Grazie ad una inchiesta esclusiva del New York Times, ora sappiamo che a Mark Zuckerberg non bastano i guadagni stratosferici che gli derivano dalle sue aziende. Il fondatore di Meta (valore delle azioni intorno ai 2 trilioni di dollari) fa di tutto anche per evitare di contribuire al funzionamento degli Stati Uniti, dichiarando al fisco che gli investimenti per i data center rientrano tra quelli per ricerca e sperimentazione – i cui risultati non sono dunque sicuri -, e quindi tra quelli che comportano agevolazioni in forma di credito d’imposta. Nelle dichiarazioni agli investitori, tuttavia, afferma tutt’altro: “i nostri investimenti nell’IA stanno accelerando ogni aspetto fondamentale del nostro core business. Ogni segnale positivo che riscontriamo nel nostro lavoro e nell’intero settore ci dà fiducia in questo investimento”. Di cosa si tratta, in definitiva? Di un investimento certamente fruttuoso, o di soldi spesi per sperimentare, accettando di conseguenza l’alea dell’incertezza? Il NYT la classifica come “un’interpretazione aggressiva” dell’agevolazione fiscale, che però ha consentito a Meta di ottenere miliardi di dollari in crediti d’imposta per l’espansione dei suoi data center. Andre Shevchuck, partner della società di consulenza BPM, specializzato nel credito d’imposta per la ricerca e la sperimentazione, ha le idee piuttosto chiare al proposito: “definire i propri centri dati per l’intelligenza artificiale come sperimentali è un’affermazione piuttosto azzardata e fuori dagli schemi”. Si esprime in questi termini un esperto esterno.
Le perplessità interne all’azienda
Ma anche all’interno dell’azienda l’escamotage studiato da Zuckerberg ha sollevato molte perplessità. Documenti forniti da Meta alle autorità di vigilanza sui mercati finanziari parlano di “miliardi di dollari di risparmi fiscali che rischiano di essere annullati dall’IRS (Internal Revenue Service, agenzia governativa deputata alla riscossione dei tributi, n.d.r.) in gran parte a causa delle incertezze relative ai nostri crediti d’imposta per la ricerca”. Il credito d’imposta è stato creato nell’81, primo anno della presidenza Reagan, per incentivare l’innovazione. In base a questa norma (Research & Experimentation Tax Credit), le aziende possono ottenere un rimborso per le forniture, ma solo se vengono testate in un contesto sperimentale e non nell’ambito delle normali attività aziendali. Per Meta, quando si trova davanti al fisco, invece, i data center multimiliardari, energivori tanto da provocare proteste in tutti gli Stati Uniti, sono soltanto “modelli pilota”. In sostanza, i costosi chip per l’IA che il colosso tecnologico acquista da Nvidia, danno diritto a uno sconto finanziato dai contribuenti. In passato, l’IRS ha contestato le aziende che avevano richiesto il credito d’imposta per forniture di base. Moltissime fruiscono del credito d’imposta per la ricerca, ma prendendo in considerazione gli stipendi di ricercatori e ingegneri, persone, cioè, che si occupano di innovazione.
I crediti d’imposta
I crediti d’imposta per la ricerca di Meta sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi due anni, il che le ha consentito di risparmiarequasi 4 miliardi di dollari lo scorso anno. Tra l’altro, Meta ha già una controversia, nella quale sono in ballo 355 milioni, con l’IRS e che concerne questo tipo di agevolazione. Nel 2013 ha affermato che 4,1 miliardi di dollari di stock option esercitate da Zuckerberg potevano essere considerate spese di ricerca perché egli aveva contribuito all’invenzione di nuovi software, come il News Feed di Facebook. Le big tech impegnate nella corsa dell’IA, oltre che sulla norma risalente agli anni 80, possono contare sul “One Big Beautiful Bill” del 2025. La “grande e bellissima” legge, così denominata dal modesto Donald Trump, ha reso permanenti molte misure fiscali del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, tra le quali la deduzione integrale delle spese di R&S. Il credito d’imposta può essere utilizzato in aggiunta alla deduzione, ma è, almeno in teoria, più difficile ottenerlo, dovendo i richiedenti dimostrare di star conducendo un esperimento e non semplicemente lanciando un nuovo prodotto. Nel 2024, per accelerare nella gara sull’IA, Meta ha avviato la costruzione di data center su decine di migliaia di ettari in tutti gli USA. Una delle maggiori spese per un data center dedicato all’IA era rappresentata dai chip, che costano migliaia di dollari ciascuno. Fu a quel punto che su un dipendente di Meta si accese la lampadina di Archimede, sotto forma di un’idea creativa (se si trattasse di un imbroglio lo si saprà a fine contenzioso) per compensare i costi: sfruttare il credito. Ma i chip funzionano, non hanno bisogno di sperimentazione e ricerca. Sono stati al centro dei progressi dell’IA nell’ultimo decennio e hanno trasformato Nvidia nell’azienda di maggior valore al mondo.
