Editori e piattaforme ai ferri corti, La Danimarca si schiera con il Belgio contro Google e Meta davanti alla Corte UE

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Il governo danese ha depositato un intervento formale a sostegno del Belgio nella causa C-663/24 davanti alla Corte di giustizia dell'Unione europea, con udienza fissata per il 6 e 7 luglio 2026. La controversia coinvolge Google, Meta, Spotify, Sony e Streamz e riguarda l'applicazione dell'articolo 15 della direttiva Copyright DSM sulla remunerazione degli editori per l'uso online dei contenuti giornalistici.

Il governo danese ha depositato un intervento formale a sostegno del Belgio nella causa che oppone Google, Meta, Spotify, Sony e Streamz all’esecutivo di Bruxelles davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. L’udienza orale, fissata per il 6 e 7 luglio riguarda il modo in cui il Belgio ha recepito l’articolo 15 della direttiva Copyright DSM, la norma europea che riconosce agli editori un diritto connesso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche. Il fascicolo, registrato con il numero C-663/24 e conosciuto come caso Streamz, nasce da un’azione avviata nel 2023 dalle cinque aziende contro la legge belga di attuazione della direttiva. Dietro la disputa tecnica sulla normativa di un singolo Stato membro si muove una questione che riguarda l’intero mercato digitale europeo, perché la sentenza di Lussemburgo finirà per stabilire quanto possano spingersi i governi nazionali quando decidono di rafforzare i diritti degli editori oltre la cornice minima fissata da Bruxelles.

Perché la controversia belga interessa tutta l’Europa

La causa nasce da un problema di attuazione. La direttiva 2019/790 ha introdotto un diritto connesso a favore degli editori per l’uso online delle pubblicazioni giornalistiche, lasciando però ai singoli Stati membri un margine di discrezionalità sugli strumenti concreti per renderlo effettivo. Il Belgio ha scelto una versione particolarmente incisiva di questo margine, imponendo alle piattaforme obblighi di negoziazione e di trasparenza informativa verso gli editori, comprese informazioni che Google, Meta, Spotify, Sony e Streamz considerano riservate sull’utilizzo effettivo dei contenuti. Le cinque aziende hanno impugnato la norma davanti alla Corte costituzionale belga, sostenendo che il legislatore nazionale abbia superato i confini fissati dalla direttiva europea e abbia introdotto vincoli sproporzionati rispetto alla libertà di impresa. È a questo punto che la vicenda è arrivata alla Corte di giustizia UE tramite rinvio pregiudiziale, il meccanismo con cui un giudice nazionale chiede ai giudici di Lussemburgo di chiarire come interpretare correttamente una norma comunitaria prima di decidere il caso. La Danimarca ha scelto di intervenire proprio in questa fase, temendo che una lettura restrittiva della direttiva da parte della Corte possa ridurre i margini di manovra di tutti gli Stati membri, compreso il proprio.

Il ministero della Cultura di Copenaghen ha comunicato la propria partecipazione a una delegazione procedurale danese incaricata di intervenire nel procedimento, con l’obiettivo di chiedere ai giudici di definire con precisione i confini del diritto dei publisher e la responsabilità economica che le piattaforme devono assumersi quando i loro contenuti compaiono online senza autorizzazione. La ministra della Cultura Zenia Stampe ha collegato la questione alla tenuta del sistema informativo danese, sostenendo che le grandi aziende tecnologiche non dovrebbero poter utilizzare i contenuti prodotti dai media senza corrispondere un compenso adeguato.

Uno squilibrio negoziale che la norma prova a correggere

Il nodo che la Corte dovrà sciogliere riguarda in realtà un problema più ampio del diritto d’autore in senso stretto, ed è quello del potere contrattuale tra editori e piattaforme. Sul piano teorico le parti potrebbero semplicemente negoziare condizioni economiche eque per l’utilizzo dei contenuti, ma nella pratica il rapporto tra un editore nazionale e un gruppo come Google o Meta è segnato da una distanza enorme in termini di risorse finanziarie, diversificazione del business e controllo dei canali di accesso all’informazione. Per una parte consistente delle testate europee rinunciare alla visibilità garantita dai motori di ricerca o dai social network significa perdere traffico, lettori e ricavi pubblicitari, mentre le piattaforme possono contare su mercati globali e modelli di ricavo che non dipendono da un singolo mercato editoriale nazionale. È proprio per correggere questa asimmetria che alcuni ordinamenti, tra cui quello belga, hanno introdotto obblighi di negoziazione rafforzati o meccanismi che impediscono alle piattaforme di penalizzare la visibilità degli articoli durante le trattative sul compenso.

Un precedente diretto arriva dalla stessa Corte di giustizia UE, che lo scorso maggio si è pronunciata nella causa tra Meta e l’AGCOM italiana confermando che un diritto a un equo compenso per gli editori è compatibile con l’ordinamento europeo, a condizione che la remunerazione rappresenti un corrispettivo per l’autorizzazione all’uso online delle pubblicazioni e che i publisher restino liberi di rifiutarla o di concederla gratuitamente.

La dimensione che riguarda l’intelligenza artificiale generativa

La disputa belga si inserisce in una strategia normativa europea molto più ampia, che negli ultimi anni ha prodotto il Digital Markets Act, il Digital Services Act, la direttiva Copyright e l’AI Act, tutti strumenti pensati per ridurre la capacità delle grandi imprese tecnologiche di determinare da sole le condizioni di funzionamento dei mercati digitali.

Il tema della remunerazione degli editori assume però un peso nuovo con la diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale generativa. I motori di ricerca tradizionali garantivano comunque agli editori una parte del traffico generato dagli utenti che cliccavano sui risultati, mentre le risposte sintetiche prodotte da un assistente AI possono restituire un contenuto informativo senza indirizzare necessariamente il lettore verso il sito che quella informazione ha effettivamente prodotto. La Danimarca aveva già partecipato, in una fase precedente, a un altro procedimento europeo riguardante l’addestramento dei sistemi di Google su contenuti giornalistici, a conferma di una linea che lega la difesa del diritto d’autore tradizionale alle nuove sfide poste dai modelli generativi. L’esito della causa C-663/24 stabilirà quanto ampio resta il margine di manovra riconosciuto ai singoli Stati membri nell’attuazione dell’articolo 15, con conseguenze dirette sugli altri Paesi in cui le normative nazionali di recepimento sono già oggetto di contestazione da parte delle stesse aziende tecnologiche.