L’economia digitale costituisce ormai una componente strutturale della vita delle imprese, dei professionisti e dei cittadini. Dalla fornitura di software ai servizi cloud, dall’utilizzo delle piattaforme digitali fino ai sistemi di intelligenza artificiale, cresce il numero di rapporti giuridici caratterizzati da un elevato contenuto tecnologico e, con essi, anche il rischio di controversie sempre più complesse. Da questa consapevolezza nasce il disegno di legge presentato dal senatore Nicola Irto, che propone l’istituzione di sezioni specializzate in materia digitale presso i tribunali e le corti d’appello, sul modello delle attuali sezioni specializzate in materia di impresa. La proposta, sviluppata a partire da un’idea elaborata dall’avvocato Antonino Polimeni, punta a creare magistrati con competenze specifiche nelle controversie riguardanti software, servizi digitali, cloud computing, dati e intelligenza artificiale, senza introdurre un nuovo giudice speciale ma valorizzando la specializzazione all’interno della magistratura ordinaria, sarà presentata alla stampa mercoledì 8 luglio alla sala “Caduti di Nassirya” del Senato.
Byte.it ha intervistato il senatore Irto per approfondire le ragioni della proposta, il suo rapporto con la crescente regolazione europea del digitale e gli obiettivi di una riforma che potrebbe rappresentare un unicum nel panorama europeo.
Senatore Irto, questo disegno di legge nasce da un’idea sviluppata insieme all’avvocato Antonino Polimeni. Come è nato questo confronto e perché ha deciso di trasformarlo in una proposta parlamentare?
L’iniziativa nasce da un confronto molto concreto con il mondo delle professioni e, in particolare, con l’avvocato Antonino Polimeni, che da tempo studia le trasformazioni del diritto digitale e le ricadute dell’innovazione tecnologica sul sistema giudiziario. Da questo dialogo è emersa una constatazione molto semplice: il diritto sta cambiando rapidamente, ma l’organizzazione della giustizia rischia di non tenere lo stesso passo. Oggi le imprese stipulano contratti aventi ad oggetto software, servizi cloud, piattaforme digitali, infrastrutture informatiche, sistemi di intelligenza artificiale e gestione dei dati. Sono rapporti economici ormai ordinari, che generano inevitabilmente anche controversie sempre più sofisticate sotto il profilo tecnico e giuridico. Ho ritenuto che questa riflessione meritasse di essere portata all’attenzione del Parlamento perché non stiamo parlando di un tema riservato agli addetti ai lavori. La trasformazione digitale riguarda l’intero sistema produttivo italiano e, di conseguenza, anche il funzionamento della giustizia. Credo che il compito della politica sia quello di accompagnare il cambiamento, non subirlo. Quando un fenomeno economico assume dimensioni strutturali, anche le istituzioni devono interrogarsi sull’adeguatezza degli strumenti esistenti. Da qui è nata la scelta di presentare un disegno di legge che prova ad anticipare le esigenze della giustizia dei prossimi anni, piuttosto che rincorrerle quando il contenzioso sarà ormai esploso.
Qual è il problema che il disegno di legge intende risolvere?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera trasformazione dell’economia. Il digitale non è più un settore autonomo, ma attraversa praticamente ogni attività produttiva. Questo significa che aumentano continuamente i rapporti contrattuali che hanno ad oggetto prestazioni tecnologiche e, parallelamente, aumentano anche le controversie. Pensiamo ai contratti di sviluppo software, ai servizi cloud, alla manutenzione di sistemi informatici, all’utilizzo professionale delle piattaforme digitali, ai servizi di advertising online, alla gestione dei dati o alle applicazioni di intelligenza artificiale. In tutti questi casi il giudice è chiamato a confrontarsi con questioni nelle quali il diritto e la tecnologia sono strettamente intrecciati.