I pareri legali
Meta ha consultato avvocati di diversi studi legali, i quali hanno indicato un caso pertinente del 2021, in cui un giudice federale aveva negato a un cantiere navale l’agevolazione fiscale per la ricerca relativa ai costi di costruzione di nuovi tipi di imbarcazioni. La semplice creazione di un nuovo prodotto non era sufficiente; un’azienda doveva individuare con precisione le componenti specifiche di un progetto che presentavano incertezze tecniche e dimostrare di aver utilizzato esperimenti scientifici per superarle. Jeffrey Moeller, uno degli avvocati consultati, ha rappresentato la Bayer in una controversia da 200 milioni di dollari con l’IRS in merito ai crediti d’imposta per la ricerca. In un’intervista, non ha voluto commentare il caso di Meta. Ha però affermato che le norme potrebbero consentire di richiedere il credito d’imposta per prodotti già disponibili in commercio e di comprovata efficacia, a condizione che si tratti di forniture necessarie per risolvere l’incertezza di un progetto. Dopo alcuni mesi di riflessione, Meta ha iniziato a etichettare in modo diverso, ai fini fiscali, i chip destinati ai data center per l’IA rispetto a quelli inviati agli altri. Servirà? Staremo a vedere. Intanto, quel che è certo è che l’azienda di Zuckerberg ha ridotto le sue tasse di 2 miliardi di dollari nel 2024 e di 3,9 miliardi di dollari nel 2025, contro i 700 milioni del 2023 (prima della trovata sui data center per l’IA). Una vera scommessa, un azzardo, riconosciutidalla stessa società. Il rischio di soccombere con l’IRS è trattato in un documento informativo denominato “benefici fiscali non riconosciuti”. Si tratta essenzialmente della differenza tra quanto Meta ha pagato all’IRS e quanto potrebbe dover versare qualora le autorità fiscali contestassero le sue manovre. È un avvertimento per gli investitori: Meta ha fatto una scommessa e l’entità della differenza riflette la probabilità di perdere, secondo la valutazione dei consulenti fiscali dell’azienda.
L’importo accantonato
Proprio in previsione di un’eventuale soccombenza, l’importo accantonato per coprire tali scommesse fiscali è aumentato del 45%, passando da 12,9 di due anni fa a 18,74 miliardi di dollari di oggi. “Meta sta rivendicando miliardi di dollari in agevolazioni fiscali che, secondo i suoi stessi contabili, rischiano di essere annullate dall’IRS”, ha affermato Lisa De Simone, docente di contabilità presso l’Università del Texas. Andy Stone, portavoce di Meta, ha affermato che “i benefici fiscali non riconosciuti sono semplicemente una misura contabile obbligatoria dell’incertezza”. Li ha definiti “un’istantanea che riflette lo stato di questioni irrisolte e che rispecchia diverse tipologie di incertezza”. Gli esperti di crediti d’imposta hanno affermato che Meta si è avventurata in acque agitate usufruendo di questa enorme agevolazione fiscale sui data center. Meta si è rifiutata di rispondere alle domande su cosa rendesse sperimentali i suoi centri dati per l’intelligenza artificiale e sul perché decine di miliardi di dollari di chip e apparecchiature informatiche abbiano beneficiato del credito d’imposta per la ricerca. Il promotore della legge del 1981,
James Shannon, ha affermato che lo spirito del provvedimento era sostenere “il capitale umano, la conoscenza e l’informazione”, e non “la produzione di beni materiali”. Si è detto sorpreso di apprendere che un’azienda tecnologica abbia utilizzato il credito d’imposta per la fornitura di data center per l’intelligenza artificiale: “La situazione è andata ben oltre ogni aspettativa”. Recentemente, il Comitato del Congresso sulla tassazione ha stimato che il credito costerà al governo 32,1 miliardi di dollari nel 2025. Di questi, oltre un decimo sarà a vantaggio di Meta. Ottimo affare, per Mark Zuckerberg. Fino a quando durerà.
