Ci avevano detto che non sarebbe successo.
Per anni abbiamo sentito ripetere da più parti che l’intelligenza artificiale non avrebbe sostituito il lavoro umano. Opinioni diverse ma che concordavano tutte su un punto: l’AI avrebbe semplicemente aumentato la produttività, liberando le persone dalle attività più ripetitive per consentire loro di dedicarsi a compiti più qualificati. Una rivoluzione, sì, ma senza vittime.
Poi abbiamo letto i giornali, che riportavano fatti reali.
Negli Stati Uniti Oracle ha annunciato una riduzione della forza lavoro di circa 21.000 dipendenti, mentre prosegue una strategia di investimenti sempre più massicci nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture che la sostengono. In Europa lastminute.com ha comunicato una profonda riorganizzazione che prevede una riduzione di circa un quarto del personale, accompagnata da un’accelerazione sull’impiego dell’AI.
Sarebbe scorretto sostenere che ogni posto di lavoro eliminato sia stato sostituito da un algoritmo. Le riorganizzazioni aziendali sono fenomeni complessi e rispondono a molteplici esigenze. Ma esiste un elemento che sarebbe altrettanto scorretto ignorare.
Le imprese prendono decisioni sulla base dei numeri.
Un consiglio di amministrazione non vota una ristrutturazione perché affascinato da una tecnologia. La vota perché i dati dimostrano che quella scelta produce maggiore efficienza, minori costi o maggiori margini. Se oggi alcune aziende riducono il personale mentre aumentano gli investimenti nell’intelligenza artificiale, significa che, almeno nello scenario attuale, quella decisione è economicamente conveniente.
E attenzione, perché questo è il punto da cui bisognerebbe partire: la convenienza economica di avere un agente al posto di una persona e chiedersi quale sia oggi la sua retribuzione.
E allora qual è la RAL di un’intelligenza artificiale? Qual è il confronto tra una persona e milioni di token?
Perché è chiaro che a livello di efficienza agenti che lavorano 24 ore su 24, parlano perfettamente 40 lingue, chiudono i ticket in 24 ore, non possono essere messi a confronto con le persone, almeno in una fase precedente ad una escalation umana sempre necessaria. Ma qual è il consumo di token ed il relativo costo per far sì che questo avvenga?
È difficile negare che, oggi, i token risultino nella maggior parte dei casi più convenienti delle persone a livello economico.
Ma proprio qui apro una riflessione che appare completamente assente dal dibattito pubblico.
Siamo davvero sicuri di conoscere il costo dell’intelligenza artificiale?
Il costo di un lavoratore è “prevedibile”. È disciplinato da contratti, contributi, rinnovi, dinamiche salariali e regole che cambiano lentamente. Possiamo immaginarne il tasso di crescita, l’inflazione, e comunque difficilmente subisce discostamenti rilevanti nel breve periodo.
Il costo dell’intelligenza artificiale, invece, è una variabile esposta a un numero enorme di fattori esterni.
Dipende dal prezzo dell’energia elettrica, senza la quale nessun data center può funzionare. Dipende dalla disponibilità di semiconduttori avanzati e dalla possibilità di spostarli da una parte all’altra del mondo. Dipende dalle politiche commerciali di pochissime aziende private che controllano i modelli più avanzati. Dipende dall’evoluzione normativa, dalle decisioni delle authority. Dipende dalla fiscalità internazionale. Dipende dalle tensioni geopolitiche. Dipende dalla disponibilità delle infrastrutture digitali. Dipende perfino dalla sicurezza dei cavi sottomarini che trasportano il traffico dati.
Una digital tax, nuove restrizioni all’esportazione di chip, una crisi energetica, un conflitto internazionale, una modifica del quadro regolatorio europeo, la decisione di un grande fornitore di modificare prezzi o condizioni di utilizzo, la decisione di un presidente degli Stati Uniti d’America che decide di bloccare un modello per tenerselo per sé, un garante che blocca il trasferimento di dati, possono cambiare radicalmente il costo di ciò che oggi appare straordinariamente conveniente.
Oggi una RAL digitale costa meno, senza dubbio.
Domani nessuno può affermarlo con la stessa certezza.
Tra l’altro oggi i costi dell’AI sono calmierati dagli enormi sussidi statali che gli stati stanno elargendo. Oggi viviamo in un’epoca in cui le grandi aziende di intelligenza artificiale riescono a dare token a prezzi bassissimi, non corrispondenti al loro reale costo.
E sapete qual è l’effetto di tutto questo? Stanno creando dipendenza. Una dipendenza da cui sarà difficile uscirne quando i costi triplicheranno, perché intanto abbiamo smantellato interi settori aziendali, in nome del progresso.
Ma torniamo ai lavoratori e, per scelta, qui non voglio farne una questione etica, ma prettamente economica. Perché parlare dei licenziamenti e delle persone rimaste senza lavoro è solo una visione parziale della situazione.
Innanzitutto de una parte crescente del lavoro umano verrà sostituita, milioni di persone invieranno curricula per le stesse mansioni ad altre aziende, che probabilmente, per quelle stesse funzioni, potranno anch’esse beneficiare dell’AI, facendo scomparire o quasi alcuni lavori (penso al customer care per esempio). E allora le persone licenziate saranno costrette a reinventarsi. Alcuni lo faranno con successo. Altri incontreranno enormi difficoltà con evidenti conseguenze sociali. Ma il punto non è soltanto occupazionale.
È economico. Macroeconimico: chi comprerà i beni e i servizi prodotti da imprese “sempre più efficienti” se una quota crescente della popolazione perderà reddito?
Che cosa accadrà al potere d’acquisto?
Come verranno finanziati i sistemi di welfare? Come? Faremo pagare le tasse ai token?
Non possiamo farci trovare impreparati.
Servono con estrema urgenza nuove politiche attive del lavoro, nuove forme di sostegno al reddito, ma anche una politica industriale che riduca la dipendenza tecnologica da pochi operatori globali. Sono questioni che non possono essere affrontate separatamente.
Perché il problema non è l’intelligenza artificiale o le scelte delle aziende, il problema, signori, è il sistema economico che nascerà dalla sua diffusione.
Il mercato sta facendo esattamente ciò che ha sempre fatto: cerca l’efficienza e massimizza il profitto. Sarebbe ingenuo aspettarsi altro. Se oggi il costo dei token è inferiore al costo del lavoro, il mercato tenderà inevitabilmente a percorrere quella strada.
Ma non possiamo limitarci a osservare, questa volta.
Lasciare che il mercato scelga da solo significa accettare che il futuro del lavoro, del reddito e dei consumi venga deciso esclusivamente dalla convenienza economica del momento, senza interrogarsi sulla sostenibilità dell’equilibrio che ne deriverà.
Continuiamo a discutere di etica dell’intelligenza artificiale. È una discussione importante.
Ma forse stiamo iniziando dal capitolo sbagliato.
Serve capire e conoscere le convenienze economiche che spingono imprese perfettamente sane a sostituire una parte del lavoro umano perché, semplicemente, conviene. Serve analizzare i rischi di affidarsi a dei token il cui costo (e la cui disponibilità) non sono prevedibili.
Solo dopo aver deciso come governare questi effetti, come eventualmente preservare il potere d’acquisto, come distribuire il valore prodotto dall’automazione e come costruire un nuovo equilibrio sociale, potremo tornare alla domanda con cui ogni convegno sull’intelligenza artificiale si conclude: “Sì, ma l’etica?”
