Zuckerberg dice no al freno chiesto da Anthropic e OpenAI . Meta ha altri piani

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Il fondatore di Meta respinge la richiesta di rallentare insieme lo sviluppo dei modelli più avanzati, avanzata da Anthropic, OpenAI e xAI. La sua posizione emerge mentre la Commissione europea convoca i principali laboratori e la FTC mette in guardia dalle richieste di esenzione antitrust legate alla sicurezza

Il tentativo di costruire una tregua tra i grandi laboratori dell’intelligenza artificiale ha incontrato il suo primo ostacolo serio. Mark Zuckerberg ha respinto pubblicamente la proposta di rallentare insieme lo sviluppo dei modelli più potenti, sostenendo che ogni azienda dispone già degli strumenti necessari per procedere in sicurezza senza bisogno di un’intesa comune con i concorrenti.

Perché Zuckerberg rompe con Anthropic e OpenAI

La presa di posizione arriva tre giorni dopo l’appello di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che aveva chiesto all’industria di rallentare il ritmo con cui vengono aumentate le capacità dei modelli, in particolare quelle legate all’auto-miglioramento ricorsivo dei sistemi. Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk di xAI avevano appoggiato pubblicamente quella linea, dando corpo a un fronte che sembrava compatto fino all’intervento del fondatore di Meta.

In un post pubblicato su X martedì, Zuckerberg ha scritto che ogni laboratorio ha la responsabilità e l’incentivo a procedere al ritmo necessario per addestrare i propri modelli in sicurezza, oltre alla capacità di adottare da solo le misure adeguate a garantirlo. Ha aggiunto che gli utenti finiranno per abbandonare gli agenti disallineati con le proprie richieste, e che questo crea di per sé un forte incentivo naturale ad allinearli correttamente. David Sacks, ex funzionario della Casa Bianca per l’IA, ha rincarato la dose contro Anthropic e OpenAI, ricordando su X che le due aziende occupano già una posizione dominante sulla frontiera tecnologica per quota di mercato, crescita dei ricavi e capacità dei modelli, e che potrebbero quindi rallentare da sole se lo ritenessero davvero necessario.

Il caso Muse come prova sul campo

Zuckerberg capovolge l’impostazione proposta dai concorrenti. Ogni laboratorio dovrebbe decidere in autonomia quando accelerare e quando fermarsi.

A sostegno della propria tesi cita il comportamento della stessa Meta, che ha rinviato per mesi il lancio di Muse, l’agente capace di accedere alle applicazioni dell’utente, inviare email ed effettuare pagamenti, proprio per rafforzarne sicurezza e affidabilità. Ha raccontato di non aver chiesto a nessun altro di fare lo stesso prima di agire, definendo quella scelta parte del lavoro quotidiano dell’azienda e non un gesto dimostrativo verso il resto del settore.

Meta avrebbe inoltre affidato a valutatori indipendenti l’esame di alcuni rischi dei propri modelli attraverso Meta Superintelligence Labs, la divisione interna dedicata alla ricerca sui sistemi più avanzati. Secondo Zuckerberg questa pratica dovrebbe diventare ordinaria per l’intera industria, pur restando una scelta volontaria di ciascuna azienda e non un obbligo concordato tra concorrenti. Ha precisato anche che Meta destina la parte più consistente della propria capacità di calcolo a prodotti pensati per rispondere alle esigenze immediate degli utenti, distinguendo questo approccio dalla corsa all’auto-miglioramento ricorsivo che preoccupa Amodei.

I limiti dell’argomento sulla responsabilità legale

La responsabilità civile interviene tipicamente dopo che il danno si è già verificato, e questo non garantisce che un’impresa la consideri più onerosa del vantaggio ottenuto distribuendo rapidamente un prodotto sul mercato. Il precedente delle piattaforme social offre un riscontro concreto a questo limite teorico.

Meta ha accettato di recente di pagare fino a 18 miliardi di dollari per chiudere alcune cause promosse negli Stati Uniti sul design potenzialmente assuefacente di Facebook e Instagram, senza riconoscere responsabilità dirette. Il rischio di un contenzioso futuro non ha impedito alle piattaforme social di introdurre funzioni pensate per aumentare il tempo trascorso dagli utenti, e resta da dimostrare che lo stesso meccanismo di deterrenza possa bastare a tenere sotto controllo agenti capaci di accedere a reti, strumenti e sistemi reali con un livello di autonomia molto più ampio.

La partita che si sposta a Bruxelles

La frattura tra i laboratori emerge mentre Ursula von der Leyen porta il tema nell’agenda europea, parlando della necessità di rallentare i modelli capaci di migliorarsi autonomamente e annunciando la convocazione dei principali laboratori a Bruxelles per discutere di valutazione dei modelli, verifiche indipendenti e sicurezza informatica.

La posizione di Meta mostra subito il limite pratico di qualunque intesa volontaria tra aziende che competono sullo stesso mercato: se anche un solo grande produttore continua ad accelerare, gli altri rischiano di perdere investimenti, ricercatori e quote di mercato restando fermi ad aspettare un accordo che potrebbe non arrivare mai.

C’è poi una dimensione antitrust che complica ulteriormente il quadro. Anthropic ha chiesto alle autorità statunitensi il permesso di coordinarsi con i concorrenti sulla velocità dello sviluppo per ragioni di sicurezza, e il presidente della Federal Trade Commission Andrew Ferguson ha invitato a guardare con sospetto le aziende che chiedono esenzioni dalla concorrenza proprio in nome della sicurezza, temendo che i produttori dominanti possano usare i rischi dell’IA per costruire barriere contro nuovi concorrenti. Lasciare ogni impresa libera di scegliere può alimentare una corsa incontrollata, mentre consentire ai maggiori operatori di accordarsi tra loro può consegnare proprio a quegli operatori il potere di stabilire chi abbia diritto a partecipare al mercato europeo e globale dell’intelligenza artificiale.