Il New Mexico ha chiesto al giudice Francis Mathew di condannare Meta a pagare una sanzione compresa fra 35 e 40 miliardi di dollari, al termine dell’udienza che a Santa Fe ha aperto la fase di quantificazione del processo nato dallo scandalo Cambridge Analytica. La richiesta arriva una settimana dopo il verdetto con cui una giuria popolare ha stabilito che l’azienda di Menlo Park aveva fornito agli utenti di Facebook informazioni ingannevoli sul trattamento dei loro dati.
Quanto chiede il New Mexico a Meta e come si calcola la sanzione
Durante il dibattimento i giurati hanno passato al vaglio 29 dichiarazioni pubbliche della società e dei suoi dirigenti, ritenendone fuorvianti 26.
Nove di quelle affermazioni riguardavano il modo in cui l’azienda aveva risposto allo scandalo del 2018, mentre le altre toccavano la moderazione dei contenuti, in particolare le regole su odio online e disinformazione. La giuria ha poi stabilito che quelle comunicazioni avevano raggiunto l’intera popolazione dello Stato, oltre 2,1 milioni di residenti, così il conteggio delle violazioni della legge sulle pratiche commerciali scorrette ha superato quota 43 milioni, a fronte di una norma che consente fino a 5.000 dollari per ciascun illecito. Secondo l’avvocata dello Stato, Randi McGinn, la cifra richiesta equivale a circa un quinto del massimo teoricamente applicabile e sarebbe abbastanza alta da incidere sul valore del titolo in Borsa, senza oltrepassare i limiti che la Costituzione americana pone a tutela del giusto processo.
La difesa di Meta, affidata a Matthew Nicholson, ha replicato che una somma simile supererebbe ogni condanna civile mai pronunciata negli Stati Uniti. Negli atti depositati l’azienda ha indicato una forchetta compresa fra 345 milioni e 3,45 miliardi e sostiene che lo Stato abbia mancato di provare che anche un solo consumatore sia stato effettivamente tratto in inganno, oltre a ricordare che le prove raccolte escludono la vendita dei dati degli utenti.
Perché il caso Cambridge Analytica è finito davanti a una giuria
La causa era stata promossa nel 2021 dall’allora procuratore generale Hector Balderas, tre anni dopo le inchieste giornalistiche che avevano rivelato come la società di consulenza politica britannica, attraverso un’app con un test della personalità, fosse arrivata ai dati di circa 87 milioni di profili Facebook senza il consenso degli interessati, per poi usarli in campagne elettorali fra cui quella di Donald Trump del 2016. Ad agosto la maggior parte degli altri procuratori generali ha rinunciato a future pretese legate a quella vicenda in cambio di circa 459 milioni di dollari, una clausola inserita nell’accordo da circa 17 miliardi sulla sicurezza dei minori, mentre il New Mexico è rimasto fuori dall’intesa e ha portato il caso in aula. L’attuale procuratore generale Raúl Torrez ha annunciato che chiederà anche di obbligare Meta a correggere le dichiarazioni passate e a sottoporre a una verifica esterna la gestione dei dati degli utenti. Per l’azienda si tratta della seconda sconfitta davanti a una giuria di Santa Fe in pochi mesi, dopo il verdetto di marzo sulla sicurezza dei giovani utenti che, insieme a un successivo ordine del tribunale, ha portato il conto complessivo a 942 milioni di dollari. In Europa una vicenda analoga seguirebbe un criterio diverso, perché il regolamento generale sulla protezione dei dati fissa il tetto delle sanzioni al 4% del fatturato mondiale annuo senza moltiplicarle per il numero delle persone coinvolte.
Mathew, che ha presieduto il processo, ha detto di attendersi una decisione entro ottobre. Meta contesta il verdetto e ha fatto sapere che continuerà a difendersi.
