Google batte Rolling Stone e Chegg in tribunale, il giudice salva le AI Overviews dall’antitrust

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Il giudice federale Amit Mehta ha respinto le cause antitrust con cui Penske Media, editore di Rolling Stone e Variety, e Chegg accusavano Google di sfruttare i loro contenuti nelle AI Overviews riducendo il traffico verso i loro siti. Secondo la sentenza del 30 settembre, l'aspettativa di ricevere visite da Google in cambio dell'indicizzazione gratuita dei contenuti non costituisce un accordo rilevante per le norme sulla concorrenza.

Il tribunale distrettuale di Washington ha chiuso in favore di Google le cause antitrust con cui Chegg e Penske Media Corporation contestavano le AI Overviews, i riassunti generati dall’intelligenza artificiale che compaiono in cima ai risultati di ricerca. Il giudice federale Amit Mehta ha accolto le istanze di rigetto presentate dall’azienda con un’opinione di 41 pagine datata 30 settembre, nella quale scrive che le tesi delle due società sulla violazione delle regole della concorrenza si fermano già ai blocchi di partenza. Con interpretazione diversa rispetto a un precedente europeo di cui avevamo raccontato su Byte e che potete leggere qui.

Le accuse di Penske Media e Chegg contro le AI Overviews

A muoversi per prima era stata Chegg, piattaforma statunitense di servizi per lo studio, che aveva depositato il ricorso nel febbraio 2025. Penske, editore di Rolling Stone, Billboard, Variety e The Hollywood Reporter, si era aggiunta a settembre dello stesso anno insieme ai propri marchi affiliati, tra cui Deadline e IndieWire. Le due cause poggiavano su una ricostruzione comune, secondo la quale Google avrebbe sfruttato la propria posizione dominante per mettere gli editori davanti a un aut aut: lasciare che i loro articoli venissero rielaborati dai riassunti generativi oppure rinunciare alla visibilità nella ricerca, perché l’unica via per sottrarsi alle AI Overviews passava dall’uscita dall’indice. In un mercato realmente competitivo, sostenevano gli attori, Google sarebbe stata costretta a pagare chi produce i contenuti che ripubblica o che usa per addestrare i propri sistemi.

Penske aveva anche quantificato il danno, indicando che circa il 20% delle ricerche dirette ai suoi siti mostra un riassunto AI e che i ricavi da affiliazione, alla fine del 2024, erano scesi di oltre un terzo rispetto al picco.

Perché il giudice Mehta ha dato ragione a Google

Il primo argomento a cadere è stato quello del cosiddetto reciprocal dealing. Secondo Mehta, gli attori hanno descritto soltanto l’aspettativa di ricevere traffico da Google in cambio della disponibilità gratuita dei loro contenuti. Un’aspettativa, ha scritto il giudice, resta cosa diversa da un accordo e corrisponde semplicemente al modo in cui funziona un motore di ricerca generalista. Per questa ragione è stata respinta anche la richiesta di Penske di riconoscere un patto implicito tra la piattaforma e gli editori. Sorte analoga per l’accusa di vendita abbinata, perché per il tribunale la ricerca e le AI Overviews svolgono una funzione integrata, quella di rispondere alle domande degli utenti, quindi mancano i due prodotti distinti con una domanda autonoma che l’abbinamento illecito presuppone. Mehta ha inoltre segnalato una contraddizione interna all’atto di Penske, che riconosceva come i lettori soddisfatti dal riassunto abbiano meno motivi per cliccare sui collegamenti, mentre il calo di visite e di introiti pubblicitari è stato qualificato come un pregiudizio privo di un legame diretto con una condotta anticoncorrenziale.

Il giudice si è detto sensibile alla situazione di editori e creatori che vedono il proprio lavoro riutilizzato senza compenso, ricordando però che il diritto antitrust non può prendere il posto del legislatore davanti ai danni economici causati dall’innovazione.

Google, che ha sempre respinto ogni addebito, aveva sostenuto di non avere alcun obbligo di indicizzare i contenuti alle condizioni preferite dagli editori e di indirizzare con le AI Overviews visite verso una platea di siti più ampia; secondo l’azienda la funzione raggiunge oggi oltre 2,5 miliardi di utenti al mese. Chegg e Penske non hanno risposto alle richieste di commento. Per Mehta si tratta di un terreno conosciuto, dato che nel 2024 era stato lui ad accertare il monopolio illegale di Google nella ricerca online e a marzo aveva già respinto pretese simili avanzate da un altro editore, l’Helena World Chronicle. Il rigetto della causa di Penske resta appellabile.