Social come il tabacco, Lala spiega la class action per i minori contro Meta e TikTok

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Nell'intervista l'avvocato Fabrizio Lala, dello Studio Ambrosio Commodo, ricostruisce la class action inibitoria promossa da Moige e famiglie contro Meta e TikTok, pendente davanti al Tribunale delle Imprese di Milano sulla base dell'articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile. Lala spiega le tre richieste del ricorso (verifica dell'età, modifica dei meccanismi di dipendenza, obblighi informativi) e il parallelo con il caso Big Tobacco, oltre ai motivi per cui l'udienza del 19 novembre, fissata come discussione finale, potrebbe portare a una sentenza entro fine 2026.

La battaglia legale contro i social network e i loro effetti sui minori non riguarda più soltanto gli Stati Uniti. Da oltre due anni Meta, TikTok, Snapchat e altre piattaforme sono al centro di migliaia di procedimenti avviati da procuratori generali statali, distretti scolastici, famiglie e singoli utenti americani. Al centro delle contestazioni non vi sono soltanto i contenuti pubblicati online, ma soprattutto i meccanismi progettati per massimizzare il tempo di permanenza sulle piattaforme: scroll infinito, autoplay, notifiche continue e sistemi di raccomandazione basati sull’engagement.

Le cause statunitensi hanno prodotto una vasta attività di discovery dalla quale stanno emergendo documenti interni che, secondo gli accusatori, dimostrerebbero la consapevolezza delle aziende rispetto ai rischi che determinati strumenti possono avere sulla salute mentale dei più giovani. In diversi casi le piattaforme sono accusate di aver conosciuto tali rischi per anni senza intervenire in modo adeguato.

Anche in Italia il tema è arrivato nelle aule giudiziarie. Davanti al Tribunale delle Imprese di Milano è infatti pendente una class action inibitoria promossa dal Moige e da un gruppo di famiglie contro Meta e TikTok. L’obiettivo non è ottenere immediatamente un risarcimento economico, ma chiedere ai giudici di imporre misure concrete per rafforzare la tutela dei minori online, a partire dalla verifica dell’età degli utenti, dalla modifica dei meccanismi ritenuti idonei a generare dipendenza e da una maggiore trasparenza sui rischi associati all’utilizzo delle piattaforme.

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Fabrizio Lala dello Studio Ambrosio Commodo, tra i legali che seguono il procedimento.

Avvocato Lala, come nasce il procedimento promosso davanti al Tribunale di Milano contro Meta e TikTok?

L’idea del procedimento che abbiamo incardinato a Milano contro Meta e TikTok nasce da Stefano Commodo, socio fondatore dello Studio Ambrosio Commodo, e da Stefano Bertone, avvocato del nostro studio che da sempre si occupa di class action. Entrambi avevano osservato come fossero sempre più frequenti le segnalazioni di problemi di varia natura legati alla frequentazione dei social da parte dei minori e degli adolescenti. Forti della loro esperienza sia in materia di danno alla persona e tutela della salute sia nel campo delle class action, hanno iniziato a chiedersi se fosse possibile intervenire. A questo si è aggiunto un elemento fondamentale: l’incontro con il Moige, il Movimento Italiano Genitori, diretto dal dottor Antonio Affinita, che da anni si occupa proprio di questi temi. Anche il Moige aveva avviato una riflessione sul fenomeno e si è così deciso di preparare una class action contro i due principali attori del settore dei social network in Italia, Meta e TikTok, protagonisti assoluti sia dal punto di vista dei numeri sia da quello della diffusione.

L’azione è stata promossa attraverso il Moige e attraverso una serie di famiglie che nel frattempo avevano contattato sia il nostro studio sia la stessa associazione. Da lì è iniziato un lungo lavoro. Prima ancora di redigere il ricorso introduttivo, fondato sull’articolo 840-sexiesdecies del Codice di procedura civile, è stata necessaria una fase di studio e approfondimento molto intensa. Si tratta infatti di un tema enorme.

Molte azioni legali, individuali o collettive, tendono a concentrarsi su un singolo aspetto ritenuto illegittimo. La nostra, invece, cerca di affrontare il fenomeno in modo organico, concentrandosi sui principali problemi che riguardano minori e adolescenti che frequentano i social network.

Quante famiglie hanno aderito alla class action e, più in generale, quale riscontro state ricevendo?

