MILANO – Tra i momenti della terza edizione di Forward.Talks, la cena-dibattito ospitata dal Teatro Santeria Toscana 31 nell’ambito della Milano Digital Week 2026, c’è stata anche un’intervista di Byte.it realizzata dal vivo, davanti alla platea. Ospite Elisabetta Trenta, ex ministra della Difesa e oggi direttrice dell’Osservatorio Sicurezza Nazionale, autrice di un saggio sull’intelligenza artificiale dal titolo “Cinque donne a notte fonda, ma solo una è umana”. Il libro nasce da una notte di lavoro sulla proposta di un paper per un concorso, dedicato al contributo che l’intelligenza artificiale può dare alla pace. La scadenza era ravvicinata e l’autrice ha chiesto aiuto a quattro modelli, trasformati poi in personaggi del racconto accanto a lei, l’unica umana.
Trenta si occupa da oltre vent’anni di sicurezza internazionale, geopolitica, cooperazione civile e militare e gestione delle crisi, con un’attenzione particolare al Mediterraneo e al Medio Oriente. Tra il 2005 e il 2006 è stata consigliere politico della Farnesina in Iraq ed esperta senior a Nassiriya, ha lavorato come analista per il Centro militare di studi strategici e ha guidato il ministero della Difesa nel primo governo Conte, dal 1° giugno 2018 al 5 settembre 2019. È impegnata nel sociale con l’associazione “I bambini di Nassiriya”.
Nel libro le quattro intelligenze artificiali diventano la Chiacchierona, Claudia, la Reticente e la Precisetta. Chi sono?
Dai nomi penso che chi utilizza l’intelligenza artificiale possa già capire. La Chiacchierona è ChatGPT, perché a volte, mentre le dai un prompt o le fai una domanda, ti dice «inizializziamo insieme questo progetto» e comincia a scrivere, scrive e scrive quando ancora non ha tutte le informazioni per poter dare una risposta. E molto spesso tende a soddisfare l’ego della persona che fa la domanda, quindi lei è la Chiacchierona.
Poi c’è Claudia, che è Claude. Per la mia esperienza, e parlo della mia esperienza, è molto precisa, affidabile, scrive molto bene e qualche volta tende a dire più no rispetto alla Chiacchierona. La Precisetta è Perplexity, perché ti dà sempre risposte basate su delle fonti, e devo dire che non ho mai trovato una fonte inventata da Perplexity, mentre da ChatGPT ne ho viste molte, anche di report importanti di grandi organizzazioni.
E poi c’è la straniera rispetto alla nostra cultura occidentale, DeepSeek. È un’intelligenza cinese che consulto perché mi piace capire quante differenze ci sono nel modo in cui le intelligenze artificiali nascono e poi crescono, e quindi ho interrogato anche lei. È Reticente perché qualche volta non ci dice tutto, soprattutto quando la interroghi sui meccanismi del potere, come nel mio caso. I meccanismi te li descrive bene, quella notte me li descriveva, però quando le chiedi chi sia il responsabile lì si ferma, non può dirlo. Anzi, nel mio primo approccio con DeepSeek ho chiesto che cosa fosse successo in piazza Tienanmen e la risposta è stata «nulla». Quando insistevo e ho cercato le fonti sui giornali cinesi, mi diceva che ero vittima dell’influenza occidentale. Questo dice già tanto.
Se fosse ancora ministra, quale sceglierebbe come assistente?
Sicuramente Claude, perché la ritengo un po’ più affidabile e per me è importante sapere che chi sta vicino in un gabinetto sia una persona in grado di dire anche dei no. Certamente nessuna di loro quando si tratta di informazioni importanti o riservate, perché per ora non mi è molto chiaro dove vadano a finire i dati, quante volte vengano riutilizzati e quali siano le garanzie di sicurezza.
Nel libro racconta che la Chiacchierona le dava spesso ragione, e i decisori amano avere ragione. Un decisore circondato da macchine che lo assecondano è più pericoloso di un decisore senza assistenza tecnologica?
