Chi ci ha dato il permesso di odiare online?

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Chiudo il pc, l’ultima mail del giorno è partita, e prima ancora di alzarmi dalla sedia ho già il telefono in mano. Apro Instagram e i primi contenuti sono innocui, un video di un cane che insegue la sua coda, un bimbo che ride vedendo il papà fare facce buffe. Poi, tra una storia e l’altra, compare il fotomontaggio di Roberto Vannacci vestito da gladiatore, pollice verso rivolto a due avversari politici. Sotto, i commenti. E lì mi fermo, perché quello che leggo non è ambiguo. C’è chi scrive apertamente che se la sono cercata, chi augura la stessa sorte ad altri nomi, chi aggiunge dettagli che non riporto qui. Nessun sottinteso. Parole dirette, scritte da persone comuni, alcune delle quali con nome e cognome visibili sul profilo.

Prima di ragionare su cosa significhi tutto questo, vale la pena capire cosa sia successo davvero, perché la vicenda ha un percorso preciso che merita di essere raccontato senza scorciatoie.

Cos’è successo davvero con il video di Vannacci

Il video, secondo la ricostruzione più circostanziata tra quelle disponibili, nasce da un account satirico legato all’ambiente di Vannacci, che firma i contenuti come “Robertus Vannaccius” che da qualche giorno pubblica post che ritraggono l’ex generale nei panni di un imperatore romano vittorioso sui nemici politici¹. Il 20 luglio viene pubblicata una clip, che secondo quanto indicato nella descrizione del post sarebbe stata realizzata con Grok AI, il modello di intelligenza artificiale sviluppato da xAI², che mette in scena un’arena simile al Colosseo. Vannacci siede da imperatore, accanto a lui una Giorgia Meloni in vesti di imperatrice e un Ignazio La Russa in divisa da console. Al centro dell’arena, legati, ci sono Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini. La moglie di Vannacci, Camelia Mihailescu, rivolge ai prigionieri il dito medio. Poi Vannacci abbassa il pollice e pronuncia la condanna, mentre nell’arena fa il suo ingresso un gladiatore con il volto di Giuseppe Barboni, militante di Futuro Nazionale, già noto alle cronache per aver aggredito un migrante a San Benedetto del Tronto³.

Il punto che rende questa storia diversa da una delle tante parodie che girano sul web è  ciò che avviene dopo la pubblicazione. Vannacci non si limita a ignorare il contenuto o a lasciarlo circolare tra i fan. Lo ripubblica sul suo profilo Instagram ufficiale, quello con il quale comunica come leader di partito¹. Ed è a quel punto che un video satirico, per quanto di pessimo gusto, si trasforma in un abietto contenuto politico, condiviso da chi occupa un ruolo pubblico e siede in Parlamento europeo. Interrogato sulle polemiche, Vannacci ha derubricato tutto a satira, definendolo “un bellissimo video ‘fantascientifico e chiaramente irreale‘” già presente sul web, invitandochi si è indignato a prendersi un antistaminico³.

Le reazioni sono arrivate rapide e da più fronti. Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di un video che appare integrare i presupposti dell’articolo 612-quater del codice penale, la norma che punisce la diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale quando idonei a causare un danno ingiusto: sarà eventualmente la magistratura a stabilire la sussistenza dei presupposti di un reato, ma la sola possibilità che un contenuto politico possa rientrare in quella fattispecie è sintomatico sulla sua gravità⁴. Giuseppe Conte lo ha definito un messaggio che incita alla violenza e rischia di incitare i più fanatici³. Chiara Braga, per il Partito democratico, ha chiesto esplicitamente a Giorgia Meloni di prendere le distanze, definendo inaccettabile il silenzio di chi ha responsabilità di governo³. La risposta è arrivata non dalla premier ma da Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, che ha preso le distanze dallo stile del video senza però che nessun esponente di governo lo condannasse con la stessa fermezza riservata, in altre occasioni, ad episodi molto meno gravi³.