Va precisato che questa è una class action inibitoria. Non abbiamo quindi cercato di raccogliere grandi numeri e abbiamo deciso di procedere con un gruppo relativamente ristretto di famiglie, circa una dozzina o poco più. Detto questo, continuiamo a ricevere quotidianamente segnalazioni. Attraverso il sito dedicato all’iniziativa riceviamo comunicazioni molto interessanti. Alcune purtroppo sono molto gravi e molto tristi, ma tutte aiutano a comprendere meglio il fenomeno. Naturalmente non posso entrare nel merito delle singole vicende, ma siamo costantemente in contatto con le persone che ci scrivono. Molti ci chiedono di aderire alla class action. Noi spieghiamo che in questa fase il punto non è tanto aderire formalmente all’azione quanto continuare a seguire l’iniziativa e le informazioni che forniamo. Successivamente, qualora si arrivasse a una fase risarcitoria, saremo ben lieti di seguire anche quei soggetti.

Devo dire che il numero delle segnalazioni è elevato e conferma l’esistenza di un disagio reale legato ai sistemi che queste piattaforme utilizzano per sostenere il proprio modello di business, fondato sull’economia dell’engagement, cioè sulla necessità di trattenere l’utente il più a lungo possibile. Questo fa sì che l’adolescente che entra sulla piattaforma, ma purtroppo anche il bambino che riesce ad accedere semplicemente dichiarando un’età falsa, sia molto più esposto ai rischi rispetto a un adulto. La letteratura scientifica dimostra che gli effetti negativi possono riguardare tutti, ma colpiscono soprattutto i ragazzi. Non soltanto gli adolescenti, ma i giovani fino ai 25 anni. Come emerge dalle perizie che abbiamo depositato e dalla letteratura scientifica ormai consolidata, fino ai 25 anni il cervello, e in particolare la corteccia prefrontale, non è completamente sviluppato. Questo rende le persone molto più vulnerabili a numerosi meccanismi psicologici sui quali si basa il funzionamento di queste piattaforme.

Quali sono le principali contestazioni che avete portato davanti al Tribunale?

Per semplificare un ricorso che supera le 150 pagine, noi lo dividiamo in tre domande principali. La prima riguarda la verifica dell’età. Allo stato attuale una vera verifica dell’età non esiste. Noi sosteniamo invece che sia già prevista dalla legge. Negli ultimi anni si è parlato moltissimo di nuove proposte legislative avanzate dai vari governi europei e, allo stesso tempo, gli stessi social network tendono a diffondere il messaggio secondo cui una normativa specifica non esisterebbe. Addirittura Meta aveva promosso una campagna pubblicitaria sulla necessità di una legge europea per la verifica dell’età, sostenendo che il controllo avrebbe dovuto essere svolto da Apple e Google. Invece è innegabile l’esistenza di norme, che vanno fatte rispettare.

Il riferimento principale è l’articolo 8 del GDPR, che disciplina l’accesso ai servizi della società dell’informazione da parte dei minori. I social network rappresentano oggi uno degli esempi più rilevanti di questi servizi.

A questo si aggiunge il Digital Services Act, che ha introdotto nuovi obblighi per le cosiddette Very Large Online Platforms, tra cui Facebook, Instagram e TikTok. Il DSA parla espressamente di minori, di verifica dell’età e di ulteriori misure di protezione. Questa è la prima grande domanda che poniamo al Tribunale.

La seconda riguarda l’eliminazione, l’interruzione o quantomeno la modifica dei principali sistemi che rendono queste piattaforme particolarmente idonee a generare dipendenza nei minori. Parliamo dello scroll infinito, che permette di consumare contenuti senza una naturale interruzione, dell’autoplay che avvia automaticamente il contenuto successivo, delle notifiche continue e notturne e di tutti quei meccanismi che contribuiscono a mantenere l’utente collegato il più a lungo possibile.

Per almeno quindici anni le piattaforme hanno potuto difendersi sostenendo di essere semplici contenitori e non editori dei contenuti pubblicati dagli utenti. Grazie alle esenzioni previste sia dal diritto statunitense sia da quello europeo hanno spesso evitato responsabilità dirette rispetto ai contenuti.

Il punto, però, è che oggi non si discute soltanto del contenuto. Le prime decisioni americane e una parte crescente della letteratura scientifica stanno evidenziando che sono proprio i sistemi progettati dalle piattaforme a generare meccanismi di dipendenza. È stato inoltre evidenziato come possano bastare circa 35 minuti di esposizione ai video brevi di TikTok per innescare dinamiche assimilabili alla dipendenza. Proprio la brevità dei contenuti favorisce un consumo estremamente rapido e continuativo.

Abbiamo inoltre depositato una vasta documentazione a sostegno della necessità di intervenire, comprese perizie neuropsichiatriche redatte da due tra i maggiori esperti italiani del settore, i professori Tonino Cantelmi e Marta Cacciotti. Le perizie affrontano in particolare il tema dello sviluppo della corteccia prefrontale e il ruolo dei meccanismi dopaminergici sfruttati scientificamente dalle piattaforme. Abbiamo inoltre depositato documentazione interna alle stesse aziende che, a nostro avviso, dimostra la piena consapevolezza del fenomeno, oltre a studi scientifici commissionati, commentati o approfonditi internamente dalle piattaforme.

