I primi dati ufficiali sul divieto australiano di accesso ai social per i minori di sedici anni indicano un effetto molto più contenuto di quello che il governo si attendeva.
La rilevazione arriva dall’autorità nazionale per la sicurezza online e apre un percorso di monitoraggio biennale che segue oltre quattromila fra ragazzi e famiglie. Il primo campione comprende 803 bambini fra i dieci e i quindici anni insieme ai genitori, con una fotografia scattata poco prima dell’entrata in vigore della misura, il 10 dicembre 2025, e un secondo passaggio effettuato fra marzo e aprile. Il confronto fra le due rilevazioni misura quanto è cambiato nei primi tre mesi di applicazione della legge che ha reso l’Australia il primo Paese al mondo a imporre una soglia anagrafica generalizzata per l’iscrizione alle piattaforme.
Quanti minori usano ancora i social dopo il divieto
La quota di ragazzi che continua a frequentare le piattaforme soggette a restrizione è passata dall’85,9 all’81,5 per cento. Il calo si ferma quindi a poco più di quattro punti percentuali in tre mesi, un movimento che gli stessi autori del rapporto definiscono limitato nella scala. Più marcata risulta invece la flessione della titolarità di account, scesa dal 52,4 al 42,1 per cento.
La causa principale indicata dal rapporto riguarda l’applicazione inefficace delle misure di verifica dell’età da parte delle piattaforme.
I dettagli raccolti dagli intervistatori spiegano bene il meccanismo. Più della metà dei minori ha dichiarato di non avere incontrato alcun controllo anagrafico durante la navigazione o l’iscrizione, il diciotto per cento è stato classificato erroneamente come maggiore di sedici anni dai sistemi automatici e il trentasette per cento ha semplicemente dichiarato un’età superiore a quella reale. La legge, del resto, colpisce la titolarità dell’account e lascia scoperta la consultazione in modalità disconnessa, una via che i ragazzi hanno continuato a usare senza incontrare ostacoli. La stessa autorità, in un precedente aggiornamento sulla conformità, aveva rilevato che alcune piattaforme consentivano tentativi ripetuti di superamento dello stesso controllo, fino a farlo andare a buon fine.
Perché le piattaforme chiedono di aspettare
Chiamati in audizione davanti a una commissione del Senato, i responsabili australiani di Google, Meta, Snapchat e TikTok hanno invitato i parlamentari a evitare conclusioni affrettate. La responsabile delle relazioni istituzionali di YouTube, Rachel Lord, ha ricordato che i dati di conformità pubblicati dal governo si fermano a marzo e che le tecnologie di age assurance erano state costruite intorno alla soglia dei diciotto anni, con strumenti tarati sui sedici ancora in evoluzione. La responsabile delle politiche pubbliche di Meta in Australia, Mia Garlick, ha sollevato una questione di metodo, osservando che le indagini campionarie registrano quello che i ragazzi dichiarano e che esiste uno scarto possibile fra l’accesso a una piattaforma e il possesso effettivo di un profilo. Le aziende hanno portato la propria contabilità: 756.000 disattivazioni comunicate da Meta fra Instagram e Facebook, circa 740.000 titolari di account bloccati da Google nell’accesso a YouTube, 550.000 profili rimossi da TikTok all’avvio della misura con un ritmo successivo di circa 24.000 al mese.
La commissaria per la sicurezza online, Julie Inman Grant, ha sostenuto che le piattaforme finora hanno fallito nell’impedire la creazione e la ricreazione degli account, chiedendo tempo prima di misurare l’efficacia complessiva della misura. Il Parlamento sta intanto esaminando un testo che porterebbe la sanzione massima per le violazioni sistematiche da 49,5 a 99 milioni di dollari australiani ed estenderebbe i poteri di acquisizione documentale anche ai fornitori terzi dei servizi di verifica dell’età. La relazione della commissione senatoriale è attesa per il 25 agosto.
