Sette ragazzi su dieci aggirano il blocco social in Australia mentre l’Italia studia un’alternativa

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In Australia il divieto di accesso ai social per gli under 16, in vigore da dicembre 2025, viene eluso tramite riconoscimento facciale ingannato e VPN, secondo il primo report di eSafety. In Italia AGCOM lavora a un sistema di doppio anonimato collegato all'app IO, mentre l'Unione europea sviluppa un progetto pilota con Francia, Spagna, Grecia e Danimarca.

Vietare ai ragazzi l’accesso ai social network sembra una soluzione semplice a un problema complicato, ma i numeri raccontano una storia diversa. In Australia, primo paese ad aver introdotto un blocco di questo tipo per gli under 16, il bilancio dei controlli mostra più buchi che certezze. Proprio mentre Roma e Bruxelles guardano a quell’esperimento per costruire le proprie regole, emergono i limiti pratici di un’idea che sulla carta funzionava meglio.

Perché il modello australiano si è inceppato

Il problema principale riguarda il comportamento delle piattaforme, che spesso non controllano l’età al momento dell’iscrizione: basta indicare una data di nascita diversa da quella reale per aprire un account.

Le tecnologie pensate per stimare l’età attraverso un selfie, fornite da aziende come Yoti o k-ID, dovevano rappresentare la soluzione più sofisticata al problema, ma nei test condotti dal governo australiano hanno mostrato un margine di errore compreso tra uno e tre anni, proprio nella fascia più delicata, quella vicina ai sedici anni. Alcuni ragazzi sono riusciti a superare il controllo mostrando alla fotocamera il volto di un genitore o di un fratello maggiore, altri hanno usato maschere o smorfie pensate per ingannare il software. A complicare ulteriormente il quadro arrivano le VPN, strumenti che permettono di far credere al sistema di trovarsi in un altro paese, insieme ai browser usati in modalità ospite, che restano fuori dal perimetro della legge perché questa si applica solo agli account registrati.

Come funziona il modello italiano del doppio anonimato

In Italia il Senato discute proposte di legge sul tema, mentre l’AGCOM lavora a un sistema costruito su basi diverse rispetto a quello australiano, pensato per ridurre la quantità di dati personali che finiscono nelle mani delle piattaforme.

L’idea centrale è quella del doppio anonimato: chi fornisce il servizio di verifica dell’età non sa per quale sito o app un utente stia chiedendo la conferma, mentre la piattaforma riceve soltanto un’informazione minima, cioè se la persona ha raggiunto la maggiore età, senza conoscere il suo nome o altri dati personali. Per evitare ulteriori rischi, il sistema esclude l’uso dello SPID per l’accesso ai singoli siti, perché trasmetterebbe informazioni come l’identità dell’utente al momento dell’autenticazione. La preferenza va invece ad app terze certificate, capaci di gestire i dati direttamente sul dispositivo, oppure a futuri wallet digitali pensati con lo stesso obiettivo. Il commissario AGCOM Massimiliano Capitanio aveva già spiegato il funzionamento di questo meccanismo in un’intervista rilasciata a Key4biz.

L’Italia partecipa inoltre a un progetto pilota europeo con Francia, Spagna, Grecia e Danimarca per costruire un’app di verifica dell’età valida in più paesi, da integrare nel futuro portafoglio digitale europeo previsto per la fine del 2026.