La Corte di giustizia dell’Unione europea ha depositato la sentenza nella causa C-199/24, che riguarda la società svedese Legal Newsdesk Sweden AB e il suo database Lexbase, un servizio a pagamento che permette di consultare provvedimenti giudiziari relativi a condanne penali. La pronuncia nasce da un rinvio pregiudiziale del tribunale distrettuale di Attunda, chiamato a decidere sul risarcimento richiesto da una persona condannata nel 2011 i cui dati sono rimasti consultabili sulla piattaforma anche dopo la richiesta di cancellazione.
Il caso Lexbase e la richiesta di cancellazione rimasta senza risposta immediata
Lexbase raccoglie e rende consultabili dietro abbonamento i provvedimenti giudiziari relativi a persone coinvolte in procedimenti penali in Svezia. Chi paga può cercare nominativi e leggere le decisioni di condanna corrispondenti.
La persona al centro della vicenda aveva chiesto la cancellazione dei propri dati dopo la condanna del 2011, ma Legal Newsdesk ha proceduto alla rimozione solo in un momento successivo, applicando la propria politica interna di conservazione delle informazioni. L’interessato ha citato la società davanti ai tribunali svedesi chiedendo un risarcimento sulla base del GDPR, sostenendo che il ritardo nella cancellazione avesse violato i propri diritti in materia di protezione dei dati personali. Nella propria difesa, l’azienda ha invocato la protezione costituzionale riconosciuta al database dal diritto svedese, secondo cui l’applicazione del regolamento europeo sarebbe esclusa quando il servizio gode di un certificato di pubblicazione, lasciando alla persona coinvolta la sola possibilità di agire per diffamazione in sede civile o penale.
Come la Corte di giustizia bilancia protezione dei dati e libertà di espressione
Il tribunale distrettuale di Attunda, dubitando della compatibilità di questo assetto normativo con il GDPR, ha sottoposto la questione alla Corte di Lussemburgo.
Nella sentenza, i giudici europei ricordano che il regolamento impone agli Stati membri di conciliare per legge il diritto alla protezione dei dati personali con la libertà di espressione e di informazione, comprese le finalità giornalistiche e quelle riconosciute all’espressione culturale, dall’ambito accademico a quello artistico-letterario. Gli Stati possono prevedere esenzioni e deroghe a determinate disposizioni del GDPR, ma solo nella misura necessaria a realizzare questo equilibrio.
La Corte precisa però che questo margine non consente agli Stati membri di escludere l’applicazione del regolamento per trattamenti che perseguono finalità diverse da quelle indicate, né di privare la persona interessata dei rimedi garantiti direttamente dal GDPR. Lasciare all’interessato la sola strada dell’azione penale o civile per diffamazione, come previsto dalla legislazione svedese, significa negare l’accesso agli strumenti che il regolamento mette a disposizione per la tutela dei dati personali, tra cui il reclamo all’autorità di controllo, il ricorso giurisdizionale e il risarcimento del danno.
Quando un trattamento di dati può dirsi svolto per finalità giornalistiche
Secondo la Corte, un trattamento è compiuto per finalità giornalistiche quando l’obiettivo è informare il pubblico o divulgare opinioni e idee.
Il trattamento deve inoltre rispondere a regole deontologiche o codici di condotta, e i fatti riportati devono essere stati sottoposti a verifica editoriale prima della pubblicazione. La pubblicazione a pagamento di condanne penali, priva di qualsiasi elaborazione redazionale, non sembra soddisfare queste condizioni secondo l’analisi della Corte. La verifica definitiva su questo punto spetta comunque al giudice nazionale, chiamato ad applicare i criteri indicati dalla sentenza al caso concreto e a stabilire se il servizio gestito da Legal Newsdesk possa beneficiare delle deroghe previste dall’articolo 85 del regolamento.
