Giornalisti e podcaster fanno causa a Google per aver usato le loro voci senza permesso per addestrare l’AI

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Un gruppo di giornalisti, podcaster e narratori di audiolibri ha depositato in Illinois una proposta di class action contro Google, accusando l'azienda di aver raccolto migliaia di ore di registrazioni vocali per addestrare sistemi come Google Assistant e Gemini Live senza alcuna autorizzazione. La causa invoca la violazione dei diritti di pubblicità e della legge illinois sulla privacy dei dati biometrici.

Carol Marin è una delle firme più riconoscibili del giornalismo di Chicago, con decenni di carriera alle spalle tra televisione e carta stampata. Yohance Lacour e Alison Flowers hanno vinto il Premio Pulitzer. Sono loro, insieme a un gruppo di podcaster e narratori di audiolibri, i ricorrenti della proposta di class action depositata il 12 maggio 2026 presso il tribunale federale del Northern District dell’Illinois contro Google e la sua capogruppo Alphabet. Il caso è registrato come Marin v. Alphabet Inc., numero 1:26-cv-05436, e segna un momento preciso nella stagione dei contenziosi legali legati all’intelligenza artificiale: per la prima volta, giornalisti con riconoscimenti di primo piano si presentano insieme davanti a una corte federale americana per chiedere conto a Google dell’uso che avrebbe fatto delle loro voci.

Voci da prima pagina, registrazioni da manuale

L’accusa dei ricorrenti è costruita su un elemento specifico che la rende difficile da liquidare come generica. Secondo il testo della causa, le registrazioni vocali dei giornalisti e dei narratori coinvolti corrispondono esattamente al profilo di audio che la stessa documentazione interna di Google descrive come ottimale per addestrare i propri sistemi di sintesi vocale: lunga durata, voce singola, qualità da studio di registrazione, produzione professionale. In altre parole, il materiale che Google avrebbe raccolto dal web senza autorizzazione non era audio qualunque, ma precisamente il tipo di contenuto sonoro più prezioso per costruire modelli capaci di replicare il parlato umano in modo credibile. I sistemi citati nella causa includono Google Assistant e Gemini Live, due prodotti centrali nella strategia vocale dell’azienda.

Migliaia di ore di registrazioni, stando alle accuse, acquisite senza che nessuno dei parlanti avesse mai firmato un consenso.

I ricorrenti chiedono un risarcimento in misura non ancora quantificata e invocano due distinti strumenti giuridici: la violazione dei diritti di pubblicità — che tutela il diritto di una persona a controllare l’uso commerciale della propria immagine e identità — e la violazione della legge dell’Illinois sulla privacy dei dati biometrici, una delle normative statali più stringenti degli Stati Uniti in materia di raccolta e trattamento di caratteristiche fisiche identificative, tra cui rientrano le impronte vocali. I portavoce di Google e gli avvocati dei ricorrenti non avevano risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione della notizia da parte di Reuters.

Il precedente Greene e il filone delle cause vocali

La class action in Illinois non arriva in un vuoto giuridico. A gennaio 2026, David Greene, ex conduttore di “Morning Edition” su NPR, aveva depositato una causa individuale contro Google presso la corte di Santa Clara, in California, sostenendo che la sua voce fosse stata usata per addestrare NotebookLM, lo strumento dell’azienda che genera riassunti audio in formato podcast.

Greene aveva descritto il momento in cui aveva ascoltato per la prima volta il modello come qualcosa di perturbante — amici e colleghi che lo contattavano chiedendogli se avesse concesso la propria voce in licenza all’azienda, tic linguistici e cadenze riprodotti con una precisione che andava oltre la somiglianza generica. Un’analisi forense commissionata dall’ex conduttore aveva restituito un indice di somiglianza tra il 53 e il 60 percento con il modello vocale di NotebookLM. Google aveva respinto le accuse, dichiarando di aver ingaggiato un attore professionista per le registrazioni originali. Parallelamente, in un procedimento separato in corso a New York, un gruppo di doppiatori aveva sollevato accuse analoghe contro Lovo, una startup specializzata in voci generate dall’IA. La causa Marin si aggiunge a questo filone portandovi, per la prima volta, giornalisti con profili pubblici di alto livello e una struttura collettiva che punta a rappresentare una classe più ampia di professionisti della voce.

Il nodo biometrico che il diritto non ha ancora sciolto

Sullo sfondo di questa vicenda c’è una questione che i tribunali americani stanno affrontando caso per caso, in assenza di una norma federale organica: la voce umana, nella sua specificità timbrica, ritmica e stilistica, può essere qualificata come dato biometrico? E se sì, quali obblighi di consenso e trasparenza derivano dalla sua raccolta e dal suo uso per addestrare un sistema di intelligenza artificiale? L’Illinois Biometric Information Privacy Act, la legge invocata dai ricorrenti, è uno degli strumenti più avanzati disponibili negli Stati Uniti per rispondere a questo tipo di domanda, ma è una norma statale, non federale, e la sua applicabilità a scenari di training IA su scala globale è tutt’altro che scontata. Il fatto che i ricorrenti abbiano scelto proprio l’Illinois come foro non è casuale: è lo stato con la giurisprudenza biometrica più consolidata del paese, e rappresenta un terreno relativamente favorevole per chi vuole sostenere che una voce raccolta senza consenso costituisce una violazione della privacy.

La causa Marin v. Alphabet è una delle decine di azioni legali depositate negli ultimi anni da autori, testate giornalistiche e professionisti creativi contro le principali aziende tecnologiche per l’uso di contenuti nel training dei modelli IA.