A volte ci sono anche consiglieri umani che tendono a dire sempre di sì al decisore, perché questo magari li può agevolare per il futuro. A me piace il decisore che pensa da solo e che sia in grado di ricevere dei no. Il problema è che quando abbiamo davanti una macchina che ci dà un consiglio, e il decisore ha bisogno di consigli che lo aiutino a vedere delle prospettive, tendiamo a fidarci più della macchina che dell’umano. Quindi la macchina è ancora peggiore dell’umano che vuole in qualche modo adulare, e questo è molto pericoloso.
È molto pericoloso perché facciamo spesso un errore cognitivo, il bias di conferma, per cui riteniamo molto più vere le convinzioni che corrispondono alle nostre, le soluzioni che ci dicono «vedi che avevo ragione, sono bravissima, persino dopo un lungo ragionamento l’intelligenza artificiale mi ha dato ragione». In quel momento, invece, l’intelligenza artificiale non ha fatto altro che ridire, in maniera forse un po’ più logica e senza saltare nessun passaggio, quello che avevamo detto noi. Questo ci dà soddisfazione e non andiamo oltre. È un grande errore, e un decisore del genere è pericolosissimo.
Lei scrive che le intelligenze artificiali non diventano cattive ma diventano specchi. Specchi di cosa?
Mentre scrivevo e pensavo a queste caratteristiche delle intelligenze artificiali mi veniva in mente Jessica Rabbit. Per l’età che abbiamo penso che ce la ricordiamo tutti, la bellissima donna coi capelli lunghi e rossi, la moglie di Roger Rabbit, che diceva «io non sono cattiva, mi disegnano così».
Un’intelligenza artificiale non è mai neutrale e porta dentro di sé i bias, le convinzioni, i pregiudizi, la cultura, la lingua, tutte le caratteristiche che può avere una società. Le intelligenze artificiali vengono prima istruite e addestrate, poi aggiornate, e in tutto questo processo c’è l’elemento di chi ci lavora, ma c’è anche quello delle società che hanno prodotto i dati dati in pasto all’intelligenza artificiale perché possa darci il servizio che ci serve. Tutto questo significa che non sono neutrali, ed è un grande problema anche per noi europei, perché il nostro pensiero, se ci pensiamo, in tutto questo è pochissimo presente.
Le dimissioni di Jacob Coxon da Anthropic, l’allarme del segretario generale dell’Onu, le previsioni catastrofiche di Bill Gates. Siamo davanti a un allarmismo esagerato?
Credo che possa esserci del vero, temo che ci sia del vero. E se penso al settore di cui mi occupo, quello della sicurezza, della pace e della guerra, purtroppo c’è molto vero. Non voglio pensare al catastrofismo, perché la storia va avanti e trova i suoi modi per reagire, l’uomo stesso trova i modi per reagire. Però credo che questi pensieri e questi dubbi ci debbano far rallentare. Rallentare è la parola giusta, mentre il mondo ha preso un’accelerazione talmente veloce che il tempo sembra essersi accorciato.
Mi è piaciuto come ha iniziato il nostro ospite Pigmalione, con la macchinetta del caffè che ha il suo tempo, anche se era elettrica e quindi aveva un tempo diverso dalla caffettiera napoletana, ma non era un espresso. Come facciamo a rallentare mentre si crea un’alleanza tra queste società e quello che nel libro ho definito The King, chi comunque fa come gli pare ma è stato anche eletto grazie a queste grandi società? Senza le Big Tech probabilmente il potere di Trump sarebbe stato un po’ minore, e quindi c’è speranza nel futuro. Chi viene prima, l’uno o l’altro, non lo so. Sicuramente occorre una regolamentazione forte.
Lei conosce bene la catena di comando. Un sistema analizza e propone una soluzione che l’uomo deve quasi solo ratificare premendo un pulsante. Una decisione sbagliata presa così quali responsabilità chiama in causa: del sistema, di chi preme il pulsante, del decisore, del militare?
Immagino che parliamo soprattutto del targeting, delle decisioni da cui non si torna mai indietro, e la risposta era già arrivata prima con quello che diceva Bezos. Il problema più grande, credo, è che quando cominciamo a utilizzare l’intelligenza artificiale, proprio per quel fenomeno per cui tendiamo a delegare perché il cervello ha bisogno di scorciatoie, riteniamo che quello che ci dice una macchina sia già stato valutato e sia giusto. I militari che utilizzano questi sistemi, che sono utili, e io non sono contro l’intelligenza artificiale, devono dominarli. Dominarli significa conoscerli perfettamente, essere in grado di capire i processi che ci sono dietro e che sono stati utilizzati per arrivare a una decisione.
