Gates chiede leggi sull’IA e si scaglia contro l’autoregolamentazione. “Gravi pericoli imminenti”

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In un’intervista ad ABC News Bill Gates ha previsto per il prossimo anno un’escalation di attacchi informatici condotti con l’intelligenza artificiale, indicando come pericolo principale i modelli più recenti da cui è possibile rimuovere le salvaguardie. Il fondatore di Microsoft, uno dei gruppi che più guadagnano dal boom dell’IA, respinge l’autoregolamentazione difesa da Trump e chiede restrizioni obbligatorie contro cyberattacchi e bioterrorismo.

Il pericolo più immediato dell’intelligenza artificiale arriva dalle persone che la usano per colpire, molto prima che da macchine capaci di ribellarsi. Bill Gates lo ha ripetuto domenica in un’intervista ad ABC News.

Secondo il fondatore di Microsoft, il fronte su cui gli effetti si vedranno in modo più evidente nel corso del prossimo anno sarà quello degli attacchi informatici. Il rischio che l’IA sfugga al controllo umano richiede ancora lavoro, ha spiegato, ma il suo impatto più grande resta lontano di qualche anno, mentre il pericolo attuale riguarda soggetti malintenzionati che sfruttano i sistemi esistenti, in particolare quelli da cui è possibile eliminare ogni protezione. Oggi rimuovere quelle salvaguardie è consentito, ha osservato Gates. L’incontro tra persone con cattive intenzioni e modelli recenti privi di tutele produrrà nei prossimi dodici mesi molte sorprese negative, soprattutto nel campo della sicurezza informatica. Per questo ha chiesto restrizioni più severe contro l’uso dell’IA per attacchi informatici e bioterrorismo e ha respinto l’idea, sostenuta dal presidente Donald Trump, che l’autoregolamentazione delle aziende basti a garantire la sicurezza.

Perché gli attacchi informatici sono il rischio più vicino

L’intervista ad ABC arriva due settimane dopo quella concessa alla NBC, nella quale Gates aveva sostenuto che l’IA è già abbastanza potente da alimentare eventi capaci di provocare un miliardo di morti e aveva chiesto al Congresso leggi su salvaguardie e monitoraggio. In quell’occasione aveva escluso che la tecnologia sia oggi fuori controllo, ricordando che non governa ancora milioni di robot e che i computer si possono spegnere.

Il ragionamento si inserisce in un percorso iniziato in estate. Ad agosto, in un lungo saggio pubblicato sul suo sito, Gates aveva indicato gli attacchi informatici assistiti dall’IA contro infrastrutture come ospedali e reti elettriche tra i rischi immediati e concreti, mentre in un’intervista al New York Times aveva accusato l’industria tecnologica di minimizzare consapevolmente i pericoli per proteggere investimenti enormi e aveva proposto una tassa sull’uso dell’intelligenza artificiale per rendere più costosa la sostituzione dei lavoratori con le macchine. Nello stesso periodo oltre cento aziende che sviluppano IA avevano firmato una lettera aperta per avvertire che gli attacchi potenziati da questa tecnologia stavano per diventare molto più diffusi e sofisticati.

Rispetto ai mesi scorsi cambia l’orizzonte temporale, perché Gates colloca le prime conseguenze visibili entro un anno.

Le salvaguardie che si possono rimuovere

Il passaggio più tecnico dell’intervista riguarda la possibilità di eliminare le protezioni integrate nei modelli. I sistemi distribuiti attraverso piattaforme controllate dalle aziende conservano filtri e limiti d’uso decisi dal fornitore, mentre i modelli con pesi scaricabili possono essere modificati da chiunque disponga delle competenze necessarie, fino a cancellare i blocchi pensati per impedire richieste pericolose. Gates ha parlato in termini generali di salvaguardie rimovibili, un riferimento che chiama in causa soprattutto questo secondo gruppo, al centro da tempo di un confronto acceso tra chi difende l’apertura come motore di innovazione e chi la considera un rischio per la sicurezza.

