Editoriale

Marta, tesoro, non è colpa tua.

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Marta guadagna 1.500 euro al mese. Ha un lavoro regolare, un contratto regolare, paga le tasse e l’affitto di un piccolo appartamento normale vicino Milano. Arriva tranquillamente alla fine del mese.

Che oggi, a pensarci, è già una forma di successo.

Sua figlia Anna ha otto anni, fa la terza elementare. Marta è separata. Il padre c’è, vede sua figlia, contribuisce alle spese. Ma ha un lavoro anche lui e durante il giorno lavora. Come Marta.

Tre giorni alla settimana Marta può lavorare da casa. E meno male.

Alle 13:30 va a prendere Anna a scuola. Tornano a casa, mangiano qualcosa insieme e poi Marta riapre il computer.

«Adesso la mamma deve lavorare.»

Anna lo sa. Prende i quaderni e fa i compiti. Ogni tanto arriva: «Mamma, mi aiuti?».

«Cinque minuti e vengo.»

A volte sono cinque, a volte diventano venti. Non perché Marta non voglia fare la madre, ma perché in quel momento deve fare anche la lavoratrice: dall’altra parte dello schermo ci sono persone che hanno il diritto di aspettarsi che lei lavori, perché Marta viene pagata per lavorare.

Gli altri due giorni va in ufficio e paga una babysitter. Costa tantissimo. Non tantissimo in assoluto, magari. Tantissimo per chi guadagna 1.500 euro al mese.

È una delle spese che Marta sente di più, però la paga. Tre pomeriggi di babysitter in più ogni settimana, invece, semplicemente non se li può permettere.

E allora arrivano le quattro.

Anna ha finito i compiti, ha otto anni, Marta deve lavorare ancora tre ore.

Ed è in quelle tre ore che tutta la retorica sulla responsabilità genitoriale diventa improvvisamente semplicissima per chiunque non si trovi seduto sulla sedia di Marta.

Potrebbe farla disegnare. Certo, ogni tanto lo fa. Potrebbe farle leggere un libro. Certo. Potrebbe inventare giochi educativi, costruire castelli di cartone, preparare la pasta di sale.

Certo.

Ma Marta sta lavorando.

Una bambina di otto anni può disegnare, leggere e giocare da sola. Certo. Ma non può essere obbligata a farlo tre ore al giorno, tre giorni alla settimana, per tutti gli anni dell’infanzia, perché sua madre non può permettersi qualcuno che stia con lei.

Così Marta fa una cosa che fanno milioni di genitori. Accende la televisione. A volte Anna accende YouTube sulla televisione. A volte Marta le dà il tablet: «Stai qui vicino a me.»

Anna guarda un video. Poi un altro. Poi un altro ancora. Marta ogni tanto alza gli occhi dal computer. Un cartone, una ragazzina che gioca, un video divertente.

Tutto bene. Almeno sembra.

Perché Marta può vedere il video.

Quello che non può vedere è tutto quello che c’è dietro. Non vede i dati raccolti per capire cosa trattiene l’attenzione di sua figlia, non vede i sistemi di raccomandazione, non vede i test fatti per capire dove mettere un pulsante per massimizzare tempi e conversioni, quando suggerire un contenuto, come evitare che Anna chiuda l’applicazione. Non vede gli ingegneri, i designer, gli psicologi, i data scientist, gli algoritmi e i miliardi investiti nell’economia dell’attenzione.

Vede una bambina di otto anni seduta sul divano. Dall’altra parte c’è una industria da miliardi di dollari.

E allora qualcuno guarda questa scena e dice: «La colpa è dei genitori.»

Ed è straordinario.

Perché in questa storia il soggetto con meno soldi, meno informazioni, meno competenze tecniche e meno potere è diventato quello con la responsabilità più grande.

Marta deve lavorare. Marta deve conoscere i rischi. Marta deve configurare il parental control. Marta deve capire gli algoritmi. Marta deve controllare quello che Anna guarda. Marta deve impedirle di guardarlo troppo. Marta deve spiegarle perché le sue compagne possono avere qualcosa che lei non può avere. Marta deve resistere alla pressione sociale. Marta deve trovare alternative. Marta deve essere presente. Sempre.

Lo Stato, invece, può limitarsi a dirle di essere un buon genitore. Perchè le leggi ci sono ma, nonostante queste, non riescono costringere le piattaforme ad entrare nel mercato europeo senza applicare meccanismi studiati con precisione per spingere verso la dipendenza dei bambini. Che fanno male alla salute. Non come conseguenza, ma proprio come obiettivo principale.

La piattaforma, invece, può limitarsi a darle qualche strumento per controllare sua figlia. Basta questo: c’è il parental control. Non importa quanto sia difficile impostarlo. Non importa che come modello di business abbiano proprio il “trattenere” il più possibile la gente online con meccanismi additivi che influiscono sulla psicologia.

E così il rischio prodotto da un sistema collettivo enorme arriva fino all’ultimo metro della catena e lì cambia nome. Diventa responsabilità individuale.

La sera Marta chiude il computer. Prepara la cena, mette una lavatrice, controlla lo zaino.

Anna le racconta che una compagna ha TikTok: «Mamma, quando posso averlo anch’io?».

«Quando sarai più grande.»

«Ma Giulia ce l’ha.»

«Tu no.»

Per adesso funziona. Tra qualche mese magari Giulia saranno tre. Poi cinque. Poi il gruppo della classe. E Anna si sentirà esclusa dal gruppo, dalle discussioni.

E Marta dovrà combattere anche quella battaglia. Ancora lei. Anche dentro la scuola.

Abbiamo costruito un sistema curioso.

Le aziende tecnologiche decidono come funzionano le piattaforme. Decidono le notifiche, i suggerimenti, le ricompense, le metriche da massimizzare, la forma dell’interazione.

Lo Stato dovrebbe decidere fino a dove possono spingersi. Eppure, quando bisogna proteggere concretamente Anna, alle quattro di un martedì pomeriggio, rimane Marta, da sola.

Marta, con la sua normalità, con i suoi 1.500 euro, con il computer dell’ufficio acceso e una riunione che sta per cominciare. Marta, come Francesca che lavora in parafarmacia, come Roberto che insegna a scuola, come Elisa che fa la freelance a Bergamo, come Giovanni che lavora in amministrazione in un supermercato all’ingrosso, come Alba e Mauro che hanno un bell’appartamento a Monza e lavorano entrambi in una nota società di consulenza, come Paolo e Claudia, lui avvocato dipendente in un’azienda e lei sempre in giro per il Veneto perché lavora con i produttori di vino e si sente sempre dire che è assente come madre, per questo suo figlio è sempre davanti al tablet, normalizzando così l’idea che la rinuncia a una propria carriera debba essere scontata in questa società, se ci si vuole occupare dei figli. Soprattutto se sei donna.

Alcuni Paesi sembrano aver capito che dare tempo alle famiglie significa investire nel futuro: servizi per l’infanzia accessibili, sostegni alla cura, politiche abitative, congedi e strumenti che riducono il peso economico e organizzativo sui genitori. Perché aiutare una famiglia significa anche restituirle tempo da dedicare ai figli.

Il nostro dibattito pubblico, invece, sruota attorno alla remigrazione.

«Mamma, che faccio adesso?»

Possiamo certamente rispondere che Marta dovrebbe fare meglio la madre.

Io però, prima, vorrei sapere dove sono finiti tutti gli altri.