di Antonino Mallamaci
Il Regno Unito si accinge a varare norme per vietare, con decorrenza 1° gennaio 2027, l’uso dei social media ai minori di 16 anni e per limitare l’accesso ad altre forme di interazione online (un sondaggio YouGov ha rilevato che il 74% dei sudditi di Carlo III è favorevole). Il divieto riguarderà Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X. Saranno inoltre introdotti blocchi alle dirette streaming, alle comunicazioni con sconosciuti, ai siti di gioco e ad altri servizi online, per i minori di 16 anni. Sono ancora oggetto di dibattito altre misure: “coprifuoco” notturni e interruzioni dello scorrimento infinito per i minori di 18 anni; sempre per i minorenni, divieto di utilizzo delle chatbot basate sull’intelligenza artificiale che simulano connessioni romantiche o giochi di ruolo sessuali con gli utenti. Il primo ministro, Keir Starmer, ha voluto sottolineare una considerazione semplicemente ovvia, dettata dal buonsenso. Nel riconoscere che, come sta avvenendo in Australia, il provvedimento certo non impedirà a tutti i destinatari di usare i social, ha affermato che il governo deve comunque intervenire: “Aggirano anche altre leggi, ma non diciamo: “Oh, guarda, un adolescente è riuscito in qualche modo a procurarsi da bere, quindi non preoccupiamoci di vietare la vendita di alcolici ai minori”. E per la patente, per il fumo, aggiungiamo noi; o volendo provocare, per l’omicidio: aboliamo il reato, tanto ci sarà sempre qualcuno che ammazzerà qualcun altro? Chi ancora confida nella capacità di dissuadere con l’informazione, di arginare il fenomeno solo andando a parlare nelle scuole, dovrebbe ascoltare lo strazio dei tanti genitori che hanno perso i loro figli adolescenti. Non per una malattia inguaribile, ma per le conseguenze dell’utilizzo compulsivo di strumenti che vengono scientemente progettati per un uso del genere, e solo per riempirsi le tasche.
L’intervista-testimonianza della mamma di Rossella
Ascoltino, i titubanti, l’intervista concessa a Repubblica da Irene Roggero Ugues, astigiana e madre di Rossella che a 12 anni, nel febbraio del 2024, si è suicidata. Rossella già soffriva di depressione, ma l’accelerazione del male è avvenuta proprio in coincidenza con la frequentazione dei social. Sua madre ha raccontato che il comportamento di Rossella è totalmente cambiato anche per il flusso crescente di contenuti autolesionistici: “Erano le immagini che l’algoritmo le proponeva ad essere tristi, oscure. Credo che qualcosa nato da lei, e su questo non ci sono dubbi, ha preso spazio e si è mangiato la sua luce”. Ora, con l’associazione italiana dei genitori MOIGE, Irene ha avviato una causa contro TikTok e Meta. La prima udienza si è tenuta a Milano il 14 maggio, e si spera che l’esito sia lo stesso di quelli che in California hanno condotto alla condanna di Meta e YouTube qualche mese addietro. Prima dei tribunali, tuttavia, dovrebbe essere il legislatore a fare la propria parte. Nel nostro Paese, giacciono in Parlamento diverse proposte di legge, alcune delle quali ampiamente discusse nelle varie commissioni. A testimonianza del comune sentire sul tema, in qualche caso si tratta di progetti presentati da deputati e senatori appartenenti a gruppi di maggioranza e di opposizione. Ormai diversi mesi fa, il Governo ha fatto sapere di stare lavorando ad una propria proposta, però le parole non sono state seguite dai fatti. E mentre in ogni angolo del mondo si approvano o si stanno per approvare norme restrittive sul tema, un primo bilancio giunge dall’Australia, primo stato a legiferare vietando l’accesso ad alcune piattaforme social ai minori di 16 anni. Le notizie non sono molto positive, ma i motivi possono essere tanti. Fatto sta che, secondo l’autorità incaricata dell’attuazione della legge (Commissione per la sicurezza online, eSafety Commission), sette genitori su dieci affermano che gli adolescenti, di età compresa tra i 13 e i 15 anni, che erano presenti sulle piattaforme prima del divieto non sono mai stati esclusi, oppure sono riusciti a creare nuovi account. I motivi sono facilmente rintracciabili, se pensiamo che molti ragazzi hanno nascosto la loro età semplicemente disegnandosi i baffi nelle foto di verifica, o hanno creato un nuovo account con una data di nascita falsa o utilizzato l’account di un familiare adulto. L’autorità ha avviato indagini su Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube. Le aziende, se verrà accertato che non hanno fatto quanto avrebbero potuto e dovuto per impedire ai minori di 16 anni di possedere un account, potranno essere multate fino a 49,5 milioni di dollari australiani, circa 30 milioni e 330 mila euro. Secondo molti genitori, il vero effetto della legge potrebbe aversi con la prossima generazione, con bambini che non utilizzavano ancora i social media e che potrebbero rimanerne lontani a causa del divieto.
Il problema non è più eludibile
Detto ciò, da più parti si fa presente che la normativa potrebbe essere migliorata, accrescendone l’efficacia di qui a poco tempo, adottando sistemi di age verification il cui controllo non sia affidato proprio ai soggetti (le piattaforme) che hanno ampiamente dimostrato di avere un unico interesse: quello di fare soldi tenendo incollati bambini e adolescenti agli schermi con lo scroll infinito e altri stratagemmi. In conclusione, è ormai acclarato in tutto il globo che il problema non è più eludibile. Il rischio di leggere ogni giorno di vicende come quella della piccola Rossella, morta a soli 12 anni, o di schiere di bambini e adolescenti affetti da turbe psichiche (l’AIFA registra un aumento esponenziale del consumo di farmaci per tali patologie) è troppo alto. Nel frattempo, i pochissimi che hanno in mano questi potentissimi strumenti si arricchiscono a dismisura e, si badi bene, non consentono ai propri figli di usare il giocattolo mostruoso che hanno creato.