Eventuali obblighi sulle protezioni peserebbero quindi in modo diverso sui modelli proprietari e su quelli aperti.

Come l’intelligenza artificiale cambia gli attacchi informatici

Le stesse capacità servono a chi difende e a chi attacca. L’intelligenza artificiale aiuta a riconoscere anomalie e ad accelerare la risposta agli incidenti, mentre nelle mani sbagliate abbassa le competenze necessarie per colpire e consente di agire su una scala molto più ampia.

I modelli generativi permettono di scrivere messaggi fraudolenti più credibili, di adattare in poche ore una campagna di phishing a migliaia di destinatari diversi e di raccogliere informazioni tecniche su un bersaglio. I sistemi più evoluti sono in grado di individuare errori di configurazione e vulnerabilità del software, un’attività con usi del tutto legittimi nella sicurezza informatica che può servire anche a scopi offensivi. Le truffe basate sull’impersonificazione diventano più insidiose grazie a voci, immagini e video generati artificialmente, al punto che una frode che un tempo richiedeva personale specializzato e una buona conoscenza delle lingue oggi può essere organizzata con risorse molto più modeste.

Gli attacchi più complessi richiedono ancora conoscenze specialistiche, ma l’integrazione tra modelli linguistici e agenti capaci di eseguire operazioni sposta rapidamente quella soglia.

Gates contro l’autoregolamentazione delle Big Tech

Gates riassume la sua posizione spiegando che l’industria può fare la diagnosi, mentre le regole devono arrivare dall’esterno, dai governi. Oggi i grandi laboratori sviluppano i modelli, ne misurano le prestazioni, cercano le vulnerabilità, stabiliscono le misure di protezione e decidono le condizioni per renderli disponibili al pubblico. Il loro ruolo resta inevitabile, perché possiedono gran parte delle competenze e delle infrastrutture necessarie per comprendere i sistemi più avanzati. Una società impegnata in una corsa globale ha però interesse a lanciare in fretta prodotti nuovi e ad attirare utenti e capitali, mentre una verifica seria dei rischi chiede tempo e risorse, fino al rinvio di un debutto commerciale, con un conflitto di interessi evidente.

Gates ha reso il concetto con un paragone semplice: affidarsi all’autoregolamentazione equivale a vivere senza un’agenzia che approvi i farmaci o senza l’obbligo di allacciare le cinture in auto.

La linea di Trump e il confronto con la Cina

La Casa Bianca guarda alla questione da un’altra prospettiva. L’amministrazione Trump considera la leadership nell’intelligenza artificiale un tema di sicurezza nazionale e teme che vincoli pesanti finiscano per avvantaggiare Pechino.

Il presidente ha liquidato come una bufala le richieste di nuove leggi e sostiene che la vigilanza sia già garantita dal Dipartimento di Giustizia e dall’FBI, attribuendo grande peso all’autoregolamentazione. A metà settembre, su Truth Social, aveva scritto che all’intelligenza artificiale basta un presidente forte come unico controllo e se l’era presa con il cofondatore di Anthropic Dario Amodei, che pochi giorni prima aveva proposto di rallentare lo sviluppo dei modelli di frontiera. A giugno la stessa amministrazione aveva firmato un ordine esecutivo che chiede alle società di consegnare alle agenzie federali i modelli più avanzati per testarne l’impatto sulla sicurezza informatica prima del rilascio, su base volontaria e senza meccanismi di licenza, una decisione maturata dopo i test sul modello Mythos di Anthropic, capace di individuare falle nei sistemi di banche, assicurazioni e siti governativi.

Gates ha detto di voler incontrare il presidente e ha chiarito che proporrà requisiti obbligatori per tutti i sistemi di IA negli Stati Uniti, lasciando da parte l’ipotesi di un rallentamento dello sviluppo. Nell’industria, intanto, gli amministratori delegati di Anthropic, OpenAI, Google DeepMind, Microsoft e xAI hanno chiesto di frenare i sistemi più capaci, mentre al Congresso le proposte si moltiplicano senza arrivare a una legge federale.

