Un ordine esecutivo firmato il 18 agosto dal governatore della Pennsylvania Josh Shapiro cambia in modo netto le regole per la costruzione di data center nello Stato, dopo mesi in cui l’amministrazione aveva sostenuto pubblicamente la crescita del settore.
Cosa prevede l’ordine esecutivo
Il provvedimento, definito dall’amministrazione come il più restrittivo del Paese in materia, esclude i data center dal programma Fast Track che finora garantiva permessi accelerati e stabilisce che il Dipartimento per la protezione ambientale non possa avviare l’esame di un progetto prima che le autorità locali abbiano dato il proprio via libera. Gli sviluppatori dovranno sottoscrivere impegni legalmente vincolanti collegati agli standard GRID (Governor’s Responsible Infrastructure Development), annunciati da Shapiro all’inizio dell’anno come misura volontaria e mai recepiti dall’assemblea legislativa statale, rimasta divisa sul tema. Tra gli obblighi principali figurano la copertura integrale dei costi energetici necessari agli impianti, il rispetto di parametri sulla qualità dell’acqua, la pubblicazione dei dati su consumi ed emissioni e la definizione di accordi economici negoziati con le comunità interessate. L’ordine vieta inoltre alle agenzie statali di firmare accordi di riservatezza con gli sviluppatori, pratica finora diffusa e più volte contestata da comitati locali e amministratori municipali.
I numeri della crescita in Pennsylvania
Secondo i dati del Dipartimento, nello Stato risultano oggi oltre cento proposte di data center censite da database pubblici.
Di queste, cinquantotto hanno avuto un contatto formale con l’ente per discutere di permessi, quindici hanno presentato almeno una domanda e solo cinque hanno ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie per operare. Shapiro ha motivato la stretta con la crescita rapida e in parte speculativa delle richieste, sottolineando che molte proposte non hanno mai avviato l’iter formale e difficilmente arriveranno a costruzione.
Il cambio di rotta arriva dopo mesi di proteste in diverse contee, tra cui quella di Archbald, dove il governatore aveva incontrato residenti preoccupati per l’impatto di più progetti sulle bollette e sulle risorse idriche locali. La misura non introduce una moratoria, a differenza di quanto fatto da altri Stati come New York, ma stabilisce che senza il consenso della comunità locale lo Stato non concederà comunque l’autorizzazione finale, un meccanismo che sposta di fatto il potere di veto dal livello statale a quello municipale e che segna una discontinuità netta rispetto alla postura di apertura mantenuta da Shapiro fino a pochi mesi fa.
Come si muove l’Europa sullo stesso fronte
Il principio al centro dell’ordine di Shapiro, far pagare integralmente ai developer l’energia e le reti che consumano, attraversa anche il dibattito europeo, con risposte finora molto eterogenee tra Stati membri. L’Irlanda ha adottato criteri di connessione alla rete rigidi, che impongono agli operatori di dimostrare capacità di generazione propria; Amsterdam ha bloccato con una moratoria i progetti sopra i 70 MW; la Finlandia ha proposto di eliminare le tariffe elettriche agevolate per i data center, con un aumento che può arrivare a quaranta volte quello attuale, spingendo Google a sospendere un progetto da un miliardo di dollari a Kajaani. La Germania, al contrario, incentiva fiscalmente i comuni che ospitano nuovi impianti, mentre l’Italia ha scelto la strada della semplificazione delle procedure autorizzative con il decreto approvato a febbraio 2026, un impianto normativo distante da quello restrittivo scelto in Pennsylvania.
Le stime di CBRE indicano che il costo energetico pieno di un campus da 100 MW in Europa varia tra 38-55 milioni di euro l’anno nei mercati nordici e 118-149 milioni a Dublino, dove le code di connessione alla rete restano sospese fino al 2028 secondo i dati di EirGrid.