Quindi la responsabilità, al limite, non è solo dell’ultimo militare che spara e colpisce un target sbagliato, ma di chi ha scelto il sistema di intelligenza artificiale senza interrogarsi su come fosse stato concepito. Tutto questo alla fine può essere risolto con la formazione: più è grande il peso dell’intelligenza artificiale sulle nostre scelte, più dobbiamo essere in grado di comprenderla e di dire persino di no. Se non abbiamo il tempo di dire no, se un militare spara perché quella è una decisione di pochi secondi e qualcuno muore ma non doveva morire, a parte che io sono pacifista e per me in guerra non deve morire nessuno, poi chiudiamo un occhio, vuol dire che c’è stato un errore. E quell’errore non è nell’ultimo pezzettino, è in tutto quello che c’era prima. Pensiamo che l’intelligenza artificiale sia più intelligente di noi e che abbia ragione, invece dobbiamo essere in grado di esercitare il dubbio fino all’ultimo momento. È questa la libertà che l’essere umano deve mantenere.
Prima di fare il ministro lei ha lavorato per anni in Paesi appena usciti da una guerra, e nel saggio ritiene che l’algoritmo possa aiutare a prevenire i conflitti. In quelle esperienze l’intelligenza artificiale avrebbe dato un contributo?
Qui c’è una bella gara, perché l’algoritmo riesce a mettere insieme tanti dati che non sempre sono informazioni, e dipende da come li metti insieme se diventano l’informazione giusta o meno. Riesce a metterne insieme tanti in un tempo che per noi sarebbe impossibile, però non ha l’esperienza, non ha sentito il campo, non può sentire tutti gli umori. Si può leggere quello che dicono i social, ma non fino in fondo.
Dobbiamo distinguere: è uno strumento. I dati possono sembrare positivi e magari sono negativi, perché l’algoritmo può anche produrre informazioni false. Quei dati falsi potrebbero, per esempio, far dire a un presidente parole che non ha mai detto, facendoci pensare che si parli di pace mentre sono stati creati apposta per far aumentare il conflitto. Quindi anche qui l’uomo è al centro di tutto.
Quando lei guidava il ministero l’intelligenza artificiale non c’era. Se tornasse oggi, considerando anche la situazione attuale, quale sarebbe la sua prima decisione?
Sicuramente chiederei più soldi per l’intelligenza artificiale e per la cyber, perché anche se erano solo sette anni fa non me ne diedero tanti, nonostante io ne chiedessi tanti.
Deve essere utilizzata, ma prima chiamerei università, imprese e militari e direi: questo è tutto quello che abbiamo a disposizione, quali sono i processi che possiamo cambiare e quali è giusto cambiare? Dopodiché cercherei di farmi produrre da chi lo sa fare una o più intelligenze artificiali utili soltanto per il ministero della Difesa, perché i dati della difesa sono tutti dati sensibili. E comincerei a fare tanta formazione per saperla utilizzare.
Lei scrive di non ricordare se la frase chiave del libro l’abbia scritta lei o un’intelligenza artificiale, Claude o la Chiacchierona. Poi però all’ultima pagina firma lei. Di chi è questo libro, e c’è qualcosa che sarà sempre firmato solo dall’essere umano?
Il libro è mio, perché senza le mie domande, senza la mia cultura e senza la mia esperienza non sarebbe mai potuto essere così. Certo, le intelligenze artificiali mi hanno aiutato e le ho rese protagoniste del libro, perché chi ti aiuta, macchina o uomo che sia, merita di avere una parte di responsabilità. Ma dentro c’era la mia anima, non l’anima dell’intelligenza artificiale, e quindi firma chi ci mette l’anima e la responsabilità.
Alla domanda finale su una possibile candidatura alle prossime elezioni politiche, Trenta ha risposto con un doppio “Chissà…”.
