Secondo una anticipazione di Reuters, una lettera ancora in bozza, senza data e forse destinata a essere riscritta prima della partenza, sta circolando negli uffici della diplomazia statunitense con un contenuto che somiglia molto a un aut aut. Il documento, preparato dal dipartimento di Stato americano ed esaminato da un’agenzia di stampa internazionale, sarebbe indirizzato a trentacinque governi che negli scorsi mesi hanno sottoscritto un impegno politico sull’intelligenza artificiale insieme a Washington. La richiesta è di scegliere un campo. Chi resta dentro l’alleanza tecnologica americana dovrebbe rinunciare a sedersi anche al tavolo costruito da Pechino, pena l’esclusione dal perimetro della cooperazione.
Cos’è Pax Silica e perché Washington l’ha costruita
L’iniziativa si chiama Pax Silica ed è nata alla fine del 2025 come progetto di punta della diplomazia economica americana. Il nome allude alla materia prima dei chip, il silicio, e l’ambizione dichiarata è costruire un ecosistema tecnologico chiuso tra Paesi considerati affidabili.
Il perimetro copre l’intera filiera che porta dalla terra al calcolo: estrazione di minerali critici, energia, manifattura avanzata, semiconduttori, infrastrutture per i data center. Chi firma la dichiarazione accede a opportunità di investimento condivise su progetti legati all’intelligenza artificiale e accetta forme di coordinamento sui controlli all’esportazione, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori considerati ostili. I firmatari della dichiarazione vera e propria sono ventiquattro, mentre un gruppo più ampio, trentacinque governi, ha sottoscritto lo scorso giugno un documento politico che dichiara una visione comune con gli Stati Uniti sull’intelligenza artificiale. Nessuno dei due testi ha natura vincolante, e proprio questa morbidezza giuridica sarebbe il varco che la lettera vuole chiudere.
La lettera che chiede ai partner di scegliere da che parte stare
Secondo quanto riferito, il testo spiegherebbe che la firma della dichiarazione costituisce un impegno e non una semplice iscrizione a un club, e che quell’impegno mal si concilia con la partecipazione a iniziative duplicative le cui aspettative confliggono con quelle americane. L’invito rivolto ai governi è a scegliere in modo consapevole. Il riferimento riguarda l’organismo intergovernativo sull’intelligenza artificiale costituito a Shanghai nel luglio scorso da ventinove Paesi, presentato dalla leadership cinese come alternativa aperta al modello occidentale, con modelli scaricabili liberamente e programmi di formazione rivolti alle economie emergenti. Un funzionario americano che ha parlato in condizione di anonimato ha riassunto la posizione di Washington con una frase secca sull’impossibilità di ottenere entrambe le cose.
La Cina, nella lettera, non verrebbe mai nominata.
Le reazioni ufficiali si sono mosse lungo i binari prevedibili. Il dipartimento di Stato ha rifiutato di commentare quelli che ha definito documenti interni presuntamente trapelati. L’ambasciata cinese a Washington ha risposto che il proprio governo si oppone alla politicizzazione delle questioni commerciali e tecnologiche, sostenendo che operazioni del genere finirebbero per frenare i progressi globali senza portare vantaggi a nessuno. Il governo kazako, direttamente chiamato in causa, non ha risposto alle richieste di chiarimento.
Il caso del Kazakhstan e la posizione italiana
Il campanello d’allarme che avrebbe accelerato la stesura del documento porta il nome di un Paese dell’Asia centrale. Il Kazakhstan era stato accolto con enfasi nell’alleanza americana lo scorso giugno, salutato come primo ingresso della regione e apprezzato soprattutto per le riserve di minerali che alimentano la produzione di chip avanzati. Poche settimane dopo ha aderito anche allo schema cinese, diventando finora l’unico Stato presente su entrambi i fronti. La circostanza pesa perché Pechino ha già usato la propria posizione quasi monopolistica su quelle materie prime come strumento di ritorsione durante la guerra tariffaria avviata dall’amministrazione americana, e perché il vantaggio tecnologico che Washington dava per acquisito si sta assottigliando: i modelli cinesi a pesi aperti hanno recuperato terreno rapidamente sui sistemi proprietari sviluppati oltreoceano, mentre la Cina, presumibilmente consapevole della propria forza negoziale, starebbe valutando restrizioni all’accesso estero ad alcuni dei suoi modelli migliori.
L’Italia è dentro quel perimetro da poche settimane. La firma della dichiarazione è arrivata a fine luglio a Brindisi, ventiquattresima adesione, dopo che la Commissione europea aveva già sottoscritto il testo per le materie di competenza dell’Unione. Il governo ha presentato l’ingresso come complementare rispetto alla scelta europea.
