'adozione dell'intelligenza artificiale in azienda abbia attraversato anni di strumenti inutilizzati prima di produrre un risultato misurabile. Il caso riguarda la riduzione del processo di prevendita da quattro persone a una, grazie a un agente AI. Non semplice automatizzazione un obiettivo reale da affidare all'AI

MILANO – Tre anni di strumenti adottati, promossi internamente e poi silenziosi. GitHub Copilot per gli sviluppatori, le trascrizioni automatiche dei meeting, un assistant aziendale su contratti e policy interne. Tutto funzionava. Niente cambiava davvero. È questa la storia che Daniele Grandini, CEO di Impresoft 4ward, ha scelto di portare sul palco principale dell’AI Week 2026 di Milano, davanti a migliaia di professionisti riuniti a Fiera Rho il 19 e 20 maggio. Una storia dal titolo: “Chi ha ucciso l’AI”.

Quando l’AI in azienda non sposta un euro

Il 2022 è l’anno di GitHub Copilot per i team di sviluppo di Impresoft. Il code completion funziona, la produttività sale, ma nel conto economico non arriva un risultato misurabile. Gli anni successivi portano altri strumenti: la trascrizione automatica dei meeting, con riepiloghi generati e inviati a clienti e colleghi con tanto di disclaimer “generato dall’AI” in calce. Poi un assistant interno capace di rispondere su note spese, contratti, compliance e policy aziendali. I colleghi continuano a scriversi su Teams. Quando qualcosa è davvero urgente, usano WhatsApp. Grandini lo racconta senza filtri, davanti a una platea che conosce bene quella sensazione: gli strumenti ci sono, vengono adottati per inerzia o per entusiasmo, poi scivolano ai margini della giornata lavorativa senza lasciare traccia nei numeri. La domanda che si pone, e che pone alla platea, è diretta: “Ok, è tutto qui?” Perché se la risposta è sì, l’AI è semplicemente un altro layer di automazione, e la narrativa della trasformazione è una promessa che il mercato sta vendendo senza consegnarla.

Il punto critico, in questa fase, è la natura stessa degli strumenti adottati. Utili, ma progettati per rendere più veloce qualcosa che già esisteva. Nessuno, dentro l’organizzazione, si era ancora chiesto se l’obiettivo finale potesse essere raggiunto in modo completamente diverso.

Due ore e un caffè. Come nasce un superpotere aziendale

La svolta arriva a novembre 2025, durante un incontro informale. Grandini prende un caffè con il suo director di Modern Applications e li raggiunge Dino, uno degli sviluppatori che lavora sull’AI internamente. Il problema sul tavolo è concreto: le prevendite di Impresoft richiedono mediamente due mesi, con il coinvolgimento coordinato di un architect software, un project manager e la parte commerciale. Gianluca, il director, dice che i modelli sono migliorati, che ha un’idea, che gli servono mezz’ora. Ne impiega due. Il prototipo che costruisce in quella sessione diventa poi uno strumento affinato nel tempo, ma il nucleo funziona già da subito. A partire da un colloquio con il cliente e dalla conoscenza accumulata sui progetti passati dell’azienda, il sistema genera un’offerta completa, con i gap e i rischi già identificati. Quello che prima richiedeva quattro figure professionali, oggi lo gestisce una persona sola.

Il cambio che Grandini descrive come decisivo è nel tipo di domanda che il team ha smesso di porsi. Per anni la logica era stata quella di provare a capire come automatizzare quello che fa il project manager o quello che fa l’architect. La prospettiva si è ribaltata quando la domanda è diventata: come arriva l’obiettivo tramite l’intelligenza artificiale? Da quel momento, dice, le persone hanno cominciato a pensare in modo diverso. La trasformazione che il settore prometteva da anni si è materializzata tra fine novembre e inizio dicembre 2025, in un’azienda italiana, senza annunci e senza grandi investimenti iniziali.

L’AI Week 2026 ospita centinaia di interventi su piattaforme, modelli e strategie di adozione. Quello di Grandini si distingue perché parte dall’ammissione che le prime fasi non hanno funzionato, e arriva a un risultato misurabile senza nascondere il percorso. È un caso che parla di governance interna, di cultura organizzativa e di come il valore reale dell’intelligenza artificiale emerga quando si smette di usarla per replicare processi esistenti e si comincia a usarla per ridisegnare il modo in cui un obiettivo viene raggiunto.