Google ha chiesto ai giudici europei di annullare le due decisioni con cui la Commissione le impone di aprire Android agli assistenti di intelligenza artificiale concorrenti e di condividere con i motori di ricerca rivali i dati generati dalle ricerche degli utenti. Adottati il 16 luglio nell’ambito del Digital Markets Act, i provvedimenti traducono in regole tecniche dettagliate obblighi che il gruppo di Mountain View porta con sé dal momento in cui Bruxelles lo ha designato gatekeeper. Secondo l’azienda, però, le misure metterebbero a rischio la privacy delle persone oltre alla sicurezza degli smartphone.
Perché Google contesta le decisioni del Digital Markets Act
A illustrare la posizione della società è stato Oliver Bethell, senior director per la concorrenza, secondo cui le misure costringerebbero Google a condividere la cronologia delle ricerche private senza un’anonimizzazione sufficiente e a indebolire protezioni di sicurezza importanti su Android.
Il ragionamento dell’azienda parte dall’uso quotidiano del motore di ricerca, al quale le persone affidano anche le domande più intime, dai timori per la propria salute ai rapporti affettivi: imporre la cessione di queste query ad altre imprese senza garanzie adeguate, ha sostenuto Bethell, provocherebbe alla privacy degli utenti un danno impossibile da riparare. Sul versante mobile la linea difensiva cambia, perché Google considera Android un sistema già aperto e interoperabile, mentre ritiene che la decisione sui dati di ricerca la obblighi a consegnare informazioni riservate a soggetti terzi all’insaputa degli interessati e senza il loro consenso.
I due ricorsi sono stati depositati lunedì presso il Tribunale dell’Unione europea, a Lussemburgo, mentre l’annuncio ufficiale dell’azienda è arrivato martedì.
Quali dati di ricerca Google dovrà condividere dal 2027
Da gennaio 2027, in base all’articolo 6, paragrafo 11, del regolamento, Google dovrà mettere a disposizione dei motori concorrenti, compresi i chatbot di intelligenza artificiale dotati di funzioni di ricerca con almeno 50 mila utenti mensili nell’Unione, dati anonimizzati su posizionamento dei risultati, query, clic e visualizzazioni. La cessione avverrà a condizioni eque e non discriminatorie, a un prezzo calcolato con una formula indicata nella decisione.
Per la Commissione l’impianto tutela adeguatamente gli utenti. Il metodo di anonimizzazione, costruito su più livelli insieme a esperti di privacy interni ed esterni e in linea con la bozza di linee guida congiunte della Commissione e del Comitato europeo per la protezione dei dati sul rapporto tra DMA e GDPR, prevede che gli utenti vengano raggruppati in insiemi di almeno mille persone e che gli identificativi siano eliminati, con la soppressione dei record rari o sensibili. L’accesso sarà riservato a imprese verificate che presentino un piano per migliorare il proprio servizio di ricerca, sotto il controllo di un audit indipendente, mentre Google potrà valutare in anticipo se un destinatario rappresenti un rischio serio per la sicurezza informatica o per la protezione dei dati personali e, in quel caso, negare la condivisione.
Cosa succede su Android per gli assistenti rivali di Gemini
Il provvedimento su Android, fondato sull’articolo 6, paragrafo 7, del regolamento, punta a garantire agli assistenti concorrenti le stesse possibilità di cui dispone Gemini su un sistema operativo usato da circa il 60% degli utenti mobili europei. Le funzioni da aprire sono undici e rientrano in quattro categorie, che vanno dalle modalità di attivazione dell’assistente all’accesso al contesto del dispositivo, fino alle azioni nelle app e all’uso delle risorse locali come il modello Gemini Nano. In concreto l’utente potrà scegliere l’assistente preferito, richiamarlo con la voce e chiedergli di prenotare un taxi o di suggerire la risposta a un messaggio.
Cinque delle undici funzionalità saranno riservate ai fornitori certificati attraverso il Qualified AI Assistant Programme di Google, con modifiche attese nella prossima versione principale di Android e al più tardi entro il 1° agosto 2027.
Al fianco di Bruxelles si è schierata DuckDuckGo, il motore di ricerca che non traccia gli utenti, secondo cui le regole sull’anonimizzazione sono solide e il ricorso servirà a Google soprattutto per guadagnare tempo. L’azione davanti al Tribunale non sospende l’efficacia delle decisioni, quindi le scadenze fissate dalla Commissione restano in vigore e un mancato adeguamento esporrebbe Alphabet a sanzioni fino al 10% del fatturato mondiale annuo.
