Ogni giorno, mi sveglio e so che il mondo digitale corre rapidamente…
Intro: del doman non v’è certezza.
Citando un’emblematica rivelazione di Mr. World in American Gods, noi non stiamo vivendo l’era della tecnologia bensì della manipolazione. Motivo per cui gli scenari dell’intelligenza artificiale non sono stati soltanto un terreno di ricerca o sperimentazione, ma anche di spettacolarizzazione e potere. Ogni parola conta e si incasella in una narrazione ben costruita in cui l’hype del momento sposta facilmente non solo le preferenze dei consumatori, ma anche le paure e gli entusiasmi. Influenzando così in modo rilevante i mercati digitali, le politiche e le norme, attraversando gli oceani.
Ecco dunque che l’Europa, posta nel crocevia fra Oriente ed Occidente, ne viene sommamente influenzata, anche nella sua ricerca di una sovranità – o anche: identità – digitale che ha troppo facilmente appaltato da tempo e che ora tenta di recuperare. Il tutto, nell’auspicio di reperire una formula alchemica per avere contezza di tutti gli orizzonti futuri. Tutto questo non nell’ambiente confortevole di un laboratorio o nella meravigliosa stasi di un cabinet de curiosités, ma con l’accelerazione di tutta quella tecnologia che si riversa sul mercato. E che talvolta il mercato stesso rigurgita, dopo aver consumato anche qualche diritto fondamentale che prima non immaginavamo di dover proteggere. Si pensi ad esempio alla tutela dei neurodiritti, o della capacità di selezione non solo del consumatore ma anche all’imprenditore quando deve relazionarsi con qualche OTT Company.
Gli scenari futuri sono in contino divenire, al punto che se si cede a ritenere come ineluttabile l’accelerazione tecnologica la previsione di quel doman di cui mai s’ha certezza rischia di diventare un gambling in salsa sci-fi. O cyberpunk, dal momento che il carburante dell’ancor maggiore velocità non tanto di evoluzione ma di guadagno sono diritti e libertà che prima ritenevamo intangibili.
Bene dunque ricercare più che la certezza del domani, la consapevolezza dell’oggi. Nella speranza di non ritrovarsi a canticchiare il ritornello I’m goin’ off the rails on a crazy train per descrivere lo stato dell’arte.
Diventa vitale, infatti, non solo evitare missioni o previsioni impossibili, ma anche resistere a tutta una serie di distrazioni perfettamente ingegnerizzate che consentono a pochi di capitalizzare nelle zone grigie. Strategie che non lasciano troppo spazio per pensare a cose come sostenibilità o etica, se non come buzzwords per tentare di posizionarsi sul mercato. Dopotutto, non c’è solo il greenwashing ma abbiamo visto anche il privacywashing, ad esempio.
Perché non un ethicalwashing allora? Anzi, forse lo è già in tutta quella grande preoccupazione che c’è oggi di inserire dei guardrail nell’IA. Dopotutto, meglio dire: abbiamo inserito delle salvaguardie, lo facciamo per voi! piuttosto che destare il sospetto che fino ad oggi ce ne siamo fregati alla grande.
Ma se spostare l’attenzione è un gioco vecchio come il mondo, saperlo fare in contesti tecnologici è senz’altro un’opera complessa di narrazione. Un esempio di controllo della narrazione è voler chiamare quell’intelligenza super e non più artificiale. Giusto per evitare di porsi la domanda se abbia senso chiamarla intelligenza.
Outro: super, ma non troppo.
È lecito chiedersi se oggi anche l’umano voglia accelerare verso una sua versione super e quale sia il prezzo da pagare. Visibile, ed invisibile, dal momento che spesso viene presentato – o meglio: non può più essere nascosto – nel momento in cui ha comportato degli impatti significativi e spesso irreversibili o insostenibili. Sembra preferibile ambire piuttosto a quell’aurea mediocritas in cui si rifuggono gli eccessi e si ricerca il baricentro di un equilibrio in grado di evolversi e mantenersi stabile pur nei mutamenti più accelerati e multiformi.
La premessa per fare ciò è un atto di resistenza alle spinte polarizzanti che provengono, da un lato, dai cinici tecnoentusiasmi a trazione turbocapitalista e, dall’altro, dall’insensato rifiuto di ogni innovazione dal retrogusto luddista. Si tratta di un’opera complessa, ma che si incastona in un dibattito in cui il baricentro è e resta umano, dal momento che è prettamente umano il comune denominatore.
Umano è chi ha inventato quella tecnologia. Umano è anche chi la utilizza, possiede, promuove, attiva e disattiva, ad esempio. Umano è chi rinuncia a parte della propria umanità per attuare deleghe cognitive e di responsabilità, ma anche anche chi impiega la tecnologia a beneficio dell’umanità intera.
Viviamo oggi l’era delle scelte il cui riverbero profilerà i possibili scenari futuri. Scelte che sono umane e incidono in modo significativo su diritti umani e non artificiali.
Scelte di cui siamo e saremo chiamati ad essere responsabili.
