Quasi 190 organizzazioni hanno sottoscritto il codice di condotta europeo sulla trasparenza dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. L’elenco dei firmatari è stato pubblicato venerdì dalla Commissione europea.
Tra le adesioni compaiono i principali sviluppatori occidentali, da Anthropic a OpenAI, passando per Google, Meta, Microsoft e la francese Mistral. Mancano invece i grandi nomi cinesi del settore, a cominciare da DeepSeek e Alibaba, che pure contano su una base di utenti consistente nel mercato europeo, dove i loro modelli vengono impiegati ogni giorno da imprese e professionisti. L’unica azienda cinese presente è Lenovo, che produce computer e ha firmato entrambe le sezioni del documento, sia come fornitrice sia come utilizzatrice di sistemi di intelligenza artificiale.
Cosa prevede l’AI Act sull’etichettatura dei deepfake
Dal 2 agosto sono in applicazione le disposizioni dell’AI Act dedicate ai rischi dei deepfake. Le immagini e i filmati generati dall’intelligenza artificiale con un realismo elevato, così come le tracce audio sintetiche, devono essere chiaramente etichettati come artificiali per restare dentro i confini della legge. Il regolamento impone alle aziende che sviluppano o impiegano un sistema di intelligenza artificiale di garantire che i contenuti creati con i loro strumenti risultino marcati come sintetici e rilevabili come tali.
Il codice, redatto da esperti indipendenti e giudicato adeguato dalla Commissione e dal Board europeo per l’AI, traduce questi obblighi in misure operative. L’adesione resta volontaria, ma offre ai firmatari un percorso di conformità certo sul piano legale, ovunque operino e qualunque sia l’autorità di vigilanza competente.
Chi ha firmato le due sezioni del codice
Il documento si articola in due sezioni, firmabili in modo indipendente: la prima è dedicata ai fornitori di sistemi di AI generativa e conta 83 adesioni, la seconda agli utilizzatori e ne raccoglie 152.
Nella sezione riservata ai fornitori, accanto ai colossi figurano realtà specializzate come Synthesia, che genera video con avatar digitali, la tedesca Aleph Alpha, Black Forest Labs e Cohere, oltre ad aziende che sviluppano soluzioni di marcatura e rilevamento dei contenuti sintetici, ammesse alla firma anche se l’obbligo di legge ricade soltanto sui fornitori dei sistemi. La sezione degli utilizzatori riserva le sorprese maggiori, perché accanto a Getty Images e all’italiana Fastweb compaiono nomi lontani dal mondo tecnologico: Bulgari, Lufthansa, il gruppo energetico spagnolo Iberdrola, la Banca nazionale di Romania e perfino la Corte dei conti europea, insieme a marchi storici italiani come Bonomelli.
Circa la metà dei firmatari è costituita da aziende piccole e di recente fondazione, attive in settori che spaziano dall’informatica alle telecomunicazioni, dall’istruzione al commercio. Un dato che, secondo la Commissione, conferma la capacità del codice di facilitare la conformità anche per le imprese di dimensioni ridotte.
Il confronto con il codice sui modelli di AI per finalità generali
La funzione del documento ricalca quella di un precedente strumento europeo di soft law, pensato per le regole dell’AI Act sui modelli di intelligenza artificiale per finalità generali. Il paragone tra i due racconta esiti molto diversi: il codice sui modelli generali si era fermato ad appena 23 firme, mentre quello sulla trasparenza ha superato quota 190. Il caso di Meta rende evidente il cambio di passo, perché l’azienda aveva rifiutato di sottoscrivere il primo documento ma ha aderito al secondo.
Il codice resta aperto a nuove firme e l’elenco verrà aggiornato nel tempo. Da settembre 2026 i firmatari saranno invitati a collaborare in due task force dedicate alla condivisione delle migliori pratiche del settore e all’attuazione concreta delle misure di trasparenza.