Cosa prevede l’AI Act per i modelli più potenti

Su questo terreno la distanza tra Stati Uniti ed Europa diventa evidente. Con l’AI Act l’Unione ha scelto di graduare gli obblighi in base alle caratteristiche e ai rischi dei sistemi, senza un controllo preventivo generalizzato su ogni modello. Per i modelli di uso generale con rischio sistemico, dal 2 agosto 2025 i fornitori devono valutare i modelli anche con test avversariali, analizzare e mitigare i rischi, garantire un livello adeguato di protezione informatica e comunicare alla Commissione gli incidenti gravi. Una parte delle misure che negli Stati Uniti restano impegni volontari diventa così un obbligo giuridico sottoposto a supervisione pubblica. Va poi distinta la sicurezza del modello da quella dei sistemi informatici in cui viene integrato, perché un modello valutato con cura può comunque funzionare dentro un’applicazione vulnerabile, motivo per cui il regolamento va letto insieme alla direttiva NIS2, che rafforza gli obblighi di gestione del rischio e di notifica degli incidenti per molti soggetti pubblici e privati.

L’efficacia delle regole dipende dalla capacità delle autorità di comprenderne le implicazioni tecniche e di intervenire quando emergono violazioni.

Chi risponde se l’intelligenza artificiale viene usata per un attacco

Quando un sistema viene impiegato per colpire, la responsabilità penale dell’autore resta intatta, perché l’uso di uno strumento automatizzato lascia integro il legame tra la condotta umana e le sue conseguenze giuridiche.

In Italia la legge 132 del 2025 ha introdotto un’aggravante comune per i reati commessi con sistemi di intelligenza artificiale e il nuovo articolo 612-quater del codice penale sulla diffusione illecita di contenuti generati o alterati con l’IA. Più complesso è stabilire quando possano emergere responsabilità ulteriori in capo ai fornitori. Chi distribuisce un modello senza adottare le misure richieste dalla normativa va incontro alle sanzioni previste, mentre la responsabilità per un danno specifico richiede di esaminare gli obblighi violati e il nesso causale alla luce delle circostanze concrete. Il produttore risponde quindi solo in presenza di questi presupposti, anche se le sue scelte progettuali e le vulnerabilità che conosceva restano elementi rilevanti. Al diritto spetta il compito di calibrare gli obblighi sul controllo che ciascun soggetto della filiera esercita davvero.

La battaglia per il controllo dell’intelligenza artificiale

Dietro l’allarme di Gates si muove anche una partita sugli equilibri di potere dentro l’industria. Le regole proteggono cittadini e imprese e allo stesso tempo modificano la concorrenza, perché favoriscono chi dispone già delle risorse per sostenere costosi obblighi di sicurezza e conformità. Salvaguardie impossibili da rimuovere sono più facili da garantire per chi distribuisce modelli chiusi attraverso le proprie infrastrutture che per chi pubblica pesi accessibili a tutti.

Mancano elementi per sostenere che Gates chieda regole a tutela di interessi industriali precisi, anche se Microsoft è tra i principali beneficiari del boom dell’intelligenza artificiale e la regolamentazione contribuirà a decidere chi potrà competere e a quali condizioni. Su quanto sta accadendo pesano molte incognite. Nessuno sa ancora se le istituzioni riusciranno a dotarsi di competenze tecniche all’altezza di modelli che cambiano nel giro di pochi mesi, né se le regole pensate per contenere il rischio finiranno per diventare una barriera all’ingresso per i nuovi concorrenti. Lo stesso Gates ha ammesso che un accordo internazionale sull’intelligenza artificiale sarebbe più difficile dei negoziati sulle armi nucleari durante la Guerra fredda, mentre il dialogo avviato da Stati Uniti e Cina dopo la visita di Xi Jinping a Washington deve ancora dimostrare di poter andare oltre le dichiarazioni di principio.