Il nostro sistema giudiziario dispone di magistrati di grandissima qualità, ma oggi queste controversie vengono distribuite tra uffici che affrontano le materie più diverse. La specializzazione, invece, consente di sviluppare competenze sempre più approfondite, favorisce la formazione di orientamenti giurisprudenziali stabili e aumenta la prevedibilità delle decisioni. È un modello che il nostro ordinamento conosce già attraverso le sezioni specializzate in materia di impresa. Noi proponiamo di applicare la stessa logica a un settore destinato a crescere enormemente nei prossimi anni. Non si tratta di creare privilegi o corsie preferenziali, ma di organizzare la giustizia in modo più coerente rispetto all’evoluzione dell’economia.
Nel testo compare il concetto di “rapporti giuridici a prestazione digitale prevalente”. Perché avete scelto questa formula?
È stata probabilmente una delle scelte più delicate dell’intero impianto normativo. Avremmo potuto elencare una serie di fattispecie specifiche, ma avremmo corso il rischio di scrivere una legge destinata a diventare rapidamente obsoleta. La tecnologia evolve con una velocità impressionante. Oggi parliamo di intelligenza artificiale generativa, domani potrebbero emergere strumenti completamente nuovi. Per questo abbiamo preferito individuare un criterio generale, fondato sulla centralità della prestazione digitale nel rapporto giuridico. In sostanza, le nuove sezioni saranno competenti quando il cuore della controversia riguarda proprio la fornitura, lo sviluppo, la gestione, l’integrazione o lo sfruttamento economico di beni e servizi digitali. Se, invece, il profilo tecnologico rappresenta soltanto un elemento accessorio della controversia, continueranno ad applicarsi le regole già previste dall’ordinamento. Questa impostazione consente di mantenere la riforma sufficientemente flessibile da adattarsi anche all’evoluzione futura delle tecnologie, evitando continui interventi legislativi di aggiornamento. Credo sia una scelta di equilibrio che garantisce certezza del diritto senza irrigidire il sistema.»
L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente la sfida più rilevante dei prossimi anni. Quanto ha inciso l’entrata in vigore dell’AI Act europeo nella scelta di presentare questa proposta?
Ha inciso molto, perché l’Europa sta costruendo un quadro normativo completamente nuovo. L’AI Act, insieme al Data Act, al Digital Services Act e alle altre grandi riforme europee, introduce obblighi, responsabilità e nuovi diritti destinati a produrre inevitabilmente anche un incremento del contenzioso. Le imprese dovranno confrontarsi con regole sempre più articolate, mentre cittadini e professionisti avranno strumenti ulteriori di tutela. È ragionevole immaginare che aumenteranno le controversie sulla conformità dei sistemi di intelligenza artificiale, sulla responsabilità derivante dal loro utilizzo, sulla trasparenza degli algoritmi e sull’esecuzione dei contratti aventi ad oggetto tecnologie digitali. Il nostro obiettivo è evitare che la giustizia arrivi impreparata davanti a questo cambiamento. Preparare oggi magistrati specializzati significa mettere il Paese nelle condizioni di affrontare con maggiore efficacia le sfide dell’economia digitale e di offrire agli operatori un quadro di maggiore certezza giuridica.
Perché avete scelto di creare sezioni specializzate all’interno della magistratura ordinaria invece di immaginare un nuovo tribunale autonomo?
La scelta nasce innanzitutto da una riflessione costituzionale e ordinamentale. Il nostro obiettivo non è creare una nuova giurisdizione né introdurre un giudice speciale, ma valorizzare uno strumento che il nostro ordinamento già conosce e che ha dato risultati importanti, quello delle sezioni specializzate. L’articolo 102 della Costituzione consente infatti l’istituzione di sezioni specializzate presso gli organi della giurisdizione ordinaria. È lo stesso modello già utilizzato per le sezioni specializzate in materia di impresa, che rappresentano un’esperienza consolidata e apprezzata dagli operatori del diritto. Abbiamo quindi ritenuto più efficace costruire una specializzazione interna piuttosto che creare un nuovo organismo, evitando duplicazioni, sovrapposizioni di competenze o nuovi costi per la finanza pubblica. Il messaggio è chiaro: non serve moltiplicare i tribunali, ma mettere i magistrati nelle condizioni di affrontare con continuità e competenza le controversie più complesse che l’economia digitale produce. È una scelta di equilibrio, che rafforza l’efficienza senza alterare l’impianto complessivo della giustizia italiana.
