Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di far entrare i creatori di contenuti digitali nei propri palazzi di Bruxelles, con un programma sperimentale di dodici mesi che li ammette ai vertici dei capi di Stato e di governo e ad alcune riunioni ministeriali. L’iniziativa riguarda un numero ristretto di profili, scelti dai singoli governi nazionali e autorizzati a filmare spazi finora riservati ai cronisti accreditati. Il perimetro dell’accesso resta stretto, con accompagnamento costante e con il divieto di rivolgere domande a ministri e leader.
Perché il Consiglio ha aperto le porte ai creator
La finalità dichiarata dall’istituzione è la cooperazione con i creatori di contenuti per raggiungere pubblici nuovi e far conoscere le proprie attività, che è poi il punto dolente del Consiglio: tra le sedi del potere europeo resta la meno riconoscibile agli occhi dei cittadini, molto meno familiare della Commissione e del Parlamento. Dietro la scelta c’è uno spostamento misurabile nelle abitudini informative. Un rapporto del Reuters Institute pubblicato a giugno 2026 registra che il 56% degli intervistati nel mondo si informa attraverso social network e piattaforme video, mentre il 27% indica creator e influencer come fonte di notizie. Un sondaggio Eurobarometro del 2025 aveva già rilevato che la maggioranza dei cittadini europei tra i 15 e i 24 anni segue l’attualità su questi canali, e un’indagine del Parlamento europeo sui giovani tra i 16 e i 30 anni ha collocato i social davanti alla televisione come fonte primaria di notizie politiche, con il 42% contro il 39%. Tanja Kerševan, docente all’Università di Lubiana, riassume la logica dell’operazione: allargare la partecipazione, diversificare i formati e rendere la politica europea più accessibile e visibile a chi con Bruxelles non ha alcun rapporto.
La strada era già stata aperta da Ursula von der Leyen, che riceve creator da tempo e li ha portati al proprio discorso sullo stato dell’Unione.
Come funziona l’accesso dei creator ai vertici europei
Le regole operative sono state messe per iscritto in una circolare spedita ai governi degli Stati membri, che fissa un tetto di dieci creator per ogni evento.
Il documento indica due soglie per la selezione, una tecnica legata alla dimensione del seguito online e una politica che raccomanda di scartare chi abbia pubblicato posizioni contrarie ai valori dell’Unione, criterio che di fatto tiene fuori dal palazzo i profili più ostili a Bruxelles. Chi entra riceve tempo dedicato per girare materiale e ottiene l’ingresso alla sala stampa e all’area dei doorstep, mentre restano preclusi i briefing con i giornalisti e le conferenze in cui si pongono domande. Un funzionario dell’istituzione ha spiegato che i creator vengono accompagnati in ogni momento e che il trattamento riservato ai media, per quanto riguarda le occasioni informative, rimane fuori dalla loro portata. Nessun compenso viene corrisposto, mentre le spese di viaggio e di soggiorno vengono rimborsate.
Un primo test si era svolto a maggio, con un gruppo che mescolava profili di area policy e creator legati a lifestyle e intrattenimento. Pietro Valetto, ventisettenne che pubblica contenuti sulle istituzioni europee, ha raccontato che quella visita gli ha offerto uno sguardo puramente osservativo, senza incontri ministeriali e senza possibilità di intervenire. Il Parlamento europeo segue questa strada dal 2019, ha emesso circa duecento inviti nel 2026 e ne attende una quarantina alla plenaria di settembre, con lo stesso divieto di porre domande.
Perché i giornalisti accreditati a Bruxelles protestano
Le condizioni cambiano altrove: al vertice NATO di luglio ad Ankara diversi creator hanno intervistato capi di Stato e il segretario generale Mark Rutte, mentre all’inizio dell’anno un gruppo ha rivolto domande alla presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde.
L’International Press Association, che riunisce i cronisti accreditati presso le istituzioni europee, ha messo in fila l’asimmetria più visibile: clic e visualizzazioni funzionano benissimo sulle piattaforme, però chi accede ai vertici come creator resta libero da qualsiasi obbligo di dichiarare chi lo finanzia, mentre un giornalista accreditato risponde a un codice deontologico che vieta compensi in cambio di coperture compiacenti. Le redazioni tradizionali proibiscono ai propri inviati di accettare trasferte pagate da terzi e coprono i costi con i budget editoriali, anche se le pratiche cambiano da testata a testata e il lavoro freelance apre, evidentemente, zone grigie. Kerševan chiede che le istituzioni rendano pubblici i criteri di selezione, l’eventuale finanziamento della partecipazione e le condizioni poste a chi viene invitato, perché la tentazione di scegliere profili amichevoli in cambio di un accesso controllato a pubblici interessanti resta concreta, con il coinvolgimento dei creator che si affianca allo scrutinio giornalistico indipendente senza poterlo sostituire.
Sul piano normativo il Digital Services Act lascia fuori i contenuti in quanto tali e impone alle piattaforme di grandi dimensioni come YouTube e TikTok meccanismi di segnalazione dei materiali illegali insieme a misure di mitigazione dei rischi sistemici, comprese le minacce ai processi elettorali e al discorso civico. Kerševan considera quest’ultimo profilo particolarmente pertinente per i contenuti dei creator, perché il loro impatto dipende anche dal modo in cui le piattaforme raccomandano, amplificano, monetizzano e profilano quei materiali. La revisione della direttiva sui servizi di media audiovisivi, attesa entro il 19 dicembre 2026 dopo una consultazione pubblica chiusa il 1° maggio, esaminerà la posizione degli influencer come attori dei media, mentre Francia e Germania procedono con modelli regolatori nazionali. Nel 2024 il creator cipriota Fidias Panayiotou è stato eletto al Parlamento europeo e continua a pubblicare contenuti politici, sostenendo che i suoi interventi diventano virali perché applica alla politica le tecniche imparate su YouTube.
