Tribunale del digitale e piattaforme, il senatore Irto e l’europarlamentare Benifei a Forward.Talks

Tempo di lettura: 9 minuti

A Forward.Talks, nella Milano Digital Week 2026, il senatore Nicola Irto ha confermato l'impegno a portare all'esame delle Camere entro fine legislatura il ddl sulle sezioni specializzate in materia digitale, che resterà comunque in dote al prossimo Parlamento. L'eurodeputato Brando Benifei ha annunciato interrogazioni e lettere alla Commissione europea per garantire alle imprese l'accesso al giudice contro le sospensioni di account sulle piattaforme.

MILANO – La terza edizione di Forward.Talks, la cena-dibattito ideata dall’avvocato Antonino Polimeni e ospitata dal Teatro Santeria Toscana 31 nell’ambito della Milano Digital Week 2026, ha avuto anche un versante istituzionale, affidato a un senatore e a un europarlamentare impegnati su dossier diversi del diritto digitale.

Dal palco è intervenuto il senatore del Partito democratico Nicola Irto, primo firmatario del disegno di legge che istituisce sezioni specializzate in materia digitale nei tribunali, un testo pensato per affidare a giudici appositamente formati le cause su software, cloud, dati e intelligenza artificiale. L’europarlamentare Brando Benifei, co-relatore dell’AI Act, trattenuto da impegni sopraggiunti all’ultimo momento che gli hanno impedito di raggiungere Milano, ha affidato il suo intervento a un videomessaggio proiettato in sala. Benifei è partito dalla revisione delle regole europee sulle piattaforme, annunciando un’iniziativa nei confronti della Commissione a tutela delle imprese che lavorano online. Nel resto del messaggio si è soffermato sull’attuazione dell’AI Act e sulla sovranità tecnologica europea, temi che segue da vicino al Parlamento di Strasburgo.

Il ddl Irto sulle sezioni specializzate in materia digitale

Irto ha confermato l’impegno a portare il testo all’esame delle Camere entro la fine della legislatura, ormai entrata nella sua fase conclusiva. Il provvedimento, ha aggiunto, resterà in ogni caso un punto fermo anche per il prossimo Parlamento, che potrà riprenderne subito l’iter.

Il disegno di legge è stato depositato al Senato l’11 giugno e illustrato alla stampa l’8 luglio nella Sala Caduti di Nassirya di palazzo Madama, alla presenza di magistrati, avvocati e rappresentanti delle categorie del digitale. Il 21 luglio è stato assegnato alla Commissione Giustizia in sede redigente, una procedura in cui la commissione scrive il testo articolo per articolo e l’aula si limita poi al voto finale, con tempi in genere più rapidi. La proposta nasce da un’idea sviluppata con Polimeni, che ne ha curato l’elaborazione giuridica. Il testo istituisce sezioni specializzate presso i tribunali e le corti d’appello che già ospitano le sezioni per le imprese, sul modello introdotto nel 2003 per la proprietà industriale e intellettuale e poi esteso al diritto societario. Irto lo ha descritto come «un ddl finalizzato a semplificare il lavoro e accelerare i giudizi», sottolineando il consenso trasversale raccolto tra le forze politiche.

La scelta di fondo esclude la creazione di giudici speciali. Le nuove sezioni sarebbero composte da magistrati ordinari con competenze specifiche nel diritto civile e commerciale applicato alle tecnologie, affiancati alle sezioni per le imprese senza sovrapposizioni. La competenza riguarderebbe i rapporti giuridici a prestazione digitale prevalente, quelli in cui la fornitura, lo sviluppo o lo sfruttamento economico di beni e servizi digitali costituisce il nucleo della domanda, con l’esclusione espressa delle controversie di lavoro e di quelle amministrative.