Un linguaggio che non è più sottinteso

Torno ai commenti che ho letto quella sera, perché segnano un passaggio che avevo sottovalutato quando ho iniziato a scrivere di questo tema. Il linguaggio d’odio sui social non si nasconde più dietro l’ambiguità o l’ironia. Le persone scrivono apertamente auguri di morte, con il proprio nome e la propria faccia visibili nel profilo, senza percepire alcun rischio sociale in quello che stanno facendo. Questo dettaglio cambia la domanda che mi ero posta in principio. Non riguarda più il perché si arrivi a scrivere certe cose, ma chi ha reso quel gesto socialmente percorribile. Chi per primo ha dimostrato che si può fare senza conseguenze?

Il modello Trump e la sua importazione in Italia

In parte la risposta arriva dagli Stati Uniti. I politologi Ivan Savin e Daniel Treisman hanno analizzato il vocabolario associato alla violenza nei discorsi pubblici di Donald Trump, misurando una crescita dallo 0,6% del 2016 all’1,6% del 2024, un dato molto distante dallo 0,79% registrato durante la presidenza Obama⁵. Già nel 2022, uno studio della Cornell University aveva rilevato un aumento marcato della tonalità negativa nel dibattito politico americano, a partire dalla campagna del 2016⁶. Sono numeri, non impressioni, e raccontano un processo che si è consolidato nel tempo, anche se misurato da studi diversi su finestre temporali non identiche.

Quando questo linguaggio esplose per la prima volta, in Italia lo definivamo come “fenomeno americano”, quasi folcloristico, qualcosa che riguardava un altro paese e un’altra cultura politica. Lo chiamavamo eccesso, sopra le righe, a volte apertamente follia. Oggi lo stesso registro compare nei contenuti dei nostri politici, negli stessi meccanismi di spettacolarizzazione della violenza, nella stessa costruzione del nemico come oggetto da eliminare in pubblico. Sara Bentivegna e Rossella Rega, studiose di comunicazione politica, hanno chiamato questo fenomeno “la politica dell’inciviltà“: l’insulto e la provocazione trasformati da eccezione in risorsa strategica per costruire consenso⁷. Il modello funziona perché è già stato validato altrove, e chi lo replica sa di poter contare su un terreno già preparato.

Perché ci sentiamo autorizzati a essere violenti

Qui entra in gioco un meccanismo psicologico sul quale vale la pena soffermarsi perché è quello che permette al modello di scivolare dai leader fino al singolo commento sotto un post. Gli esperimenti di Solomon Asch sulla conformità dimostrarono che le persone tendono ad allinearsi al giudizio del gruppo anche quando quel giudizio contraddice quello che vedono con i propri occhi. Deutsch e Gerard distinsero due spinte diverse dietro questo allineamento: una correlata  al bisogno di informazione, quando ritengo che gli altri sappiano qualcosa che io non so, ed una legata al bisogno di approvazione, quando voglio semplicemente essere accettata dal mio gruppo di riferimento⁸.

Applicato al linguaggio d’odio sui social, il meccanismo funziona così: se ho un pensiero negativo o violento verso qualcuno e vedo che chi mi circonda –  nei commenti, nelle condivisioni, nel silenzio di chi dovrebbe dissentire – acconsente o comunque non si oppone, quel pensiero smette di sembrarmi un’eccezione personale. Diventa una norma condivisa. E più quella norma viene confermata da chi occupa una posizione di autorità, un leader politico, un capo di stato, una figura pubblica con milioni di follower, più mi sento autorizzata ad esprimerla senza alcun filtro. Gli studi di Stanley Milgram sull’obbedienza avevano già mostrato, in un contesto diverso, quanto l’Autorità riesca a rendere accettabili e legittimi comportamenti che, senza quella copertura dall’alto, la maggior parte delle persone non metterebbe mai in atto⁹.

Cosa dicono i dati su odio online e giovani

Chi cresce dentro questo meccanismo lo assorbe prima ancora di poterlo riconoscere come anomalia. I dati Eurostat del 2025 dicono che il 53,7% degli utenti tra i 16 e i 24 anni ha incontrato online contenuti ostili o degradanti, con un picco al 57,2% tra le giovani donne, contro il 50,4% dei coetanei maschi¹⁰. Una ricerca dei Giovani delle Acli aggiunge un dato che considero il più preoccupante di tutti: il 35,4% degli under 35 pensa che i social siano sempre stati un ambiente ostile, non percepiscono un peggioramento intravedendo   la normalità di sempre¹¹. Chi nasce dentro questo standard non ha un prima con cui confrontarlo, e quindi non riconosce nemmeno il cambiamento in corso.

