Dopo Milano, 4 nuove cause a Lisbona per processare il design che tiene incollati agli schermi. Non soltanto i minori

Tempo di lettura: 4 minuti

L'associazione portoghese D3 ha depositato quattro azioni collettive contro Facebook, Instagram, TikTok e YouTube presso il Tribunale civile di Lisbona tra aprile e maggio 2026, rese pubbliche il 10 settembre. Le cause contestano scroll infinito, autoplay, notifiche persistenti e algoritmi di raccomandazione e agiscono in rappresentanza di tutti i cittadini portoghesi, a differenza del procedimento aperto a Milano che riguarda invece la tutela dei minori.

Quattro azioni collettive depositate a Lisbona spostano in Europa un fronte giudiziario che fino a oggi aveva riguardato quasi solo la tutela dei minori online. L’associazione portoghese D3 – Defesa dos Direitos Digitais ha portato Facebook, Instagram, TikTok e YouTube davanti al Tribunale civile della capitale, sostenendo che le quattro piattaforme condividano un modello di progettazione costruito per trattenere gli utenti il più a lungo possibile.

Cosa contesta l’associazione D3 alle piattaforme

I procedimenti sono stati presentati tra aprile e maggio dallo studio legale Andersen Tax & Legal Iberia, con il sostegno accademico della Nova School of Law, e resi pubblici soltanto il 10 settembre, dopo la pausa giudiziaria estiva.

Nel mirino dell’associazione ci sono lo scorrimento infinito dei contenuti, l’avvio automatico dei video successivi, le notifiche persistenti e i sistemi di raccomandazione fortemente personalizzati, insieme a meccanismi di gamification ormai integrati nella maggior parte dei social più diffusi. Secondo D3 questi strumenti, presi insieme, eliminano le pause naturali che normalmente interrompono la fruizione di un contenuto e spingono l’utente a tornare sulla piattaforma con una frequenza che difficilmente sarebbe spontanea; il presidente dell’associazione, Ricardo Lafuente, ha paragonato l’effetto combinato di queste funzioni a tecniche già note da decenni nel settore del gioco d’azzardo, aggiungendo che un ecosistema digitale sano e produttivo resta possibile solo se le regole vengono applicate con rigore verso chi continua a ignorarle.

Il parallelo (e la differenza) con la causa milanese

Il caso portoghese amplia una battaglia già avviata in Italia. Davanti al Tribunale delle Imprese di Milano, il Moige e un gruppo di famiglie assistite dallo studio Ambrosio & Commodo portano avanti dal 2025 un’azione inibitoria contro Meta e TikTok, fondata sull’articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile.

In quel procedimento restano centrali l’assenza di sistemi di verifica dell’età ritenuti adeguati e la richiesta di modificare i meccanismi capaci di generare dipendenza nei minori, con un parallelo esplicito, portato avanti dai ricorrenti, con le regole già previste per farmaci, tabacco e alcol. La prima udienza si è tenuta il 14 maggio, dopo un rinvio ottenuto a febbraio dalle piattaforme e un secondo tentativo di spostamento respinto dal tribunale a ridosso della data fissata; l’udienza di discussione finale è ora attesa per il 19 novembre, con una sentenza che secondo alcuni osservatori potrebbe arrivare entro la fine dell’anno. La differenza sostanziale rispetto a Lisbona riguarda il perimetro degli utenti tutelati: mentre a Milano il baricentro resta la protezione dei minori, D3 agisce in rappresentanza dei cittadini portoghesi nel loro complesso, indipendentemente dall’età.

Il salto di scala: da chi protegge i minori a chi rappresenta tutti

La differenza non è solo tecnica. Fino a oggi il dibattito giuridico sui social si è mosso quasi sempre lungo lo stesso asse, quello della tutela dei più giovani, lasciando sullo sfondo la domanda più scomoda: può un adulto, pienamente capace di intendere e di volere, contestare uno strumento costruito apposta per tenerlo agganciato allo schermo più a lungo del previsto?

Le azioni di D3 rispondono di sì, e lo fanno estendendo la platea dei soggetti coinvolti ben oltre gli adolescenti: lavoratori che scorrono il feed nelle pause, anziani che si affidano ai social per restare in contatto con famiglia e comunità, professionisti che dichiarano di voler ridurre il tempo online senza riuscirci. L’associazione sostiene che il problema riguardi chiunque utilizzi quotidianamente queste piattaforme, indipendentemente dall’età o dal grado di consapevolezza digitale, e che proprio per questo la responsabilità debba essere cercata nel progetto tecnico del prodotto e non nelle abitudini del singolo utente.

Le quattro cause vengono definite dall’associazione come le prime azioni collettive di questo tipo mai presentate nell’Unione europea, con iniziative analoghe già in fase di preparazione in altri Stati membri.

Le reazioni delle piattaforme e il contesto internazionale

Google, proprietaria di YouTube, ha risposto ricordando gli strumenti già messi a disposizione degli utenti per gestire il tempo trascorso sull’app, tra cui promemoria pensati per invitare a una pausa o al riposo notturno. Meta e ByteDance, proprietaria di TikTok, non avevano invece fornito alcun commento a Reuters al momento della diffusione della notizia.

Il tema arriva da un contesto internazionale già molto acceso: negli Stati Uniti migliaia di cause hanno riguardato il carattere potenzialmente compulsivo dei principali social network, e ad agosto Meta ha accettato di versare fino a 18 miliardi di dollari per chiudere una parte rilevante del contenzioso promosso da diversi Stati americani sui presunti danni subiti dai minori, senza ammettere alcuna responsabilità. Dimostrare che una piattaforma utilizza lo scorrimento infinito richiede poco lavoro probatorio, mentre collegare quella caratteristica a un danno giuridicamente rilevante resta un percorso molto più complesso da sostenere in aula, ed è proprio su questo terreno che si concentrerà buona parte del confronto tra le parti nei prossimi mesi, sia a Lisbona sia a Milano.