Perché servono giudici specializzati nelle controversie digitali

Irto, che sul tema era stato intervistato da Byte, ha spiegato che la giustizia deve evolvere insieme all’economia digitale. L’obiettivo dichiarato è «organizzare la giustizia in modo più coerente rispetto all’evoluzione dell’economia», senza creare privilegi o corsie preferenziali per una categoria di imprese. Il senatore ha indicato come punto debole del sistema attuale la frammentazione delle decisioni, perché controversie tecniche identiche, come l’inadempimento in un contratto di fornitura software o la responsabilità per un algoritmo che produce danni, ricevono oggi risposte diverse a seconda del tribunale. Lo ha definito «un rischio concreto», destinato a suo giudizio ad aumentare con la crescita dell’economia digitale. Irto ha attribuito un ruolo centrale alla formazione dei magistrati, affidata alla Scuola superiore della magistratura con percorsi iniziali e permanenti, e ha richiamato le esperienze straniere: il Regno Unito, dove la specializzazione nel contenzioso tecnologico esiste da tempo, e Singapore, che ha istituito una lista dedicata all’economia digitale comprensiva di intelligenza artificiale, dati, piattaforme e smart contract.

A sostegno della proposta il senatore ha portato i dati sulla digitalizzazione delle imprese italiane. Nel 2025 il 68 per cento acquistava servizi di cloud computing, il 43 per cento svolgeva attività di analisi dei dati, il 16 per cento impiegava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale e tra le grandi aziende la quota saliva al 53 per cento, numeri che per Irto rendono il digitale una frontiera a cui anche la giustizia deve attrezzarsi. Il senatore ha collegato il ddl anche all’aumento delle controversie atteso con l’entrata a regime di AI Act, Data Act e Digital Services Act, mentre dall’avvocatura sono arrivate alcune

Account sospesi e accesso alla giustizia sulle piattaforme

Il videomessaggio di Benifei ha affrontato lo stesso nodo dalla prospettiva europea. A Bruxelles sono in corso i lavori sui cosiddetti Omnibus digitali, i pacchetti con cui la Commissione rivede e semplifica la normativa esistente: dopo quello che ha modificato l’AI Act, resta da completare il più ampio e complesso intervento sulla legislazione dei dati e delle piattaforme.

Le tutele per professionisti e piccole e medie imprese che lavorano attraverso i grandi operatori online passano da questo strumento e dal Digital Services Act, il regolamento europeo che disciplina i servizi digitali.

Secondo Benifei la protezione si estende ormai a chi porta avanti un’attività economica sulle piattaforme, oltre che al consumatore, e il Parlamento europeo sta lavorando per mantenerla solida nel testo. Il punto debole emerge però quando la norma deve essere fatta valere, perché si incaglia davanti all’accesso alla giustizia e alla possibilità effettiva di ottenere una risposta se un account viene sospeso o un’attività bloccata. L’eurodeputato ha indicato due possibili strade: un accesso garantito al giudice del proprio Paese oppure una procedura europea rapida, costruita estendendo quella già prevista per le controversie di modesta entità. Approfittando della revisione in corso, Benifei intende segnalare alla Commissione europea quello che ha definito un vero vulnus, un buco nelle tutele che crea una disparità molto significativa tra i soggetti in campo. Per farlo ha annunciato il ricorso a interrogazioni parlamentari e lettere alla Commissione, sostenendo che esiste ormai materiale sufficiente a dimostrare la rilevanza del problema.

Le pressioni delle Big Tech sul Parlamento europeo

Benifei è tornato anche sul rapporto con le grandi aziende tecnologiche, che come ogni altro portatore di interesse possono confrontarsi con i legislatori. Il dialogo resta utile, ha spiegato, perché quelle società sono al centro dello sviluppo delle tecnologie da regolare e le loro competenze aiutano a comprendere implicazioni poco evidenti a chi non costruisce sistemi. Quando però le pressioni scendono troppo nel dettaglio, finiscono per rivelare interessi di parte molto specifici. L’eurodeputato lo ha sperimentato durante il negoziato dell’AI Act, quando il riconoscimento della proprietà intellettuale sulle opere umane usate per addestrare i sistemi è diventato, per il suo enorme valore economico, uno dei punti di pressione più violenti, con azioni rivolte direttamente ai vertici dei governi europei. Per un esecutivo, ha osservato, la minaccia di una grande azienda di ritirare investimenti pesa in modo diverso rispetto a un parlamentare che risponde agli elettori.

