Donald Trump rilancia lo scontro commerciale con l’Europa attraverso un messaggio pubblicato su Truth Social, nel quale minaccia dazi del 100% su tutte le merci provenienti dai paesi che introducono una tassa sui servizi digitali a carico delle aziende statunitensi. L’avvertimento colpisce in particolare le capitali europee che il presidente americano considera vicine ad approvare un prelievo di questo tipo. Il messaggio arriva inoltre in un momento delicato per i rapporti tariffari tra le due sponde dell’Atlantico.
Cosa prevede la minaccia di Trump sui dazi
Nel testo pubblicato sul suo social, Trump scrive che chi dovesse imporre la tassa vedrà applicato un dazio immediato del 100% su tutti i beni esportati negli Stati Uniti.
Il presidente specifica inoltre che la misura prevarrebbe su qualsiasi accordo commerciale negoziato in precedenza, indipendentemente dal fatto che l’intesa sia già operativa, soltanto firmata oppure ancora in fase di negoziato. Questo aspetto rende la minaccia particolarmente delicata perché tocca direttamente il rapporto tariffario tra Unione europea e Stati Uniti, firmato nel 2025 e fissato a un tetto massimo del 15% per la gran parte delle esportazioni europee verso il mercato americano. Il Consiglio dell’Unione europea aveva approvato appena un giorno prima i due regolamenti che attuano concretamente quegli impegni tariffari, un passaggio che rende il tempismo del messaggio americano ancora più significativo agli occhi degli osservatori di Bruxelles. Le tasse sui servizi digitali, già introdotte o discusse in diversi stati europei, nascono con l’obiettivo di colpire i ricavi generati dalle grandi piattaforme online nei mercati nazionali in cui operano. La finalità è riequilibrare un sistema fiscale che spesso concentra i profitti in giurisdizioni a tassazione più bassa.
Come ha risposto la Commissione europea
Bruxelles ha reagito attraverso un portavoce della Commissione, che ha ricordato come l’Unione europea e i suoi stati membri dispongano del diritto sovrano di regolamentare le attività economiche sul proprio territorio. Il funzionario ha sottolineato che le imposte sui servizi digitali hanno natura non discriminatoria, perché si applicano in modo uguale a tutte le grandi imprese a prescindere dalla loro origine geografica.
Per questo la Commissione ha definito ingiustificate eventuali misure unilaterali contro politiche fiscali considerate legittime dagli stati membri.
Il portavoce ha aggiunto che l’Unione risponderà con rapidità e decisione qualora i dazi venissero realmente adottati, ribadendo al tempo stesso la preferenza europea per una soluzione condivisa a livello internazionale sulla tassazione dell’economia digitale, in linea con le conclusioni dei ministri delle finanze del G7. L’Unione europea dispone peraltro, dal dicembre 2023, di uno strumento normativo pensato apposta per situazioni di questo tipo, l’Anti-Coercion Instrument, che permette a Bruxelles di reagire a pressioni economiche provenienti da paesi terzi quando queste mirano a condizionare scelte sovrane degli stati membri. Il regolamento prevede l’esame della Commissione e la decisione del Consiglio, con l’adozione di contromisure europee come passaggio finale qualora il paese terzo non modifichi la propria posizione. Le contromisure previste dallo strumento coprono servizi, investimenti esteri, mercati finanziari, appalti pubblici e proprietà intellettuale, oltre alle merci tradizionali. Queste misure ampliano in modo sostanziale le opzioni a disposizione di Bruxelles, che andrebbero oltre il tradizionale paniere di prodotti statunitensi soggetti a dazi di rappresaglia.
Quali sono le conseguenze per l’Italia e per le imprese
La questione assume un peso specifico per l’Italia, che nel 2025 ha ricavato dalla propria web tax un gettito di 637 milioni di euro, una cifra che rende il tema rilevante anche sul piano del bilancio pubblico nazionale. Lo scorso aprile, durante un incontro alla Casa Bianca tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Trump, il governo italiano si era impegnato a promuovere un ambiente non discriminatorio in termini di tassazione dei servizi digitali, una formula che diversi osservatori avevano letto come un’apertura a una possibile revisione dell’imposta nazionale. La minaccia arriva inoltre a pochi giorni dalla scadenza del 4 luglio, fissata da Trump per l’entrata in vigore dell’accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti. Il caso si inserisce in un confronto più ampio che coinvolge anche paesi fuori dall’Unione, come il Regno Unito, che dal 2020 applica una propria tassa sui servizi digitali al 2% sui ricavi generati da motori di ricerca e piattaforme online che operano nel mercato britannico.
Per le imprese europee che esportano negli Stati Uniti la minaccia comporta un rischio finanziario diretto, perché un dazio raddoppiato sui beni interessati si tradurrebbe in costi aggiuntivi capaci di erodere i margini delle aziende coinvolte nella filiera di esportazione.
