Editoriale

Mio figlio ha usato ChatGPT per i compiti. Giustamente.

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Mi sono ritrovato, nel mio account, una chat di mio figlio di 11 anni con ChatGPT.
C’era una foto del libro che aveva appena finito di leggere per la scuola e poi “fai un riassunto del libro in 250 parole”.
La risposta è arrivata in pochi secondi, ordinata e corretta, di certo non adeguata a un bambino di prima media.

È una scena ormai comune nei ragazzini che si portano a casa i compiti.
E bla bla bla, qui ci sarebbero tante cose da dire sul fenomeno, dai divieti, alla mente che rischia di atrofizzarsi, e altri cento discorsi, abbastanza scontati, molti corretti, che lo spazio di un post non mi permette di argomentare.

Voglio invece trattare non il fenomeno in sé, quanto una specifica e precisa prospettiva del fenomeno, che spesso viene trascurata. Vorrei infatti parlarvi di qualcosa che ho visto e che non consideravo quando ne parlavo prima di questo episodio: l’effetto che questo uso produce all’interno della classe.

Mettiamo che su venti bambini anche solo tre utilizzino l’AI (col consenso deI genitori esasperati o di magari di nascosto), mentre gli altri no.

Sapete qual è l’effetto? Che si crea una differenza enorme nel livello di giudizio dei professori, spesso non in grado o impotenti nel giudicare un testo perfetto come “scritto con l’ai” senza averne le prove e quindi costretti a valutarlo.

I testi di chi ha usato l’ai diventano più fluidi, più coerenti, più “giusti” e chi non utilizza l’intelligenza artificiale rischia di apparire meno preparato, anche quando non lo è.

Il problema vero è che i docenti continuano a valutare esercizi creati e pensati per un contesto storico culturale e sociale completamente diverso. Il riassunto, per esempio, è una tipologia di compito che oggi una macchina è in grado di svolgere con estrema facilità. Questo non significa che non serva più a scuola, ma che va ripensato.

Perché se il sistema continua a premiare il risultato finale, senza interrogarsi su come quel risultato è stato ottenuto, il rischio è evidente: si valuta un risultato, un output freddo e non un processo di apprendimento.

Un po’ come se in matematica, di fronte alla traccia di una operazione, scrivessimo solo il risultato, senza sviluppare tutto il processo che permette al professore di capire come siamo arrivati al risultato. Ecco, quel metodo, esattamente quel metodo, al giorno d’oggi dev’essere necessariamente applicato a tutte le materie che prevedono un risultato scritto, strutturato.

Non c’è alternativa. Perché la tentazione di vietare è comprensibile, soprattutto quando si parla di studenti più giovani, ma è una soluzione che difficilmente può funzionare, perché questi strumenti sono già parte dell’ambiente in cui i ragazzi crescono. È inevitabile.

Ignorarli o proibirli rischia di spostare semplicemente il problema fuori dal perimetro visibile.

Abbiamo mille remore, giustamente, ma non possiamo farci nulla. Dobbiamo accettare l’onda di tecnologia che sta arrivando.
Ma non dobbiamo accettarla passivamente, bensì governarla.

E allora l’unica strada percorribile è un’altra: rendere esplicito l’uso dell’intelligenza artificiale, introdurla nel contesto scolastico come oggetto di discussione, e soprattutto insegnare a distinguere tra utilizzo consapevole e sostituzione del pensiero.

Questo implica anche un cambiamento nel modo in cui vengono assegnati e valutati i compiti. E allora il compito non dev’essere più il riassunto in sé, ma il processo di prompt engineering che ha portato a quel riassunto.

Di fonte a quella chat rubata avevo due strade.

La prima era arrabbiarmi con Francesco e cambiare password del mio cellulare perché non usasse più l’AI.
La seconda era sedermi con lui e iniziare ad insegnargli ad interrogare l’AI, per capire se la macchina aveva capito il contesto del libro, per fare un indice a bullet point del riassunto, validare i punti, controllarne l’attinenza alla lettura appena conclusa, eventualmente correggerli, chiedere cosa mancava di rilevante e approvare o meno le aggiunte, spiegare che il linguaggio doveva essere adatto non solo a un bambino di 11 anni, ma a quel bambino, dando in pasto all’ai altri testi scritti da Francesco, dare tono di voce, lunghezza e contesto di dove si sarebbe usato il riassunto e solo allora iniziare a generare uno o più output plausibili.

Ho scelto ovviamente la seconda strada. È quella che preferisco? No. Ma è l’unica possibile. Non si torna indietro. Fatevene una ragione.

Ogni riferimento a fatti e persone contenuti in questo articolo è da considerarsi di pura fantasia e esclusivamente funzionale a rendere esplicito il senso dello stesso