Il Parlamento, a suo giudizio, regge meglio la pressione lobbistica grazie alla trasparenza: un deputato eterodiretto si riconosce dagli emendamenti che presenta. Nella Commissione e nel Consiglio, dove le riunioni dei governi restano riservate, le mani sono spesso invisibili.

AI Act, a che punto è l’attuazione delle regole

Benifei, che dopo aver negoziato l’AI Act ne segue oggi l’attuazione alla guida del gruppo di lavoro dedicato del Parlamento europeo, ha riferito di una riunione con la Commissione tenuta poche ore prima della registrazione. Al centro c’erano le prime azioni avviate con i nuovi poteri attribuiti a Bruxelles, che può chiedere informazioni ed effettuare test autonomi sui modelli più potenti in relazione ai rischi sistemici, un tema finito spesso nel dibattito pubblico per l’evocazione di scenari catastrofici. Finora si sono applicati i divieti sugli usi più pericolosi dell’intelligenza artificiale. Entro la fine dell’anno si completerà invece l’attuazione delle norme sulla trasparenza, dalla riconoscibilità dei contenuti generati dalle macchine al passaggio di informazioni dalle aziende più grandi a quelle più piccole, per costruire una catena equilibrata delle responsabilità lungo la filiera.

Le regole sugli usi ad alto rischio, dai luoghi di lavoro alla sanità, scatteranno verso la fine del 2027, in attesa degli standard tecnici ancora in via di definizione.

Quel rinvio era stato anticipato proprio a Forward.Talks un anno fa. Durante la seconda edizione, a ottobre 2025, Benifei aveva indicato la disponibilità del Parlamento europeo a valutare lo slittamento degli obblighi per i sistemi ad alto rischio, allora fissati al 2 agosto 2026, e Byte.it ne aveva dato notizia in esclusiva il 10 ottobre, prima che la decisione fosse ufficializzata a Bruxelles. Il Regolamento (UE) 2026/1744 ha poi spostato quelle scadenze al 2 dicembre 2027 per i sistemi autonomi e al 2 agosto 2028 per quelli integrati in prodotti già regolati da altre norme europee.

Cloud europeo e sovranità digitale, la strategia di Bruxelles

Secondo Benifei, le azioni aggressive di Trump e la forza crescente della Cina hanno accelerato un dibattito che il Parlamento poneva da tempo, creando finalmente il consenso politico per una vera agenda europea della sovranità digitale, perché regole prive di controllo tecnologico restano fragili. Tra i dossier di cui si occupa c’è il Cloud and AI Development Act, pensato per dare più opportunità agli operatori europei in un mercato in cui il 70 per cento del cloud continentale è in mano a tre fornitori americani e il 90 per cento resta comunque extraeuropeo. Le leve indicate sono due. La prima è un mercato finanziario più integrato, capace di offrire capitale di rischio alle startup, cioè l’unione dei risparmi e degli investimenti evocata da Ursula von der Leyen, frenata dai rallentamenti di governi come quello tedesco. La seconda è la capacità di calcolo, con le AI Factories già avviate e le AI Gigafactories in fase di bando, strumenti pubblico-privati che puntano a ridurre la dipendenza dagli hyperscaler, i colossi che gestiscono i grandi data center globali.

L’Europa, ha aggiunto Benifei, ha costruito un sistema di controllo pubblico sui rischi sistemici che California, Corea del Sud, Regno Unito e Giappone stanno riprendendo in parte, ma senza investimenti pesanti resterà difficile trattare con Stati Uniti e Cina, impegnati in una corsa al riarmo tecnologico da guerra fredda. Tra gli ambiti in cui l’Unione può costruire eccellenze ha indicato i cosiddetti modelli mondo, che alcune realtà europee sviluppano in alternativa ai soli modelli linguistici, e il calcolo quantistico, dove il vantaggio europeo rischia di sfumare se le aziende più avanzate continueranno a essere acquistate da gruppi americani o cinesi.