Il disegno di legge attribuisce un ruolo centrale anche alla formazione dei magistrati. Perché questo aspetto è così importante?
Perché oggi la competenza giuridica, da sola, rischia di non essere più sufficiente. Le controversie digitali richiedono una capacità di comprendere anche il funzionamento delle tecnologie, il significato economico delle prestazioni e l’evoluzione dei modelli di business. Un conto è decidere una controversia tradizionale; altro è valutare l’inadempimento in un contratto di sviluppo software, la responsabilità derivante dall’addestramento di un sistema di intelligenza artificiale o le conseguenze della violazione di un contratto cloud. Per questo il disegno di legge affida alla Scuola Superiore della Magistratura il compito di predisporre percorsi di formazione iniziale e permanente. Non immaginiamo corsi puramente teorici, ma un aggiornamento continuo che accompagni l’evoluzione tecnologica.
Nella relazione illustrativa richiamate esperienze come quelle del Regno Unito, della Cina e di Singapore. Quanto è stato importante guardare a ciò che accade all’estero?
Molto importante. Nessuna riforma può nascere ignorando ciò che avviene negli altri ordinamenti, soprattutto quando si parla di economia digitale, che per definizione supera i confini nazionali. Abbiamo studiato diversi modelli. Nel Regno Unito esiste da tempo una forte specializzazione nelle controversie tecnologiche, mentre Singapore ha recentemente istituito una lista specializzata dedicata proprio all’economia digitale, comprendendo intelligenza artificiale, dati, piattaforme e smart contract. Naturalmente non abbiamo copiato nessun modello. Ogni ordinamento ha caratteristiche proprie e l’Italia dispone di una tradizione giuridica diversa rispetto ai sistemi di common law. Tuttavia, osservare queste esperienze ci ha confermato una convinzione: quando aumenta la complessità tecnologica, aumenta anche la necessità della specializzazione giudiziaria. La nostra proposta cerca quindi di coniugare le migliori esperienze internazionali con le peculiarità del sistema italiano, costruendo una riforma pienamente coerente con il nostro ordinamento.»
Il disegno di legge esclude espressamente le controversie di lavoro e quelle amministrative. Perché avete ritenuto necessario precisarlo?
Per evitare qualsiasi incertezza interpretativa. Le materie digitali possono facilmente intersecare rapporti di lavoro, attività delle pubbliche amministrazioni o provvedimenti delle Autorità indipendenti. Era quindi fondamentale delimitare con precisione l’ambito di competenza delle nuove sezioni. La proposta riguarda esclusivamente il contenzioso civile e commerciale nel quale il rapporto digitale costituisce l’oggetto principale della controversia. Restano ferme le competenze del giudice del lavoro, della giustizia amministrativa e delle altre sezioni specializzate già previste dalla legge.
Uno degli obiettivi dichiarati è anche quello di offrire maggiore certezza del diritto. Quanto questo aspetto può incidere sulla competitività del sistema economico italiano?
Incide moltissimo. Oggi la competitività di un Paese non dipende soltanto dalla fiscalità o dalle infrastrutture. Dipende anche dalla qualità delle istituzioni e dalla prevedibilità del sistema giudiziario. Le imprese, soprattutto quelle che investono nell’innovazione, hanno bisogno di sapere che, in caso di controversia, potranno contare su decisioni tecnicamente solide, coerenti e adottate in tempi ragionevoli. La certezza del diritto rappresenta un fattore economico prima ancora che giuridico. Riduce il rischio degli investimenti, favorisce la crescita delle imprese e rende il Paese più attrattivo anche nei confronti degli operatori internazionali.