Il paradosso della libertà

Arrivo così al nodo che tiene insieme tutto il resto. Viviamo in un sistema democratico che garantisce la libertà di espressione, ed è un valore che non potrà mai essere messo in discussione. Ma la libertà di ciascuno trova un confine preciso nella libertà e nel rispetto dell’altro, anche nella pratica quotidiana, come ad esempio in un commento sotto un post. Quando esprimo un pensiero violento verso qualcuno, non sto semplicemente esercitando la mia libertà di parola. Sto intaccando, concretamente, la libertà di quella persona di esistere online, senza la paura di esprimermi, senza dover calcolare il rischio di ritorsioni verbali o peggio.

Restiamo dentro un paradosso che nessuna piattaforma, nessuna norma penale, nessun capogruppo parlamentare ha ancora saputo sciogliere davvero: più il megafono è grande, più le parole pesanti diventano legittime, e più diventa difficile, per chi le subisce, ricordare che il diritto di parola non dovrebbe mai coincidere con il diritto di ferire. Fino a che punto la mia libertà di dire quello che penso può arrivare a intaccare il dirittodi un altro di non essere reso bersaglio? Chiudo il mio telefono, questa volta senza sorridere di fronte ad alcun video. E mi chiedo quanti di noi, stasera, staranno leggendo quegli stessi commenti pensando che, in fondo, sia normale.

Note e fonti

  1. TGCOM24, Vannacci e il video IA da generale romano: al Colosseo fa pollice verso a Schlein e Conte https://www.tgcom24.mediaset.it/2026/video/vannacci-generale-romano-video-ia-colosseo-schlein-conte_114632711-02k.shtml
  2. Sky TG24, Vannacci in video IA ordina la morte di Schlein e Conte. È polemica https://tg24.sky.it/politica/2026/07/20/video-vannacci-gladiatore-reazioni
  3. Adnkronos, Vannacci come un gladiatore fa ‘giustiziare’ Schlein e Conte in video Ia, opposizioni insorgono https://www.adnkronos.com/politica/vannacci-video-gladiatore-schlein-conte-polemiche_2rZ00lycqf8q9TRolve9am
  4. Sky TG24, cit. — https://tg24.sky.it/politica/2026/07/20/video-vannacci-gladiatore-reazioni
  5. Equilibri Magazine, Retorica, iperboli e strategie semantiche della comunicazione di Trump https://equilibrimagazine.it/politiche/2025/09/02/retorica-iperboli-e-strategie-semantiche-della-comunicazione-di-trump/
  6. Partito Socialista Italiano, Trump e la retorica del bullo: quando l’aggressività diventa consenso https://www.partitosocialista.it/trump-e-la-retorica-del-bullo-quando-laggressivita-diventa-consenso/
  7. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Il linguaggio di Trump e la fine dell’effetto serendipity https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/il-linguaggio-di-trump/
  8. State of Mind, Norme sociali: tra influenza sociale e conformismo https://www.stateofmind.it/2023/11/norme-sociali/
  9. Psypedia, Psicologia sociale: Influenza sociale e conformismo https://www.psypedia.it/psicologia/psicologia-sociale/psicologia-sociale-3/
  10. Adnkronos Demografica, Più della metà dei giovani è esposto a messaggi di odio online https://demografica.adnkronos.com/giovani/esposizione-giovani-messaggi-di-odio-online-dati-contrasto-hate-speech/
  11. Il Fatto Quotidiano, “Le parole si sono armate”: i Giovani Acli scrivono ai 720 europarlamentari contro il linguaggio d’odio in politica https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/30/linguaggio-odio-politica-giovani-acli-europarlamentari-notizie/8403274/
Giulia Laganà

Giulia Laganà

Esperta in comunicazione e marketing e segretaria dell’associazione Digital for Children. Con una formazione in Scienze politiche e relazioni internazionali e in Economia aziendale e Management, indirizzo Marketing, si occupa di comunicazione strategica e operativa, seguendo contenuti, progetti ed eventi con un approccio attento ai temi del digitale e della tutela online.