E la terza richiesta?

La terza domanda riguarda la necessità di informare tutti i soggetti coinvolti, quindi genitori e figli. In modo molto concreto chiediamo che sui siti e sulle applicazioni siano presenti informazioni immediatamente visibili che spieghino i possibili rischi associati all’utilizzo del servizio. Per esempio, che il prodotto può causare dipendenza perché stimola determinati meccanismi dopaminergici.

Abbiamo utilizzato il paragone con le sigarette. Non lo abbiamo inventato noi. Il confronto tra Big Tobacco e Big Tech è ormai molto diffuso e, a nostro avviso, particolarmente efficace. Si sta osservando uno sviluppo molto simile. In una prima fase si tende a negare il problema. Del resto all’inizio si sosteneva perfino che le sigarette facessero bene. Solo successivamente sono emerse le evidenze scientifiche e si è scoperto che le aziende del tabacco erano già perfettamente consapevoli dei danni provocati dai loro prodotti. Anche negli Stati Uniti il Surgeon General ha richiamato questo paragone alcuni anni fa. Non si tratta quindi di un accostamento inventato da noi, ma di un riferimento che ormai ricorre frequentemente nel dibattito pubblico, che evidenzia l’urgenza di informare genitori, figli, educatori e decisori sui concreti rischi di danno psicologico e fisico.

Nelle cause statunitensi stanno emergendo documenti interni molto rilevanti che dimostrerebbero la consapevolezza delle aziende di avere creato pericolosi meccanismi di dipendenza. Quanto incidono sul vostro procedimento?

Nella valutazione iniziale che ci ha portato ad agire in Italia ha influito anche il fatto che sapevamo che negli Stati Uniti qualcosa si stesse già muovendo. Abbiamo quindi studiato quello che era già disponibile all’epoca. Siamo stati molto colpiti dal fatto che, da quando abbiamo iniziato a lavorare sul ricorso fino a oggi, sia progressivamente emersa quella che considero la verità della vicenda. È diventato evidente che non si trattava della preoccupazione di pochi attivisti o di pochi allarmisti, ma di una questione concreta che le aziende conoscevano molto bene.

Dalle cause americane emergerebbe una piena consapevolezza dei rischi associati a determinati meccanismi e, in alcuni casi, anche la volontà di non rendere pubbliche alcune evidenze già disponibili internamente. Per questo motivo a maggio abbiamo depositato nel procedimento italiano una breve nota contenente una selezione di documenti emersi dalle discovery americane. Parliamo di centinaia di migliaia di pagine e abbiamo scelto soltanto quelle maggiormente collegate alle contestazioni già formulate nel nostro ricorso, al quale avevamo già allegato documentazione interna emersa grazie all’attività dei whistleblower, a partire dai c.d. Facebook Files, che erano stati pubblicati dal Wall Street Journal, e che includono la documentazione interna divulgata dalla prima whistleblower di Meta, Frances Haugen. Negli Stati Uniti sono stati creati persino siti internet dedicati alla pubblicazione di questi documenti. Uno dei principali è Meta’s Internal Research, che pubblica progressivamente i documenti emersi dalle discovery delle numerose cause pendenti negli Stati Uniti. Un altro è Tech Oversight, che raccoglie materiali relativi non soltanto a Meta ma anche a TikTok, Snapchat e ad altre piattaforme coinvolte nei procedimenti statunitensi.

La prossima udienza è fissata per il 19 novembre. Che significato ha questa data e cosa vi aspettate dal prosieguo del procedimento anche da punto di vista istuttorio?

Il 19 novembre è la data della prossima udienza, ed è una coincidenza interessante. Ne abbiamo parlato anche con il Moige, perché il giorno dopo, 20 novembre,  ricorre la Giornata mondiale dei diritti dei bambini e si celebra anche l’anniversario della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo. Si tratta di una delle norme fondamentali che richiamiamo nel ricorso. Il principio del superiore interesse del minore rappresenta infatti una delle basi dell’intera azione giudiziaria. Noi riteniamo che questo interesse sia stato sacrificato per troppo tempo e quindi la coincidenza assume anche un valore simbolico.

Dal punto di vista processuale, il 19 novembre segue la prima udienza che si è svolta il 14 maggio. In quella sede si è discusso soltanto di alcune delle numerose eccezioni preliminari sollevate dalle controparti.