Nel disegno di legge si parla anche di uniformità interpretativa. Oggi il rischio è quello di avere decisioni molto diverse tra un tribunale e l’altro su questioni che riguardano software, piattaforme e intelligenza artificiale?
È un rischio concreto e credo che sia destinato ad aumentare con la crescita dell’economia digitale. Quando una materia è nuova, altamente specialistica e caratterizzata da un’evoluzione tecnologica continua, è fisiologico che possano emergere orientamenti interpretativi differenti. Tuttavia, se queste differenze diventano troppo marcate, si genera un’incertezza che finisce per penalizzare tutti: imprese, professionisti e cittadini. Uno degli obiettivi della riforma è proprio quello di favorire la formazione di una giurisprudenza più stabile e coerente. La concentrazione delle controversie presso magistrati che affrontano con continuità queste materie consente di sviluppare competenze sempre più approfondite e di costruire orientamenti interpretativi più omogenei.
Alcuni osservatori potrebbero obiettare che la priorità della giustizia italiana resta la riduzione dei tempi dei processi. Questa riforma può contribuire anche sotto questo profilo?
Io credo che le due questioni non siano alternative, ma complementari. Nessuno pensa che una riforma organizzativa possa, da sola, risolvere tutte le criticità della giustizia italiana. Servono investimenti, personale, digitalizzazione degli uffici e un costante miglioramento dell’organizzazione. Detto questo, la specializzazione può certamente offrire un contributo importante anche in termini di efficienza. Un magistrato che affronta stabilmente controversie analoghe acquisisce maggiore dimestichezza con le questioni tecniche, individua più rapidamente i punti realmente controversi e riesce a gestire il processo con maggiore efficacia. L’esperienza delle sezioni specializzate già esistenti dimostra che concentrare determinate materie produce benefici sia sul piano qualitativo sia su quello organizzativo. È questa la filosofia che abbiamo cercato di trasferire anche al contenzioso digitale. Inoltre, una giurisprudenza più prevedibile favorisce anche la composizione stragiudiziale delle controversie. Se gli operatori conoscono gli orientamenti consolidati, aumenta la possibilità di trovare accordi senza arrivare necessariamente alla sentenza.»
La proposta arriva mentre l’Europa sta ridisegnando il quadro normativo del digitale. Quale ruolo può giocare l’Italia in questa fase?
L’Italia non deve limitarsi ad applicare le norme europee. Deve contribuire a costruire un ecosistema istituzionale capace di renderle realmente efficaci. Credo che questa proposta possa rappresentare anche un contributo italiano al dibattito europeo. Se riusciremo a costruire un modello efficace di specializzazione giudiziaria, potremo offrire un’esperienza utile anche ad altri Paesi chiamati ad affrontare le stesse sfide.»
Quale messaggio desidera rivolgere alle imprese innovative, alle startup, ai professionisti del digitale e agli operatori del settore che guardano con interesse a questa proposta?
Vorrei dire loro che il Parlamento è consapevole della profonda trasformazione che sta interessando l’economia e intende accompagnarla con strumenti adeguati. L’innovazione ha bisogno di regole chiare, ma ha bisogno anche di istituzioni capaci di applicarle con competenza. Una giustizia prevedibile, specializzata e moderna non rappresenta soltanto una garanzia per chi deve far valere un diritto, ma costituisce anche un fattore di sviluppo economico. L’Italia dispone di eccellenze nel settore digitale, di professionisti altamente qualificati e di imprese che competono con successo sui mercati internazionali. Dobbiamo creare un contesto istituzionale all’altezza di queste realtà. La trasformazione digitale non aspetta i tempi della politica. È la politica che deve dimostrare di saper guardare avanti, costruendo oggi gli strumenti di cui il Paese avrà bisogno domani.