Nel frattempo, il Collegio della Sezione Imprese del Tribunale di Milano ha emesso un’ordinanza molto dettagliata. L’ordinanza, partendo dalla discussione avvenuta in aula e dalle richieste formulate dalle parti, ha costruito un vero e proprio calendario processuale che conduce fino all’udienza del 19 novembre, qualificata come udienza di discussione finale della causa. Quello che ci aspettiamo e che ci auguriamo è che, dopo quella data e nei tempi necessari per la redazione della decisione, si possa arrivare a una pronuncia entro la fine del 2026.

Dal punto di vista istruttorio non mi aspetto necessariamente sviluppi particolarmente complessi, anche se naturalmente in un procedimento di questo tipo può accadere di tutto. Noi abbiamo formulato anche istanze di esibizione documentale e il giudice dispone di poteri molto ampi. Ad esempio, se ritenesse opportuno aprire una fase peritale potrebbe certamente farlo.

Quello che mi auguro è soprattutto una decisione nel merito. Trattandosi di un’azione inibitoria, il nostro obiettivo è che cessino determinati comportamenti e che vengano finalmente adottate misure che, a nostro avviso, sono già richieste dalla legge.

Perché avete scelto di promuovere un’azione inibitoria e non direttamente una class action risarcitoria?

L’eventuale class action risarcitoria sarebbe successiva e costituirebbe una nuova azione. Potrebbero parteciparvi tutti i soggetti che ritengono di aver subito un danno. Naturalmente dovrebbe esistere una correlazione tra il danno lamentato e le condotte contestate. Parliamo principalmente di minori e dei loro genitori che intendono far valere la lesione del diritto alla salute dei propri figli.

Sul sito dedicato all’iniziativa (www.classactionsocial.it) spieghiamo anche questo aspetto, perché quando si parla di class action si pensa quasi sempre immediatamente al risarcimento economico. Noi abbiamo scelto una strada diversa perché ritenevamo che l’urgenza fosse prima di tutto porre un freno a ciò che sta accadendo, nonostante l’esistenza di norme che già oggi prevedono obblighi e tutele. Per questo abbiamo deciso di partire dall’azione inibitoria. L’obiettivo era intervenire sui comportamenti che riteniamo illegittimi a tutela della collettività e ottenere modifiche concrete nel funzionamento delle piattaforme.

In Europa si discute sempre più spesso dell’innalzamento dell’età minima per accedere ai social network. È una soluzione efficace oppure il problema richiede strumenti diversi?

L’età giusta, secondo me, non dovrebbe stabilirla un avvocato ed è una scelta complessa anche per il legislatore. Personalmente non considero positiva la proliferazione di proposte normative differenti nei vari Stati membri. Le piattaforme sono perfettamente d’accordo con questo scenario, perché significherebbe dover applicare ventisette regole diverse all’interno dell’Unione Europea.

Mi auguro invece che si arrivi a una fase nella quale tutti si muovano nella stessa direzione e si costruisca una disciplina realmente uniforme.

La domanda si inserisce in un dibattito molto ampio. Il divieto è efficace? controproducente? Secondo me la risposta è che il divieto, da solo, non basta. Come qualunque altra regola, deve poter essere fatto rispettare. Prima di tutto bisogna essere in grado di garantirne l’applicazione concreta.

A nostro avviso gli strumenti esistono. Attorno al tema della verifica dell’età, però, si sente spesso dire tutto e il contrario di tutto. Da una parte si sostiene che una verifica efficace comporterebbe una sorta di schedatura generalizzata degli utenti. Dall’altra ci sono già aziende che propongono con nonchalance sistemi di riconoscimento biometrico, che sono certamente molto più invasivi dal punto di vista della privacy rispetto ad una verifica dell’età condotta con altri sistemi, nel rispetto delle norme vigenti.

Ci troviamo quindi davanti a una situazione che ha del paradossale.

Personalmente ritengo che l’età minima dovrebbe essere innalzata. Lo dimostra la letteratura scientifica che attesta dei gravi danni biologici permanenti che toccano soprattutto i più giovani. Tuttavia, occorre ancor prima affrontare seriamente il tema dell’enforcement, perché oggi in Europa esistono già norme importanti ma per anni si sono chiusi troppi occhi sulla loro applicazione.

C’è poi un altro elemento fondamentale: l’educazione. Educazione dei minori, certamente, ma anche degli adulti. A nostro avviso non è corretto che le piattaforme tentino di scaricare ogni responsabilità su soggetti terzi. Lo vediamo nel dibattito sulla verifica dell’età, dove spesso si cerca di trasferire il problema sugli app store. Lo vediamo anche quando si pretende di affidare esclusivamente ai genitori, attraverso il parental control, il compito di prevenire dipendenze o danni alla salute. La verità è che i social devono diventare più sicuri per tutti, a partire dai minori.